RENZINOMICS ALL’ATTACCO - LA RESA DEI CONTI TRA RENZI E IL GOVERNINO LETTA SARÀ SULL’ECONOMIA (NELLA SPERANZA CHE IL PDL S’INCAZZI E STACCHI LA SPINA)

Claudio Cerasa per il Foglio

L'immagine migliore per rendere visibile la distanza che esiste oggi tra il governo di Enrico Letta e il Pd di Matteo Renzi è un piccolo pezzo di carta che gira da giorni tra i parlamentari vicini al sindaco di Firenze. Il pezzo di carta contiene alcuni calcoli che mettono insieme venti miliardi di euro.

E secondo i renziani quei venti miliardi potrebbero trasformarsi nel detonatore di una futura crisi di governo. Venti miliardi, già. Venti miliardi come le coperture che in questo momento mancherebbero a Palazzo Chigi per risolvere una questione destinata a diventare il passaggio chiave che le larghe intese dovranno superare per andare avanti e non perdere l'equilibrio: la legge di stabilità.

Negli ultimi giorni, in vista della presentazione del prossimo documento di economia e finanza (Def), a Palazzo Chigi, come da tradizione, sono arrivati molti e minacciosi segnali rispetto alla strada che il presidente del Consiglio e il ministro dell'Economia dovranno seguire per non mettere nei guai il proprio governo. Renato Brunetta, capogruppo del Pdl alla Camera, ha detto che se il governo non manterrà l'Iva così com'è non avrà più ragione d'esistere.

Giorgio Squinzi, leader di Confindustria, ha detto che intervenire sull'Iva non è prioritario e che invece la priorità si chiama taglio del cuneo fiscale. Susanna Camusso, segretario della Cgil, ha detto che il suo sindacato, se la legge di stabilità non porterà un taglio della tassazione su stipendi e pensioni, sarà costretto a riaprire una nuova stagione di mobilitazione unitaria.

Pier Paolo Baretta, capogruppo del Pd in commissione Bilancio alla Camera, ha detto che il governo dovrebbe ragionare su una patrimoniale di scopo, che riguardi tutti i cittadini, finalizzata a recuperare le risorse necessarie agli investimenti per il rilancio della nostra economia. E così via. Le polemiche preventive rispetto alla corretta dislocazione delle risorse relative alle leggi finanziarie sono da secoli un grande topos della letteratura politica, e i giornali ormai da anni raccontano le trattative sulla definizione del Def con la stessa intensità con cui i poemi greci di un tempo davano conto del ritorno a casa degli eroi dopo la fine della guerra di Troia (i Nostoi).

Ma questa volta, a differenza dei secoli scorsi, i margini per il governo sono più stretti di un tempo, il Def, prima di essere approvato in Parlamento, dovrà ricevere il bollino dell'Europa, lo spazio per sprigionare le varie forme di finanza creativa sarà ridotto e considerando la rigidità mostrata per esempio dal Commissario europeo per gli Affari economici e monetari (Olli Rehn) rispetto all'abolizione dell'Imu e rispetto alla proposta di congelamento dell'Iva è evidente che il classico topos letterario potrebbe trasformarsi in una piccola tragedia politica. Specie poi se i calcoli dei renziani dovessero risultare corretti. Già, ma cosa dicono questi calcoli?

Dicono questo, e vi riportiamo i calcoli tra virgolette: "Iva: 4 miliardi di euro. Imu: 4,6 miliardi di euro. Cassa integrazione in deroga, missioni estere, precari Pubblica amministrazione e altre spesse correnti: 5 miliardi di euro. Ticket sanitari: 2 miliardi. Ulteriori pagamenti dei debiti alle pubbliche amministrazioni in conto capitale: 5 miliardi. Totale circa venti miliardi". Venti miliardi. Ovvero i miliardi che il governo dovrebbe trovare entro il 16 ottobre, giorno in cui verrà consegnato il Def alla Commissione europea, per tenere in piedi l'esecutivo e continuare ad andare avanti (salvo concessioni dell'Europa sul tetto del tre per cento del deficit, che potrebbero dare un margine di manovra tra i sette e gli otto miliardi).

Che c'entrano in tutto questo Letta e Renzi? Che c'entra la battaglia combattuta tra il sindaco di Firenze e il presidente del Consiglio? C'entra nella misura in cui la discussione intorno alla legge di stabilità cadrà in un momento particolare per la vita del Pd: quando, cioè, il congresso sarà alle porte (8 dicembre), la campagna elettorale entrerà nel vivo (l'11 ottobre verranno presentate le candidature), i motori della Leopolda (27 ottobre) cominceranno a scaldarsi e quando nessuno dei candidati alla segreteria permetterà al Pdl di urlare ancora una volta "hip-hip urrà" su un provvedimento di natura economica del governo (come è successo con l'Imu).

Non lo farà nessuno. E non lo farà soprattutto il segretario in pectore del Pd: quel Matteo Renzi che il 12 ottobre a Bari darà il "la" alla sua campagna elettorale con un discorso (stile Lingotto veltroniano) che diventerà il cuore della sua mozione congressuale e che avrà al suo centro la vera arma con cui il sindaco proverà ad asfaltare i suoi avversari di partito e i suoi competitor di governo: l'economia.

E in effetti la battaglia tra Renzi e Letta girerà attorno a questo tema: il sindaco presenterà una proposta di spending review alternativa a quella non ancora presentata dal governo, proporrà un piano per rendere più efficiente la spesa pubblica, sceglierà una delle proposte arrivate dai suoi collaboratori per far avere più soldi in busta paga ai lavoratori, proporrà una possibile riforma del fisco e cercherà di sedurre il fronte sinistro del partito puntando anche sul tema dell'Imu, una tassa che, secondo Renzi, le fasce di reddito molto alte dovrebbero pagare per poter finanziare alcuni investimenti produttivi (ed è questa l'unica forma di patrimoniale che il sindaco di Firenze ha intenzione di proporre nel corso della sua campagna elettorale).

Economia, economia, economia. Il cuore della sfida tra Renzi e Letta sarà questo. Renzi, non a caso, su questo versante sta rafforzando la sua squadra di collaboratori (per ora composta tra gli altri da Yoram Gutgeld, Enrico Morando e nei prossimi giorni anche da Tommaso Nannicini) e non è neppure un caso che da qualche settimana a questa parte il sindaco abbia scelto di stuzzicare il governo dell'amico Enrico proprio sulla questione dei conti in regola.

Lo ha fatto martedì scorso a Roma al Tempio di Adriano, quando ha rimproverato il governo di non essere sufficientemente cazzuto sulle riforme strutturali ("la Spagna, forse in condizioni peggiori delle nostre, ha avviato riforme serie e radicali. Questo è il cambiamento che serve alla sinistra").

E lo ha fatto sabato scorso dal palco dell'Auditorium della Conciliazione, sempre a Roma, durante l'assemblea nazionale del Pd, quando ha rimproverato "Enrico" di non essere sincero rispetto alla questione del possibile sforamento del deficit ("dire che lo sforamento del deficit è colpa dell'instabilità è ingiusto: Enrico abbia più coraggio e rimoduli i patti con l'Ue o riveda provvedimenti come l'abolizione dell'Imu").

Mettere il proprio timbro sull'economia, è il ragionamento dei renziani, è il modo migliore per evitare che il Pdl continui a essere il mattatore mediatico di questo governo. Ma dall'altra parte, sospettano i lettiani, mostrare la propria intransigenza sulle concessioni economiche fatte al Pdl non è solo il modo migliore per evitare che questo governo firmi dei compromessi che potrebbero premiare il centrodestra e punire il centrosinistra; ma è anche il modo migliore per costringere i berlusconiani a staccare la spina al governo Letta, con l'accusa del governo che vuole mettere solo tasse-tasse-tasse.

E il fatto che i renziani stiano facendo i calcoli su quanto siano "irricevibili" le proposte che il centrodestra considera invece "fondamentali" per far andare avanti il governo giustifica in qualche modo il presidente del Consiglio ad avere quella sensazione lì: di vivere ogni giorno come se il coltello dell'amico Matteo fosse pronto a pizzicarlo alle spalle.

All'interno di questa resa dei conti (conti intesi come economici, politici e familiari) tra Renzi e Letta esistono anche altri ingredienti importanti che messi in fila uno accanto all'altro possono aiutare il lettore a capire quali sono i termini della sfida tra i due gemelli diversi della sinistra italiana.

Una sfida che i due demo-toscani del Pd hanno provato a evitare, a rinviare e a scongiurare; e una sfida che i due hanno provato a disinnescare nei tre incontri privati avuti da fine aprile a oggi (23 aprile, a Roma; 15 maggio a Roma; 8 giugno a Firenze); ma una sfida che oggi esiste, eccome se esiste, e che è fatta sia di elementi razionali sia di elementi irrazionali che si vanno a mescolare tra loro generando un clima di sospetti incrociati, spesso giustificati ma spesso anche ingiustificati, in cui la battaglia politica è anche una battaglia psicologica.

Dove ogni gesto di Letta viene interpretato da Renzi come se fosse la punta dell'iceberg di un complotto organizzato per fotterlo. E dove ogni parola di Renzi viene interpretata da Letta come se fosse il segnale evidente di una volontà incontrollabile di rottamare il governo. E così, da un lato, i renziani sostengono con convinzione che le scene vissute sabato scorso durante l'assemblea del Pd non siano state affatto casuali - generate magari dalla confusione di un partito in balìa delle correnti - ma siano state invece il riflesso di una battaglia politica combattuta tra chi voleva abbandonare la vocazione maggioritaria del Pd, distinguendo il ruolo di segretario del partito da quello di candidato premier, e chi voleva invece salvarla.

Dall'altro lato i lettiani sostengono invece che l'unico obiettivo di Renzi oggi è diventare il pivot del fronte sinistro alternativo alle larghe intese. E per questo la squadra del presidente del Consiglio crede poco al Renzi che in privato dice di non voler far saltare il governo, di non voler far cadere l'amico Enrico, di non voler rottamare il governo, di aver capito che le macerie del Pd questa volta cadrebbero anche sul suo corpo; e crede invece al Renzi che in pubblico non riesce a fare a meno di trattenersi, di seguire l'istinto, di lisciare il pelo all'anima anti grancoalizionista del suo Pd.

Quello che un giorno dice che Letta è troppo attaccato alla seggiola (12 settembre), un giorno dice che Letta non può vivacchiare (30 maggio), un giorno dice che Letta deve fare un governo di larghe vedute e non di piccoli interessi (23 settembre), un giorno dice che Letta deve essere più coraggioso (12 settembre), un giorno dice che Letta non deve cercare alibi fuori dal Parlamento (7 agosto), un giorno dice che Letta non deve essere rancoroso (23 settembre), un giorno dice che Letta non deve trasformare le larghe intese in lunghe attese (30 maggio), un giorno dice che Letta deve smetterla con le mezze parole (7 agosto), un giorno dice che Letta non può trasformare l'instabilità in una scusa per declinare la politica del rinvio (21 settembre) e un giorno dice che Letta fa parte di un gruppo dirigente rancoroso che vuole rinviare congresso e primarie (23 settembre).

Ecco. I consiglieri del sindaco dicono che non c'è nessun dolo nelle parole di Renzi, che il problema è che "Matteo a volte non si trattiene", e che "Matteo non vuole seguire la strada di Veltroni". Le cose magari staranno così. Ma di fatto il bombardamento quotidiano a cui "Matteo" sottopone il governo dell'amico Enrico può anche essere motivato dal sospetto che Letta voglia tirare per le lunghe un governo che non riesce a governare come si deve. Ma a lungo andare rischia davvero di orientare il percorso di Renzi nello stesso identico tragitto che tra il 2007 e il 2008 percorse Walter Veltroni ai tempi del governo Prodi.

"E' una questione ormai di pelle, di contatto fisico, di epidermide, di incompatibilità ambientale", confessa un lettiano seduto a due passi da Montecitorio di fronte a un piatto di spaghetti Udon al pollo e ai gamberi, "ma sta di fatto che tra Enrico e Matteo non c'è più possibilità di accordo: i loro percorsi, che a un certo punto sembravano due rette parallele che non si incontravano mai, oggi hanno cambiato direzione, e noi tutti vediamo che sono lì pronte a incrociarsi da un momento all'altro, come se fossero due lame. Ed è ovvio che ora Enrico debba prendere le sue contromisure, e capire che cosa fare".

"Capire cosa fare", in questa fase, significa due cose. La prima riguarda l'attività del governo e riguarda, ancora, la legge di stabilità: Letta è consapevole che quel passaggio sarà decisivo, è convinto che ci siano margini per trovare un compromesso, crede sia giusto avere una garanzia preventiva sulle intenzioni dei due partiti (e per questo ha chiesto una verifica) ma sa che gli sfascisti di destra e sinistra seguono l'appuntamento con lo stesso spirito degli avvoltoi: e basta un passo falso, di qua o di là, per aprire le ali e fiondarsi sulla carcassa. E per questo, ragiona Letta, bisogna anche prepararsi al dopo.

"Se conosco Enrico", racconta il lettiano con cui abbiamo pranzato qualche giorno fa, mentre infila in bocca una porzione di Uramaki al tonno, "nel momento in cui dovesse capire che l'accordo politico non c'è, e che gli avvoltoi vogliono avventarsi sul governo, sarà lui a staccare la spina un minuto prima che lo facciano gli altri.

E a quel punto potrebbe anche decidere di candidarsi alle elezioni. Il consenso di Enrico è alto, e anche quello di Renzi, ma Matteo, seguendo il percorso che ha preso, rischia di essere maggioranza della sinistra e minoranza del paese. E se il Pd un giorno vorrà trovare un candidato in grado di conquistare e rubare elettori anche al centrodestra non è detto che quel candidato sia necessariamente lui".

Al clima d'assedio vissuto nelle ultime settimane da Letta vanno aggiunti anche altri ingredienti che hanno contribuito alla trasformazione del presidente del Consiglio in un premier che giorno dopo giorno si ritrova sempre più distante dal suo partito - quasi come fosse diventato ormai una sorta di primo ministro tecnico. Gli ingredienti hanno il volto di due importanti esponenti del Pd che da qualche tempo i lettiani osservano con un filo di sospetto, senza riuscire a capire bene la loro partita e senza riuscire a capire bene se la fedeltà al governo sia una bandiera dietro la quale si nasconde qualcos'altro.

La prima bandiera coincide con il nome di Guglielmo Epifani. La seconda bandiera coincide con il nome di Dario Franceschini. Per quanto riguarda Epifani, il segretario del Pd è da sempre in ottimi rapporti con Letta e il presidente del Consiglio si è sempre fidato di lui. Ma dal giorno di quell'intervista rilasciata al Corriere della Sera (7 agosto) sul caso decadenza del Cavaliere (quella in cui Epifani disse che per Berlusconi non ci sarebbe stata nessuna via d'uscita e che il Pd avrebbe chiesto il rispetto della legalità anche a costo di far saltare le larghe intese) il presidente del Consiglio ha cominciato a sospettare che Epifani abbia tentato di forzare la mano per costringere gli alleati-avversari a staccare la spina del governo. Un tentativo, forse solo quello, ma il sospetto è rimasto nella testa del premier. Per quanto riguarda Franceschini, invece, il discorso è più complicato.

L'ex segretario del Pd aveva effettivamente concordato con Letta la mossa di sostenere al congresso il sindaco di Firenze, e il presidente del Consiglio era d'accordo con l'idea di creare un canale di collegamento tra Palazzo Chigi e Palazzo Vecchio. Ma l'uscita del ministro dei Rapporti con il Parlamento è avvenuta con una modalità sospetta: Letta non era stato informato della tempistica e dei modi dell'endorsement, Franceschini si è sbilanciato nel sostegno a Renzi e il presidente del Consiglio non è riuscito a non pensare che la mossa concordata si sia trasformata in qualcosa di diverso: legata più al futuro del ministro che al futuro del governo.

La battaglia di nervi tra Renzi e Letta - che i rispettivi staff combattono anche a colpi di sondaggi, con quelli che ti segnalano che Enrico ha un consenso nel centrodestra che Matteo se lo sogna e con quelli che ti segnalano invece che Matteo ha un consenso così grande nel paese che Enrico se lo sogna di scendere in campo e sfidarlo davvero - si trascinerà ancora per molte settimane e avrà un suo impatto anche sulle ore che precedono la direzione di venerdì prossimo, quando finalmente il Pd certificherà le regole d'ingaggio relative alle primarie per la segreteria del Pd.

Sullo sfondo di questa battaglia ci saranno, ovviamente, le meccaniche del congresso, e ci sarà qualcuno che proverà a dimostrare che non c'è il tempo necessario per celebrare le primarie a inizio dicembre. Le date però ormai sembrano essere scandite: si voterà l'otto dicembre, si voterà in piena discussione sulla legge di stabilità e si voterà insomma in un momento in cui il Pd, come si dice in questi casi, sui temi di politica economica promette di non fare sconti.

Letta naturalmente proverà a tenere insieme i tasselli del puzzle ma il presidente del Consiglio sa che sarà quella la fase in cui il suo governo capirà che fine farà. E sa anche che, incassata l'elezione alla segreteria, passaggio che Renzi considera fondamentale per non fare la fine di Prodi, il sindaco potrebbe non avere più grandi freni inibitori.

"Superare la legge di stabilità - è il ragionamento dei lettiani - significa superare un ostacolo forse persino superiore a quello legato alla decadenza di Berlusconi. E superare la legge di stabilità significherebbe anche non dare pretesti per far cadere il governo, ed evitare di andare a votare in primavera". Il voto in primavera, già.

L'obiettivo di Renzi resta quello. Elezioni a febbraio o marzo. Lontano dai microfoni i rottamatori ormai lo dicono esplicitamente. Ed è vero che sono gli stessi che promettono di non voler far cadere il governo. Ma è anche vero che sono gli stessi che assicurano una cosa semplice: "Che se il governo andrà in debito d'ossigeno non saranno certo loro quelli che porteranno a Palazzo Chigi le bombole per respirare ancora". Come dire, più chiaro di così...

 

LETTA E RENZI LETTA-RENZILETTA-RENZILETTA-RENZIMANIFESTAZIONE PDL A VIA DEL PLEBISCITO AGOSTO RENATO BRUNETTA NITTO PALMA GIORGIO SQUINZI E CECCHERINI A BAGNAIA Susanna Camusso Nicola Zingaretti Olli Rehn olli rehnEnrico Morando Laura Boldrini e Walter Veltroni Walter Veltroni e Laura Boldrini Guglielmo Epifani Guglielmo Epifani Guglielmo EpifaniLaura Boldrini e Guglielmo Epifani

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