benjamin netanyahu hamas

IL NEGOZIATO SU GAZA SARÀ LUNGO E COMPLICATO – STEFANO STEFANINI: “PRENDIAMO LE CONDIZIONI POSTE DA HAMAS. QUANDO IL MOVIMENTO CHIEDE IL RITIRO IMMEDIATO DELLE TRUPPE ISRAELIANE TENTA DI ASSICURARSI UN VUOTO DI POTERE NELLA STRISCIA IN CUI, PUR CON ARMI CONSEGNATE ‘A UN’AUTORITÀ EGIZIANO-PALESTINESE’, RISTABILISCA IL PROPRIO CONTROLLO SULLA POPOLAZIONE E SULLA GESTIONE DEGLI AIUTI UMANITARI.  ISRAELE NON POTRÀ MAI ACCETTARE DI RITIRARSI SENZA AVER PRIMA BLINDATO IL DISARMO. A SUA VOLTA, LA FORZA INTERNAZIONALE…”

Estratto dell’articolo di Stefano Stefanini per “La Stampa”

 

BENJAMIN NETANYAHU MEME

[…] Israele e Hamas. […] Per entrambi è vitale che l’attuazione dei venti punti del piano Trump non consenta all’altro di portare a termine il suo obiettivo. Per Israele devono eliminare la minaccia terroristica di Hamas; per Hamas consentirgli la sopravvivenza. Politica se non fisica per i votati al martirio – e qui, probabilmente, il Movimento si divide…

 

Il piano Trump è già strutturato in modo da neutralizzare Hamas, il che non dispiace affatto ad alcuni Stati arabi, e garantire Gerusalemme. Offre molto meno – amnistia o esilio – a Hamas, che pertanto cerca di recuperare ponendo condizioni su disarmo, ritiro israeliano dalla Striscia e ruolo nella futura amministrazione palestinese di Gaza – e, in prospettiva, ove mai il piano andasse fino in fondo, della Cisgiordania.

 

attacco di hamas del 7 ottobre 4

Delle tre richieste l’ultima è probabilmente la più importante. Ne va del futuro di Hamas come forza politica e sociale, il braccio palestinese della Fratellanza Musulmana.

 

Il negoziato di Sharm el-Sheikh si svolge su due piani. Sull’uno deve trovare un accordo politico sui punti essenziali: fine della guerra, liberazione degli ostaggi di Hamas e dei detenuti palestinesi di Israele, ritiro dell’Idf dalla Striscia, forza di stabilizzazione internazionale, complessa architettura istituzionale – un misto autoamministrazione palestinese, tutela araba e supervisione internazionale.

 

terroristi di hamas superano il confine con israele a erez, il 7 ottobre 2023

A parole, i leader hanno già dato il via sulla scia della spinta di Donald Trump che insiste per far presto, mentre Netanyahu gioca di sponda con le riserve avanzate Hamas per non compiere il primo passo che tocca a lui: “mettere immediatamente fine alla guerra”. Nel prendere tempo Bibi e Hamas si danno una mano.

 

Comunque, ammesso che sul piano politico siano tutti d’accordo, per attuare i vari passaggi previsti dev’essere ben chiara e concordata la meccanica. Nei dettagli. Qui il negoziato entra nel piano tecnico – qui i leader passano la mano ai negoziatori, diplomatici e militari. Qui, all’intersezione dei due piani, si giocano le sorti anche dell’accordo politico.

 

MILIZIANO DI HAMAS CON FELPA BOSS

Prendiamo le condizioni poste da Hamas. Quando il Movimento chiede il ritiro immediato delle truppe israeliane tenta di assicurarsi un vuoto di potere nella Striscia in cui, pur con armi consegnate “a un’autorità egiziano-palestinese”, ristabilisca il proprio controllo sulla popolazione e sulla gestione degli aiuti umanitari.

 

Israele non potrà mai accettare di ritirarsi senza aver prima blindato il disarmo del Movimento e il passaggio di consegne a una forza internazionale per il controllo del territorio.

 

A sua volta, la forza internazionale richiede che ne sia messa in piedi non solo composizione e presenza sul terreno ma anche l’autorità alla quale debba far capo. Che non può che essere un’autorità internazionale, presumibilmente dei Paesi che contribuiranno alla forza.

 

attacco di hamas del 7 ottobre 2

Con una figura, come appunto Tony Blair, che goda della fiducia dei Paesi arabi – via Al Arabiya ha già avuto la luce verde di Riad – e di Israele, e abbia un filo diretto con Donald Trump. Se Hamas pone un veto, mette un bastone fra le ruote all’intero piano.

 

In pochi giorni di trattativa indiretta, Sharm el-Sheikh non può dare una risposta definitiva a tutti questi complessi passaggi ma li deve mettere in cantiere per produrre il primo risultato che tutti, specie i due milioni di Gaza e una cinquantina di famiglie israeliane, si attendono: la fine della guerra e la liberazione degli ostaggi.

 

Poi si continuerà a negoziare, punto per punto. Ma almeno il piano – primo spiraglio di pace in Medio Oriente – sarà stato sbloccato. I tenui segnali di fumo di ieri lo fanno sperare. Sarebbe il modo migliore anche per commemorare i due anni dalla strage del 7 ottobre.

attacco di hamas al kibbutz di be eri 2DELEGAZIONE USA E ARABA AI COLLOQUI TRA HAMAS E ISRAELE IN EGITTO DELEGAZIONE DI HAMAS AI COLLOQUI CON ISRAELE IN EGITTO DELEGAZIONE DI ISRAELE AI COLLOQUI CON HAMAS IN EGITTO NOA ARGAMANI RAPITA IL 7 OTTOBRE attacco di hamas del 7 ottobre 3

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