“IL CAMPO LARGO? UN’ALLEANZA SENZA UN’IDEA DEL MONDO” – MASSIMO CACCIARI SCULACCIA IL CENTROSINISTRA: “LE COALIZIONI SERIE SI COSTRUISCONO SULLA BASE DI ANALISI, DI DIBATTITI, E SOPRATTUTTO NASCONO DA PARTITI CON UN’ORGANIZZAZIONE SOLIDA E GRUPPI DIRIGENTI SOLIDI. QUI MANCA TUTTO: SULLE GRANDI QUESTIONI, IN PARTICOLARE QUELLE INTERNAZIONALI, NON SI È VISTO LO STRACCIO DI UNA DISCUSSIONE VERA - L’UNITÀ MANCA DENTRO IL PD TANTO QUANTO DENTRO IL M5S. PARLO DI QUELL’UNITÀ CHE NASCE DA UN CONFRONTO, MAGARI ANCHE DURO, AL TERMINE DEL QUALE LA LINEA È QUELLA DI CHI HA VINTO QUELLO SCONTRO - OGGI NON ESISTE ALCUNA ANALISI SERIA SU COSA SIA SUCCESSO NEL MONDO NEGLI ULTIMI TRENT’ANNI: RESTANO SOLO POSIZIONI PERSONALI E PRECIPITA TUTTO SUL CONTINGENTE. CHI FACCIAMO SEGRETARIO? CHI È IL PIÙ FOTOGENICO?”
Estratto dell’articolo di Maria Teresa Meli per il “Corriere della Sera”
«Il Campo largo? Un’alleanza senza un’idea del mondo». Massimo Cacciari va dritto al punto, come sempre. […] Manca, dice, ciò che dovrebbe venire prima di ogni coalizione: un’idea.
Professor Cacciari, perché è così difficile costruire un’unità politico-strategica nel campo del centrosinistra, come ha dimostrato la risoluzione parlamentare di mercoledì scorso siglata solo da Pd, M5S e Avs?
«[…] Un’unità politico-strategica non può nascere soltanto dal primum vivere. Il premio di maggioranza costringe a fare la coalizione, questo è ovvio, ma non si può pretendere che da un motivo così — sopravvivere elettoralmente — nasca un’alleanza strategica vera. […] Le coalizioni serie si costruiscono sulla base di analisi, di dibattiti, attraverso mozioni congressuali che stabiliscano modalità, termini e limiti dell’alleanza. E soprattutto nascono da partiti con un’organizzazione solida e gruppi dirigenti altrettanto solidi. Senza questo, non c’è coalizione che tenga».
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E oggi, su questo fronte, cosa manca?
«Tutto. Sulle grandi questioni, in particolare quelle internazionali, non si è visto lo straccio di una discussione vera. Né in un partito né nell’altro».
Per la destra, però, la strada sembra più in discesa.
«Per la destra è più semplice: si sta con chi vince. […] Per la sinistra, per l’opposizione, il discorso è diverso: prima ancora di allearsi con altri, bisognerebbe aver maturato una propria visione sulle grandi questioni internazionali, e su quella costruire l’unità interna. […]».
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Quindi il nodo non è solo l’intesa tra Pd e Movimento 5 Stelle?
«No, è più profondo. L’unità manca dentro il Partito democratico tanto quanto dentro il Movimento 5 Stelle. Parlo di quell’unità che nasce da un confronto, magari anche duro, al termine del quale la linea è quella di chi ha vinto quello scontro, ma che prima ha ascoltato le idee degli altri. Funzionava così nel Pci, funzionava così nella Dc: la linea politica si costruiva a partire da idee che si misuravano tra loro».
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[…] «[…] Oggi […] non esiste alcuna analisi seria su cosa sia successo nel mondo negli ultimi trent’anni: nella ex Jugoslavia, nell’Europa orientale, in Medio Oriente. Nulla. Restano solo posizioni personali, anche rispettabili per carità, ma pur sempre individuali: non diventano mai discussione collettiva, tantomeno linea politica».
E quindi?
«Precipita tutto sul contingente. Chi facciamo segretario? Chi è il più fotogenico. Chi candidiamo premier? Come ci mettiamo d’accordo? Dobbiamo fare la coalizione, certo, ma su cosa? […]».
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E l’opinione pubblica come reagisce a tutto questo?
«Viene spinta a scegliere con gli stessi criteri con cui i gruppi dirigenti scelgono il leader: simpatia, fotogenia. Niente di più».
Non le pare una diagnosi piuttosto cupa?
«Non è pessimismo, è realismo puro. Le cose stanno così, e chi non vuole vederle può anche evitare di guardarle […]».
