SI AVVICINA LO SCONTRO FINALE TRA PALAZZO CHIGI E ARCORE – SI RISCHIA UN NUOVO CLAMOROSO “INCIDENTE” IN PARLAMENTO: LA PROSSIMA SETTIMANA FORZA ITALIA DIRÀ NO ALL’EMENDAMENTO SULLE INTERCETTAZIONI. È STATA GIORGIA MELONI A FAR SALTARE ALL’ULTIMO LA TREGUA TENTATA DA MANTOVANO. LA DUCETTA NON VUOLE DARE L’IMPRESSIONE CHE MARINA BERLUSCONI DETTI LA SUA AGENDA (PREFERISCE FARSELA IMPORRE DA VANNACCI?) – IN BALLO C’È ANCHE LA QUESTIONE LEGGE ELETTORALE: L’UNICA SPERANZA PER LA DUCETTA È LA RUSSA, CHE POTREBBE RALLENTARE LA RIFORMA E DARE RESPIRO ALLA MAGGIORANZA – LA CHIAMATA NOTTURNA A MARINA BERLUSCONI CON “VAFFA” FINALE E LE SUPERCAZZOLE DI TAJANI: IL DAGOREPORT
DAGOREPORT – A PALAZZO CHIGI ALEGGIA DAVVERO UN CLIMA DA FINE IMPERO - AL VERTICE DI MARTEDÌ SCORSO IL NERVOSISMO DI GIORGIA MELONI HA SUPERATO LA SOGLIA DI GUARDIA, ACCUSANDO PESANTEMENTE SALVINI E TAJANI DI “TRADIMENTO” SULLE PREFERENZE (SE L’EMENDAMENTO VENISSE BOCCIATO ANCHE AL SENATO, LA “SFI-DUCETTA” DELLA CAMERA DIVENTEREBBE UNA CATASTROFICA "SFI-DUCIONA") - IL LEGHISTA HA SUBITO SMOLLATO LA PATATONA BOLLENTE SU FORZA ITALIA. L’EX MONARCHICO DI FERENTINO, FINO A IERI FEDELE ‘’CAMERIERE’’ DELLA DUCETTA, HA RIFILATO IL SOLITO BLA BLA DI SUPERCAZZOLE CON SCAPPELLAMENTO AI “VALORI DEL BERLUSCONISMO DA DIFENDERE'' – LA VERITÀ È CHE NÉ SALVINI NÉ TAJANI RIESCONO A CONTROLLARE I LORO PARLAMENTARI, AL PUNTO CHE LA MELONI, DISPERATA, AVREBBE CHIAMATO MARINA BERLUSCONI - LIQUIDATA DALLA ''CAVALIERA'' CON “NON HO AUTORITÀ SULLE SCELTE DEL PARTITO”, “IO SO’ GIORGIA” AVREBBE CHIUSO CON UN MINACCIOSO: “ME LO RICORDERÒ…”
MELONI SEGNALE AD ARCORE LITE SU GIUSTIZIA E PREFERENZE RESA DEI CONTI IN PARLAMENTO
Estratto dell’articolo di Tommaso Ciriaco per “la Repubblica”
È stufa, raccontano. Di mediare e mettere la faccia su compromessi improponibili. Di porgere la guancia all'alleato inquieto: si scrive Forza Italia, si legge Arcore. E d'altra parte, quando a Palazzo Chigi denunciano l'instabilità di queste settimane, pronunciano sempre e solo un nome: Marina Berlusconi.
Bisogna dunque far capire che il passo successivo porta al precipizio. E quindi, salvo mediazioni su cui al momento nessuno può scommettere, l'Aula del Senato potrebbe assistere la prossima settimana a un clamoroso testacoda: i meloniani e i leghisti voteranno l'emendamento sulle intercettazioni assieme ai cinquestelle, mentre gli azzurri diranno di no.
Fine di una maggioranza? Dipende: i senatori di FI sosterranno comunque il decreto nel voto finale, tentando di ridimensionare tutto a un normale incidente di percorso. Anche se tutti sanno che non è così: traballa il governo. O meglio: sbanda.
Giorgia Meloni Antonio Tajani Matteo Salvini 3
Se le divisioni tattiche arrivano fin nel cuore di Palazzo Chigi, significa che la situazione è davvero a un passo dal punto di non ritorno.
Quanto successo tra pomeriggio e sera di mercoledì 22 luglio, una data che il melonismo ricorderà a lungo, ne è conferma indiscutibile. All'ora del tè Alfredo Mantovano autorizza una tregua nel centrodestra sulle intercettazioni: la norma finirebbe in un altro decreto, da varare in agosto, e nessuno si farebbe troppo male. Quando però su Roma scende il buio, un paio di telefonate cambiano lo scenario: Colosimo e Fazzolari bloccano tutto.
Col trascorrere delle ore, si comprendono i contorni. E soprattutto, chi ha deciso: Meloni.
[…] La leader non vuole dare l'impressione che Forza Italia possa bloccare ogni decisione e rallentare ancora l'esecutivo. Manda quindi un segnale ad Arcore. Anche perché la partita si incrocia con quella, vitale, della legge elettorale. Lì il terreno è ancora più scivoloso, perché ripetere l'incidente sulle preferenze già consumato alla Camera equivarrebbe a sancire davvero la fine della maggioranza.
Nelle ultime ore, Meloni è stata chiara con Antonio Tajani: fammi sapere entro metà della prossima settimana cosa intendete fare al Senato.
Lì il gruppo azzurro è controllato da Stefania Craxi, che risponde direttamente a Marina Berlusconi. Ieri il vicepremier azzurro ha ammesso la realtà: «Sul tema delle preferenze ci saranno degli emendamenti, li valuteremo, ne parleremo e i gruppi decideranno in piena libertà sul da farsi».
ignazio la russa partita del cuore 2026 foto lapresse
Quello che il ministro non anticipa è che prenderà parte alla riunione, personalmente. E che proverà a spiegare ai suoi senatori che le liste bloccate esporrebbero la riforma elettorale a una probabile bocciatura della Consulta, come ripete spesso ai suoi interlocutori anche Ignazio La Russa.
È uno snodo decisivo, questa riunione di gruppo, perché apre due possibili scenari. Se Craxi va alla conta interna e la vince — tecnicamente, gode della maggioranza — mette la premier di fronte al dilemma: forzare rischiando una crisi oppure, ipotesi vagliata nelle ultime quarantotto ore, fermarsi clamorosamente.
Pier Silvio e Marina Berlusconi
Niente legge elettorale, denuncia di uno stallo e ognuno ad assumersi le responsabilità dei veti. Potrebbe addirittura convenirle, perché mantenendo il Rosatellum non si obbligherebbe a un accordo con Roberto Vannacci, secondo i sondaggi fondamentale per provare a vincere.
Consapevole dei rischi, proprio La Russa lavora a imporre una soluzione di compromesso che rallenterebbe almeno un po' il percorso della riforma e, dunque, il momento della verità.
Due le strade possibili.
ROBERTO VANNACCI SI TUFFA IL PRIMO GENNAIO A VIAREGGIO
La prima: termine degli emendamenti in commissione a inizio agosto, ma avvio dei voti a inizio settembre. La seconda: termine il 31 agosto, votazioni comunque nella prima settimana di settembre. In quest'ultimo scenario, la destra si garantirebbe trenta giorni per capire se presentare emendamenti e forzare la mano. Per decidere, soprattutto, se e quanto lo scontro tra Palazzo Chigi e Arcore debba segnare davvero la coda della legislatura.
ignazio la russa giorgia meloni e roberti vannacci video dell account robertus vannaccius
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