LE MEJO PAROLACCE DELLA NOSTRA VITA - LA PIÙ DIFFUSA? CAZZO

Stefano Lorenzetto per "il Giornale"

Avvertenza per l'uso: le persone particolarmente sensibili sono invitate ad astenersi dal proseguire nella lettura. Qui, infatti, si narra di Vito Tartamella, 47 anni, compunto giornalista scientifico, caporedattore centrale del mensile Focus, che passa per essere il massimo esperto italiano di turpiloquio.

A porgli sul capo la corona (di spine) è stato il bavarese Reinhold Aman, residente in California, ex docente in scuole e atenei statunitensi, sicuramente l'autorità mondiale riconosciuta in tema di parolacce, avendo fra l'altro fondato Maledicta, rivista accademica dedicata allo studio del linguaggio offensivo, «uno scienziato squisito, mite, simpatico, che mi ha molto aiutato nelle mie ricerche», sparge incenso Tartamella.

I due si sono incontrati come relatori all'Università di Chambéry, in Francia, dove si tiene un convegno biennale per aggiornare la classifica planetaria delle scurrilità.
A tal proposito, premio subito i lettori licenziosi che sono arrivati al secondo capoverso informandoli che «Oh, merda!» , declinata in tutte le lingue, è in assoluto l'espressione rintracciata con più frequenza nelle scatole nere dopo i disastri aerei, mentre «cazzo» resiste al vertice delle preferenze italiche: «Già Italo Calvino aveva osservato che è una parolaccia di espressività straordinaria, senza pari in altri idiomi».

Tartamella ha compilato la statistica raffrontando migliaia di dati, «non posso per il momento rivelare quali, dico solo che non si tratta di citazioni tratte dai giornali o da Internet», e mostra come prova una spanna di tabulati che costituiranno la base del suo prossimo lavoro, dopo il bestseller Parolacce, studio di 380 pagine uscito nel 2006 che spiega perché le diciamo, che cosa significano, quali effetti hanno.

In un Paese dove il capo dello Stato teme che la violenza verbale porti all'eversione, la presidente della Camera ricorre alla polizia per difendersi dalle contumelie via Web e il direttore del Tg La7 chiude il suo account Twitter nauseato dagli improperi, i due tomi dovrebbero essere adottati come libri di testo nelle scuole.

Solo un laureato in filosofia uscito nel 1992 con 110 e lode dall'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, fondata da padre Agostino Gemelli, poteva affrontare con padronanza una materia includente persino le bestemmie. Il titolo della tesi che preparò con lo psicolinguista Ferdinando Dogana, Psicosociologia del cognome, nasceva da uno shock infantile.

«Sono figlio di un maresciallo maggiore della Guardia di finanza e di una maestra elementare originari di Trapani e, benché sia nato a Milano, i miei coetanei hanno sempre giocato sul mio cognome per offendermi in quanto terrone. Mi chiamavano Tarantella, Tartanella, Gargamella e io provavo un fastidio addirittura fisico per questo. Oggi non ci farei più caso. Ho persino ricevuto per posta una pubblicità indirizzata al signor Vino Tavernella».

A spronarlo verso il giornalismo fu il padre Giovanni, che nel 1986 incappò in un annuncio strabiliante - specie se riletto in tempi di crisi dell'editoria - apparso sul Cittadino, bisettimanale cattolico di Monza e Brianza: «Cercansi collaboratori». «Mi presentai al caporedattore. “Che sai fare?”. Studio filosofia. “Uhm. Che altro?”. Suono il pianoforte. “Ottimo. Ti occuperai di musica”. Alla terza stroncatura la mia carriera di recensore era già finita: me l'ero presa con un disco di Scialpi».

Ma Tartamella - oggi sposato con la collega Paola Erba di Rai News e padre di un bimbo di 5 anni - non si diede per vinto. Si buttò sulla cronaca, bianca e nera. Fu reclutato da Brianza Oggi, nuovo quotidiano dell'editore Giuseppe Ciarrapico, che però chiuse dopo un anno. Passò come abusivo al Giorno, infine fu assunto. Quattro anni al Corriere di Como, altri due al service Vespina di Giorgio Dell'Arti, poi l'approdo a Focus.

Come reagì il direttore Sandro Boeri quando gli spiegò che voleva occuparsi di parolacce?
«Mi disse: “Fantastico!”».

Un direttore veneto le avrebbe risposto: «Ma va' in mona!».
«Era nata come idea per un servizio da affidare a qualche redattore. Alla fine è diventato un libro e un blog, www.focus.it/parolacce, che ci ha spalancato prospettive internazionali. La scrittrice americana Dianne Hales mi ha dedicato un capitolo nel suo volume La bella lingua».

Come mi regolo con lettori del Giornale, giustamente assai suscettibili? Metto i puntini di sospensione o no?
«Non saprei».

Ma non fa il caporedattore centrale?
«L'importante è che dal contesto si capisca ciò che dico».

Se scrivo c...o, non si capisce se sta parlando dell'organo davanti o di quello dietro.
«Io eviterei i puntini di sospensione. La censura rende più evidente la parolaccia, insegnava Claude Lévi-Strauss».

Però il lubrico Giacomo Casanova si limitava a nominare il c...o come «l'agente principale dell'umanità».
«Anche François Rabelais e Teofilo Folengo hanno dimostrato una maestria assoluta nell'uso delle parolacce. E tra il poeta settecentesco Giorgio Baffo, veneziano, e I soliti idioti non c'è confronto».

Lei sostiene che il c...o sia diventato nell'odierna civiltà, o inciviltà, una sorta di jolly linguistico.
«È così, ma aveva larga diffusione già nel Seicento, come attesta La rettorica delle puttane di Ferrante Pallavicino, canonico che fu fatto decapitare da Papa Urbano VIII per i suoi libelli irriverenti. Oggi, a seconda delle circostanze, può esprimere sorpresa, cazzo!, offesa, cazzone, elogio, cazzuto, rabbia, incazzato, approssimazione, a cazzo, dissapore, scazzo. Il corrispettivo femminile non gode certo di minore audience. Il professor Alessandro Roccati, egittologo alla Sapienza di Roma, ha raccolto un'antologia di insulti scritti nelle cappelle della necropoli menfita durante l'Antico Regno, in papiri della fine del secondo millennio e nei “testi delle piramidi”. Fra questi, ricorrono spesso vulva, figa fottuta, putrida allargata, detto di Iside, e femmina senza vulva, detto di Nefti. E stiamo parlando della dea della maternità e della dea dell'oltretomba».

In Parolacce ha messo come esergo una frase di Sigmund Freud: «Colui che per la prima volta ha lanciato all'avversario una parola ingiuriosa invece che una freccia è stato il fondatore della civiltà». Ne è convinto?
«Certo, perché ha spostato sul piano simbolico l'aggressione fisica. Benché anche una parolaccia possa essere assai distruttiva. Del resto si tratta di tabù, di parole vietate in quanto evocano emozioni e contenuti potenzialmente pericolosi per un gruppo sociale. Per questo la nostra civiltà ha stabilito che abbiano dei limiti d'uso di diversa gradazione. Ho condotto un sondaggio online su un campione di 2.600 soggetti ed è risultato che l'espressione va' a cagare ha un impatto assai meno dirompente rispetto a figlio di puttana. Le più offensive sono le bestemmie».

Comprensibile.
«Però in Norvegia o in Svezia la blasfemia non esiste. Al contrario dell'Italia, che ne è la patria mondiale. Questo perché per secoli il concetto di divinità da noi ha coinciso con l'autorità dello Stato Pontificio. Si bestemmiava Dio per ribellione contro il Papa Re che ne incarnava visibilmente il Figlio sulla terra. Non a caso imprecare, nell'etimologia latina, significa pregare contro. Le parolacce sono sempre rapportate a concetti delicatissimi: vita, morte, sesso, malattie, religione, rapporti sociali».

Ma a che servono?
«A esprimere una reazione negativa, a verbalizzare un'emozione forte, spesso al di là delle nostre intenzioni. Mio padre perse per qualche mese la parola a causa di un ictus. Ciononostante quando s'arrabbiava gli usciva spontanea di bocca qualche volgarità. Un fatto ben noto ai neurologi: le parole sono controllate dall'emisfero sinistro, le parolacce da quello destro, che presiede all'emotività. Il danno cerebrale non aveva intaccato il secondo».

Davvero scegliamo le parolacce in base al loro suono?
«Si chiama fonosimbolismo, è una teoria linguistica. Il modo di articolare i fonemi imita la realtà. Prenda mucca: le prime due lettere ricordano il verso dell'animale, muu. Parolacce come cazzo, puttana, baldracca sono composte da consonanti occlusive. L'aria che giunge dalla trachea dapprima è ostacolata da queste lettere che ne aumentano la pressione intraorale, dopodiché viene violentemente espulsa, provocando una sorta di piccola esplosione. Sono le consonanti della forza e della durezza. Disgusto, rifiuto, disprezzo e condanna sono espressi invece con l'espulsione del fiato delle lettere fricative tipo la “f”: fanculo, fanfarone, fetente. Sono i fonemi del rifiuto, come uffa».

Ma perché le parolacce esercitano su di lei questo fascino?
«Potrei spiegarlo con un episodio dell'infanzia. Alle elementari una compagna di classe mi diede sulla testa l'atlante della De Agostini. Avvertii un dolore così forte, con una scossa dal gusto salato in bocca, che le urlai: puttana! Non avevo mai avevo pronunciato quella parola prima d'allora. Per me fu uno shock, ci stetti male tutto il giorno. In realtà, del turpiloquio m'interessa l'aspetto culturale, che coinvolge a 360 gradi storia della letteratura, linguistica, glottologia, psicologia, sociologia, neurologia, giurisprudenza, statistica».

Quanto avrà pesato il Vaffanculo-Day nell'ascesa di Beppe Grillo?
«Lo sdoganamento della parolaccia in politica risale alla notte dei tempi. Benito Mussolini non disdegnava la bestemmia. Suo genero Galeazzo Ciano nel 1939 definì Achille Starace, segretario del partito fascista, “un coglione che fa girare i coglioni” per la sua pedanteria. Bettino Craxi rivolse lo stesso epiteto a Renato Altissimo nel 1986. Nel 1984 il ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, disse al capo del Bundestag: “Con rispetto parlando, signor presidente, lei è un buco di culo”.

Umberto Bossi nel 1997 bollò l'ex ideologo leghista Gianfranco Miglio come “una scoreggia nello spazio”. Da lì in poi è stata una sparata continua. Le parolacce interpretano gli umori della piazza, si fanno capire da tutti. Il filosofo Arthur Schopenhauer nel saggio L'arte di insultare scrive che l'insulto è una calunnia abbreviata. Sono però un'arma a doppio taglio: accorciano le distanze a detrimento dell'autorevolezza. Per tornare a Grillo, la volgarità è un vettore che ti porta in orbita. Ma quando sei già arrivato nell'empireo, tanto da crederti il primo partito, non puoi più permettertela: ti danneggia».

Lei ha scovato espressioni forti persino nella Bibbia.
«Nel Libro di Malachia, fra le minacce rivolte ai sacerdoti infedeli, c'è anche quella di smerdarli: “Se non mi ascolterete, dice il Signore, io spezzerò il vostro braccio e spanderò sulla vostra faccia escrementi”».

Sparlano pure i medici.
«Un chirurgo e un anestesista hanno registrato di nascosto le imprecazioni dei colleghi in sala operatoria all'ospedale Berkshire di Reading, nel Regno Unito, assegnando punteggi diversi a bestemmie, riferimenti escrementizi e oscenità. I risultati, riguardanti 100 interventi, sono apparsi sul British medical journal. Su 80 ore e mezzo di attività chirurgica, in media si è totalizzato un punto, cioè una parolaccia, ogni 51,4 minuti. In una giornata di lavoro tipica, otto ore, gli ortopedici hanno totalizzato 16,5 punti, pari a una parolaccia ogni 29 minuti; i chirurghi generali 10,6; i ginecologi 10; gli urologi 3,1; gli otorinolaringoiatri 1».

Perché gli ortopedici sono sboccati?
«Un intervento dell'ortopedico dura in media 51,7 minuti, contro i 34,4 dell'otorinolaringoiatra, richiede grande fatica e l'uso di martelli, seghe e trapani, quindi il turpiloquio tende a uniformarsi a quello degli operai».

Non starà dilagando un'epidemia della sindrome di Tourette, che comporta l'incoercibile pulsione a pronunciare volgarità?
«Quella è frutto di un deficit neurologico. Tuttavia un qualcosa di contagioso il turpiloquio ce l'ha. Corriamo il rischio di un'inflazione della parola e della parolaccia, l'usura dei concetti e delle relazioni».

In Parolacce rivolge un ringraziamento finale alle «molte persone a cui ho rotto le balle». Perché ha scritto balle anziché coglioni?
«Mi rivolgevo anche a mia madre Margherita, che pur odiando le parolacce ha avuto il coraggio di leggere il libro in anteprima. Balle era più bonario da usare con gli amici che mi hanno aiutato. Insomma, spero proprio d'avergli rotto le balle, non i coglioni».

 

 

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