donald trump xi jinping guerra iran

“TRUMP GIOCA A POKER, L'IRAN A SCACCHI, LA CINA A WEI-K'I” – PER L’AMBASCIATORE ETTORE SEQUI NELLA GUERRA TRA USA E IRAN E NEL PERCORSO CHE HA PORTATO ALL’AVVIO DEI NEGOZIATI IN PAKISTAN “SI SONO CONFRONTATE TRE CULTURE STRATEGICHE, CORRISPONDENTI A TRE DIVERSI GIOCHI” – UN QUADRO IN CUI EMERGE IL SOFT POWER DEL DRAGONE, MENTRE ESCE RIDIMENSIONATO QUELLO DELLO ZIO SAM, CHE “ORA SI TROVA SOLO CON L'HARD POWER, CHE NON BASTA” – “CHI SICURAMENTE NON STA VINCENDO SONO GLI STATI UNITI. LA CINA È UN VINCITORE STRATEGICO: SENZA ESPORSI, HA CONTRIBUITO A EVITARE UNO SHOCK GLOBALE, HA PROTETTO I SUOI INTERESSI ENERGETICI E…”

Estratto dell’articolo di Giulia Belardelli per www.huffingtonpost.it

 

DONALD TRUMP E XI JINPING

Nella guerra tra Stati Uniti e Iran e nel percorso che ha portato all’avvio dei negoziati in Pakistan “si sono confrontate tre culture strategiche, corrispondenti a tre diversi giochi”. “Donald Trump ha cercato di imporre la logica del poker; l'Iran ha cercato di sopravvivere con la logica degli scacchi; la Cina ha lavorato per modificare l'ambiente e la geometria della crisi con il Wei-k'i”.

 

Ettore Sequi, ex segretario generale della Farnesina ed ex ambasciatore in Cina, usa questa metafora per descrivere il comportamento di Stati Uniti, Iran, Cina nella grande crisi da cui dipenderanno gli equilibri del mondo.

 

[…]

 

Partiamo da Trump. Perché il suo gioco è il poker?

ettore sequi foto di bacco

È stato lo stesso Trump, quando ha iniziato a dire che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky non aveva "le carte" per negoziare, a sdoganare l’idea del poker. Il poker è il regno dell'informazione incompleta: ogni giocatore conosce le sue carte, ma non quelle degli avversari.

 

È un gioco d'azzardo calcolato che si basa su elementi come il bluff, la pressione psicologica, il rilancio - tutti molto visibili nella tattica di Trump.

 

Gli Stati Uniti hanno agito soprattutto nella logica del poker, con un ampio ricorso a penultimatum, escalation verbale e minacce di colpi devastanti, alla ricerca di un risultato rapido, visibile e utilizzabile come trofeo anche all'interno degli Stati Uniti. È una logica che ritroviamo anche nel formato della tregua, secondo gli americani: due settimane di negoziati a porte chiuse, una mano veloce e con informazioni limitate, come nel poker.

 

Qual è, invece, il gioco dell’Iran?

donald trump e xi jinping meme by edoardo baraldi

Il gioco dell'Iran è quello degli scacchi, che non a caso sono nati in Persia (la parola deriva dal persiano shah, che significa "re"). Negli scacchi, l'obiettivo è proteggere il re, ovvero la Guida Suprema (non la persona in sé, ma l'istituzione).

 

Per il regime iraniano, questa è una guerra esistenziale, dove la posta in gioco è la sua sopravvivenza. Gli scacchi sono un gioco in cui conta la posizione e non l'illusione, in cui tutto è visibile sulla scacchiera, contrariamente al poker.

 

Ogni mossa si lega alle precedenti e anche a quelle successive, ed è previsto che vengano sacrificati dei pezzi per difendere il re. Alla fine, è un gioco di resistenza: si assorbono gli attacchi, si perdono degli asset non vitali, si cerca di gestire il tempo e di prolungare la partita per evitare una sconfitta […]

 

stretto di hormuz - petrolio e gas

Queste differenti logiche valgono anche per i negoziati?

Direi di sì. Teheran affronta la tregua con lo stesso spirito: vuole salvare il nucleo della posizione (gli aspetti negoziali che conosciamo) e obbligare l'avversario a una partita lunga, sapendo che Trump è sotto la pressione dei mercati e dell'opinione pubblica.

 

E i cinesi, a che gioco giocano?

produzione di petrolio in iran

La logica della Cina, attraverso il Pakistan, ricalca il gioco del Wei-k'i (anche conosciuto come Go). Il gioco consiste nel circondare il nemico, nell'avvilupparlo nella seta senza che neanche se ne accorga.

 

Nel Wei-k'i ci sono lo spazio e l'influenza, non esiste un centro decisivo, non si punta a distruggere un pezzo chiave, ma si piazzano tante pietruzze bianche e nere (anche alle periferie) per circondare l'avversario. Il Pakistan è stato quello che nel Wei-k'i è la pietra laterale, che sembra secondaria ma in realtà, collegandosi con le altre, trasforma l'intero equilibrio.

 

Cosa punta a ottenere Pechino con questa mano di Wei-k'i?

pasdaran iraniani

La Cina intanto non si è esposta. Pechino, che pure aveva fatto un po' di provvista di petrolio, comunque importa il 40% del suo fabbisogno di petrolio dal Golfo. Il Pakistan sta messo peggio - circa l'80% delle sue importazioni di petrolio arrivano da lì.

 

Pechino non ha cercato il colpo di teatro, ma si è adoperata per creare connessioni, usando pedine anche periferiche, come il Pakistan. Per la prima volta, abbiamo avuto una asiatizzazione del negoziato mediorientale. La Cina ha mantenuto comunicazioni un po' con tutti, disponendo tutte le pietre in modo che gli altri si sono trovati avviluppati in questa trama.

 

Quali sono i vantaggi per la Cina?

xi jinping la cina e l intelligenza artificiale

Dal punto di vista cinese, non è soltanto un problema di accesso al petrolio del Golfo, ma è anche la valorizzazione di alcuni obiettivi che strategicamente Pechino sta cercando di conseguire: acquisire un peso specifico di carattere geopolitico e apparire come una potenza prevedibile, pacifica e responsabile. Sul piano del soft power, più gli Stati Uniti appaiono impulsivi, più la Cina ci guadagna.

 

Ha senso provare a dire chi vince e chi perde, dato che parliamo di tre giochi diversi?

Secondo me, possiamo dirlo con ragionevole approssimazione. Chi sicuramente non sta vincendo sono gli Stati Uniti: sono entrati in guerra in una situazione in cui da Hormuz si transitava senza problemi, mentre oggi siamo in un punto in cui lo Stretto non è solo bloccato, ma l'Iran si è proposto come soggetto capace di gestirlo (le navi entrano a seconda di chi le manda, e comunque entrano con un balzello, con il paradosso che il regime ci guadagna anche).

 

Possiamo dire che questa guerra, iniziata sotto l'ombra dell'uranio arricchito, si è trasformata in una guerra sistemica sotto l'ombra del petrolio.

 

E gli iraniani?

nave attraversa lo stretto di hormuz

Anche gli iraniani non stanno vincendo, ma in un modo meno pesante rispetto agli Usa. L'Iran è stato gravemente colpito e indebolito, la sua classe dirigente è stata falcidiata, ma ha avuto sostanzialmente un riconoscimento del proprio ruolo tramite il controllo di Hormuz e i relativi proventi.

 

Se il regime sopravvive, si pone in una posizione più centrale di prima nel Golfo. Se si va verso una gestione dello Stretto iraniana-omanita (in cui magari anche gli americani ci guadagnano qualcosa), a questo punto aumenta il peso specifico nei confronti dei Paesi del Golfo (che da lì devono passare).

 

Chi ci mettiamo, invece, tra i vincitori?

BENJAMIN NETANYAHU BURATTINAIO DI DONALD TRUMP

Ci metterei il Pakistan, come vincitore tattico, per tre motivi: 1) se Hormuz riapre, risolve il suo problema di carattere energetico; 2) aumenta il suo ruolo geopolitico; 3) rafforza il rapporto con gli americani.

 

E poi – di nuovo – la Cina...

La Cina è un vincitore strategico: senza esporsi, con il meccanismo del Wei-k'i, ha contribuito a evitare uno shock globale; ha protetto i suoi interessi energetici; ha rafforzato - in termini geopolitici e di percezione - la propria immagine di Paese responsabile.

 

Il Pil cinese aumenta attraverso il meccanismo della domanda esterna, ovvero del commercio internazionale. È ovvio che, quando si fermano dei flussi e abbiamo sconquassi sistemici come quelli del Golfo, anche il fronte del commercio internazionale ne soffre.

 

E Israele?

donald trump xi jinping

Israele, per ora, non vince, dato che il suo obiettivo, nel migliore dei mondi possibili, era il cambio di regime o comunque un suo annichilimento. Per quanto riguarda il Libano, sono convinto che l'obiettivo di Israele sia quello di controllare direttamente lo spazio tra il confine e il fiume Litani. Israele non è dentro la tregua, ma potenzialmente è in grado di determinarne la sopravvivenza.

 

Cosa dire invece dei Paesi del Golfo?

Direi che stanno pareggiando. Questi Paesi hanno avuto, oltre a infrastrutture gravemente colpite, una wake-up call abbastanza dura: la sicurezza non può essere acquistata né con i propri proventi energetici, né con la presenza americana. Il brand Golfo, basato sulla stabilità, ne è uscito ammaccato; il real estate a Dubai è sceso mediamente del 30%.

 

Quant’è profondo il danno che Trump, andando sotto a poker, ha inflitto agli Stati Uniti d’America?

VIGNETTA ELLEKAPPA - NETANYAHU TIENE AL GUINZAGLIO TRUMP

Il soft power americano è uscito fortemente ridimensionato da questa crisi, contrariamente a quello della Cina. Prima l'America aveva hard power e soft power; adesso, di fatto, di trova ad avere solo il primo. Il problema, però, è che l'hard power non basta, come abbiamo visto in questa occasione. Pur avendo un'indiscutibile preponderanza militare, Trump aveva fretta di uscire dalla guerra.

 

Cosa si aspetta dai negoziati che inizieranno nel weekend a Islamabad?

Questi negoziati partono da una base debolissima. Il piano iraniano in dieci punti è la sintesi di tutto ciò che gli americani hanno sempre scartato. Non c'è accordo nemmeno su cosa sia stato concordato.

 

Ci sono delle asimmetrie importantissime: Washington - a differenza di Teheran - non vuole un grande accordo, ma mira a delle intese settoriali. Su queste basi, è ovvio che tutto può deragliare, anche se l'Iran esce da cinque settimane di guerra con un'economia devastata che nel medio periodo creerà degli ulteriori sconvolgimenti anche a livello di proteste, e Trump ha bisogno che la tregua tenga.

 

donald trump xi jinping

Gli iraniani hanno capito benissimo una cosa: che per Trump i mercati, i prezzi dell'energia, l'inflazione, l'opinione pubblica sono una materia estremamente sensibile.

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