1. IL PRIMO ARTICOLO DI GIANCARLO PERNA PER “LIBERO” DOPO IL SILURAMENTO DAL “GIORNALE” E’ UN RITRATTONE AL VETRIOLO DEL CHIERICHETTO ACIDO ENRICO LETTA 2. “OGNI TANTO È AVVISTATO COME UN UFO MA MAI NEI PALAZZI ITALIANI. NON GLI E’ ANDATO GIU’ IL VOLTAFACCIA DI CHI GLI DOVEVA ONORI E PREBENDE COME ALFANO” 3. “ANGELINO L’HA SCARICATO SENZA BATTERE CIGLIO, COME FRANCESCHINI, LORENZIN E LUPI. E' STATO DEFENESTRATO SENZA RIMPIANTI. NON ERA L'UOMO PER GLI ATTUALI TEMPI DURI E DELLE DECISIONI VERE. IL SUO VIZIO È NON ASSUMERE POSIZIONI NETTE E DI QUESTO ANGUILLISMO È RESPONSABILE IL GENE PROPRIO DEI LETTA: IL LETTOLIN, UNA VASELINA DI FAMIGLIA CHE IMPEDISCE AI SUOI MEMBRI DI PARLARE CHIARO” 4. “LA RISPOSTA È ANTICA: CHI NON HA IL CORAGGIO, NON SE LO PUÒ DARE. E LETTA NON CE L'HA”

Giancarlo Perna per “Libero quotidiano”

ENRICO LETTA GIOCA A CALCIO ENRICO LETTA GIOCA A CALCIO

 

Con lo sdegno di chi ha subito un torto irrimediabile, Enrico Letta è sparito dalla circolazione. Ogni tanto è avvistato come un ufo: sul monte Testaccio nei pressi della sua abitazione romana, a Parigi per un ciclo di lezioni a Science Po, a Bruxelles per brigare una carica Ue. Mai però nei Palazzi italiani per i quali nutre ora un'indomabile idiosincrasia. Il suo è il caso di indignazione più simile a quello di Achille Occhetto che, giusto vent'anni fa, Uscì di scena col medesimo cipiglio da Cincinnato. Entrambi vittime di tradimenti maturati tra gli ex comunisti.

 

A fare le scarpe a Occhetto fu Max D'Alema nell'identico modo subdolo con cui Matteo Renzi ha defenestrato Letta: sorriso sulle labbra e coltello tra i denti. Allora come adesso, il partito -ieri Ds, oggi Pd- si è schierato subito col golpista, per l'antica consuetudine di stare dalla parte del vincitore. Proprio questo a Letta non è andato giù: l'istantaneo voltafaccia di chi gli doveva onori e prebende.

 

ENRICO LETTA IMPEGNO FOTO LAPRESSE ENRICO LETTA IMPEGNO FOTO LAPRESSE

Il suo vice premier Ncd, Angelino Alfano, che senza una piega è passato armi e bagagli con Renzi continuando a godersi il Viminale. Neppure l'accenno di una resistenza. Come se Letta fosse un ectoplasma. Cancellati la comune militanza nei giovani della Dc, gli incontri di VeDrò in quel di Trento, ecc. Idem, Beatrice Lorenzin e Maurizio Lupi. «Eppure, per stare con me, hanno rotto con Berlusconi. Vorrà pure dire qualcosa», si sarà chiesto allucinato il povero Enrico. E che dire allora di Dario Franceschini, l'ex popolare del Pd, suo braccio destro a Palazzo Chigi?

ENRICO LETTA  DOHA  EMIROENRICO LETTA DOHA EMIRO

 

 Avendone la massima fiducia lo aveva fatto ministro per i Rapporti col Parlamento, con il compito di prevenire gli agguati al governo dell'inquieto Pd. Per mesi, Dario ne incontrò i dirigenti per ammansirli e continuò a incontrarli quando alla segreteria giunse l'uragano Renzi. Tanto che a Letta pareva tutto come prima. Rimase perciò di sasso quando in febbraio, di ritorno dalla capatina alle Olimpiadi di Soci, intuì che il suo governo era al capolinea.

 

GIANNI LETTA E ENRICO LETTA GIANNI LETTA E ENRICO LETTA

Capì allora che Franceschini si era visto con i renziani non per tutelarlo ma per assicurarsi il futuro. Stando alle cronache ci fu tra i due un redde rationem a Palazzo Chigi. Da un lato, Letta furibondo: «Io ti ho creduto, Dario, quando giuravi che quelle riunioni le facevi per il mio governo. Scopro invece che trattavi per un governo Renzi. Mi hai pugnalato alle spalle». Dall'altro Franceschini, fintamente contrito, che si stropicciava la barba rabbinica, pregustando la poltrona di ministro dei Beni Culturali concordata con Renzi. Dunque, via da questa gente e dall'Italia. Non resta che l'Europa.

 

ANGELINO ALFANO ENRICO LETTA GREAT GATSBY ANGELINO ALFANO ENRICO LETTA GREAT GATSBY

La grande passione di Enrico. Della quindicina di volumi scritti nei suoi 48 anni di vita (taglia il traguardo il 20 agosto), tredici sono dedicati all'Ue. Ne è innamorato perso, come lo è della sua moneta. A uno dei suoi libri ha dato un titolo da fanatico: «Euro sì. Morire per Maastricht». Funesto progetto applicato alla lettera nei suoi dieci mesi di governo durante i quali ha moltiplicato i danni già causati da Mario Monti e spalancato il baratro in cui Renzi, chiacchierando, ci sta infilando tutti. Per questi meriti, Letta è tenuto in palmo di mano dagli eurocrati dalle cui nebbiose capitali rimbalzano a Roma le uniche voci su di lui.

 

MATTEO RENZI E LA BOMBA A ENRICO LETTA MATTEO RENZI E LA BOMBA A ENRICO LETTA

L'ultima, di una settimana fa, lascia intendere che il premier inglese Cameron lo vorrebbe presidente del Consiglio europeo. Letto il Financial Times a Renzi è venuto un coccolone. Avere Letta tra i piedi gli fa venire l'orticaria e ha subito precisato: «Il suo nome non è mai stato fatto. Né negli incontri ufficiali Ue, né nei pourparler».

 

ENRICO LETTA ENRICO LETTA

La voce si è così spenta sul nascere ed Enrico è di nuovo sparito dai radar. Letta si era preparato tutta la vita a diventare primo ministro. Viene da una famiglia ramificata e colta. Giorgio, il padre matematico, è accademico dei Lincei. Ha fatto le prime scuole a Strasburgo, imparando il francese alla perfezione. Conosce altrettanto bene l'inglese e, tornato a Pisa dov'è nato, si è laureato in Scienze politiche.

 

ENRICO LETTA CON MATTEO RENZI ENRICO LETTA CON MATTEO RENZI

A 32 anni, nel 1998, è stato il ministro più giovane della storia repubblicana, bruciando il record di Giulio Andreotti che lo era stato a 35. Poi, dopo i precoci successi, ha avuto una battuta d'arresto di quattordici anni. Ma ha saputo aspettare, come i grandi predestinati. Finché, smaltite le cariatidi, Prodi e Berlusconi, è venuto il suo turno di salire a Palazzo Chigi nell'aprile 2013. Pensava, per dottrina e anagrafe, di durare trent'anni come Giolitti. Invece, quasi venuto dal nulla, Renzi gli ha sfilato la poltrona in pochi mesi.

 

ENRICO LETTA DA GIOVANE ENRICO LETTA DA GIOVANE

Il trionfo dell'improntitudine sulla serietà. Letta si è sentito come un senatore dell'antica Roma pugnalato da un misero liberto siriaco sfuggito per caso alla sua sorte plebea. E' stato defenestrato, tra l'altro, senza suscitare rimpianti. Stava dando, infatti, il peggio di sé. Non era l'uomo per gli attuali tempi duri e delle decisioni vere -euro sì o no, questa Ue o tutt'altra- che qualcuno in Italia dovrà pur prendere. Enrico era il perfetto primo ministro dc d'antan, quelle delle epoche normali, intercambiabile con altri.

 

Peggio che perdere il treno, è prendere il treno sbagliato. E proprio questo è accaduto a Letta. Benché si consideri possessore di balls of steel, il suo vizio di fondo è non assumere posizioni nette. Basta scorrerne le interviste. Come giudica l'immigrazione selvaggia?

 

«Giusto combattere quella clandestina, ma dobbiamo integrare gli altri», rispose come la sora Maria. Perché l'ascesa delle donne è ostacolata? «Questo è un argomento spinoso, quasi una tragedia», fu la sua replica illuminante come una lampadina fulminata. Di questo anguillismo è responsabile il gene di famiglia. Lo stesso del suo illustre zio, Gianni, il cauto ambasciatore del Cav che fu detto in gioventù “Zolletta” per la mielosità del carattere ma prendendo spunto dalla circostanza reale che il suo primo impiego fu in uno zuccherificio dell'avezzanese (di cui sposò la proprietaria).

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Come ho già rivelato altrove, il gene proprio dei Letta è il Lettolin, una vaselina di famiglia che impedisce ai suoi membri di parlare chiaro. Enrico ne è invaso. Tanto che da primo ministro fece lo gnorri quando la magistratura maramaldeggiava con l'infelice Berlusconi che pure appoggiava -Dio lo perdoni- il suo governo. «In Italia non c'è affatto un problema di giustizia», dichiarò senza ridere mentre le toghe gli maciullavano l'alleato per la famosa evasione che ne causò l'espulsione dal Parlamento e la grottesca condanna ai servizi sociali.

 

Di qui, la decisione di Fi di abbandonare Letta lasciandolo alla mercé di Renzi. Bastava, per salvarsi, che Enrico esprimesse solidarietà o chiedesse a voce alta perché altri evasori, veri o presunti, da Carlo De Benedetti ad Alessandro Profumo, non abbiano rischiato né la galera né la privazione dei diritti politici. E sapete perché non si fece uscire un fiato? La risposta è antica: chi non ha il coraggio, non se lo può dare. E Letta non ce l'ha.

LETTA CON ELMETTOLETTA CON ELMETTOenrico letta enrico letta

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