giorgia meloni donald trump vertice nato di ankara

“TRUMP? NON MI PENTO DI UN INVESTIMENTO POLITICO, ANCHE SE È ANDATA COME È ANDATA” – AL TERMINE DEL SUMMIT NATO DI ANKARA, MELONI NON RINNEGA IL SUO SCELLERATO TRUMPISMO ORIGINARIO, PROVA A DISINNESCARE LO SCONTRO CON IL DERAGLIATO MENTALE DELLA CASA BIANCA E A METTERE PALETTI SIA SULLE SPESE MILITARI (“VOGLIAMO DECIDERE NOI I TEMPI”) CHE SULLA CONCESSIONE DELLE BASI IN ITALIA – MA LA SORA GIORGIA RISCHIA DI SCATENARE DI NUOVO LE IRE DEL TYCOON RESPINGENDO L'OFFERTA AMERICANA DI COMPRARE ARMI USA DA GIRARE POI ALL'UCRAINA, COME PREVISTO DAL PROGRAMMA “PURL”: “SE INVESTIAMO IN DIFESA QUEI SOLDI DEVONO RESTARE IN ITALIA, NELLE NOSTRE FABBRICHE...”

Estratto dell’articolo di Ilario Lombardo per “La Stampa”

 

giorgia meloni al vertice nato di ankara foto lapresse 3

Inviato ad Ankara Ci sono tre momenti, durante la conferenza stampa al termine del summit Nato, in cui Giorgia Meloni mette in chiaro che cosa non concederà a Donald Trump. Quando parla delle spese militari, quando mette un punto interrogativo sui nuovi raid americani in Iran e, in coda a quest'ultimo passaggio, quando sostiene che non cambierà idea sulle basi Usa in Italia.

 

La presidente del Consiglio è salita sull'aereo che l'ha portata ad Ankara con un obiettivo: spersonalizzare lo scontro tra lei e Trump […]

 

Lo fa senza rinnegare il trumpismo originario, senza sconfessare il primo anno di inossidabile fedeltà al tycoon. Una scommessa che sa di aver perso dal punto di vista del rapporto umano.

 

giorgia meloni e donald trump al vertice nato di ankara - foto lapresse

«Non mi pento di un investimento politico che ho fatto per convinzione sull'unità dell'Occidente, una strategia messa in campo prima dell'arrivo di Donald Trump». Chiaramente, continua, «con lui ci sono delle affinità ideologiche - sull'immigrazione e sulla cultura woke - per cui ritenevo che potesse essere più semplice, invece le cose stanno andando come abbiamo visto, ma non cambio idea su quale sia l'interesse nazionale per l'Italia».

 

È la prima volta che lo ammette. Mai lo aveva fatto in pubblico, e mai così esplicitamente: pensava «potesse essere più semplice». […]

 

Questa storia si conclude, come tante, a una cena. Nel palazzo presidenziale di Ankara. Dove la premier e il presidente americano siedono allo stesso tavolo. Si scambiano un paio di battute all'inizio, ma niente di più. Una freddezza che si percepisce nel tono delle risposte che Meloni dà in conferenza stampa, ma senza strappi, e senza replicare con durezza. Tenendo però il punto.

 

GIORGIA MELONI DONALD TRUMP

Sulle spese militari, prima di tutto. L'Italia si è presentata ad Ankara con il 2,8% di Pil investito in Difesa. L'accordo preteso dagli Usa l'anno scorso a L'Aja impone agli alleati il 5% entro il 2035. «Vogliamo chiaramente rispettare gli impegni – spiega Meloni - ma lo vogliamo anche fare in modo sostenibile, cioè stabilendo noi i tempi, i modi, e le priorità, in base al contesto e in base alle nostre possibilità». [...]

 

Anche rispetto all'offerta americana di comprare armi Usa da girare poi all'Ucraina, come previsto dal cosiddetto programma Purl: «Se investiamo in difesa quei soldi devono restare in Italia, nelle nostre fabbriche, nella nostra ricerca, nei nostri territori, quindi più sicurezza ma anche più lavoro qualificato, più ricerca e non assegni all'estero».

 

mark rutte giorgia meloni recep tayyip erdogan vertice nato ankara foto lapresse

Questo è forse il passaggio più significativo della conferenza di Meloni. Perché rende esplicito il sospetto, diffuso in ambienti diplomatici e della Difesa, che la ferocia del presidente americano sia dovuta anche a questo "no" italiano. Assieme ad altri, elencati da Trump.

 

L'utilizzo delle basi militari in Italia ufficialmente concesse solo per la logistica e negate, nel caso di Sigonella, quando avrebbe portato a un coinvolgimento diretto nei raid contro l'Iran. I nuovi attacchi non cambiano le cose, per Meloni.

 

Sulle basi «abbiamo avuto una linea molto chiara dall'inizio del conflitto e la manteniamo. Abbiamo rispettato i nostri impegni. Dopodiché abbiamo detto che non avremmo partecipato agli attacchi, e non parteciperemo».

 

DONALD TRUMP GIORGIA MELONI - TEMPTATION ISLAND - 50 SFUMATURE DI CATTIVERIA

[…]

 

Anche durante il vertice, al tavolo dei leader, Meloni prova ad andare oltre la classica declinazione militare della difesa. Quando prende la parola, un funzionario italiano distribuisce una cartellina con fiocco tricolore, dove sono contenuti un mini-dossier e una cartina per dimostrare la necessità di costruire un'alleanza geostrategica sulle catene di approvvigionamento e sui minerali critici, per sottrarle al predominio cinese. «Insieme - dice rivolta ai colleghi – non dobbiamo produrre solo armi».

 

Fa riferimento alle cosiddetta Pax Silica, guidata dagli Stati Uniti, e su cui è stato firmato un memorandum tra il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il segretario di Stato Marco Rubio. È il segno, questo, che si deve continuare a lavorare assieme anche se il ponte tra Europa e Stati Uniti, che Meloni ha creduto di incarnare, è crollato sotto i colpi degli sfottò e delle velenose allusioni di Trump.

 

giorgia meloni al vertice nato di ankara foto lapresse 2

La premier sembra prendersi più margini per smarcarsi dal tycoon e per avvicinarsi agli europei, anche se alla fine rivela, con modi ruvidi, che non andrà lei ma Tajani alla cena dei Volenterosi per l'Ucraina che Emmanuel Macron ha organizzato a Parigi la sera del 13 luglio, alla vigilia della festa nazionale francese: «Stavolta, al sesto vertice in tre settimane e mezzo passo. Non c'è disimpegno ma neanche non me ne posso permettere uno sull'Italia». […]

giorgia meloni al vertice nato di ankara foto lapresse 4

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