MUCCHETTI RIVELA COSA C’ERA DIETRO “LA CASTA” DI STELLA & RIZZO: UN PIANO DI MIELI PER PORTARE MONTEZEMOLO AL POTERE

Goffredo Pistelli per "Italia Oggi"

Non è il primo né l'ultimo giornalista a sedere in Parlamento. Alcuni hanno fatto i presidenti del Consiglio e i ministri. Tanto per citare Giovanni Spadolini o Alberto Ronchey, peraltro entrambi del Corriere della sera.

Certo, Massimo Mucchetti, classe 1953, bresciano, senatore del Pd dopo aver fatto il vicedirettore del Corsera, è quello, che da esperto di cose economiche, sa probabilmente leggere meglio di altri la crisi che ci avviluppa.

E che lo stallo politico del Paese certo non fa arretrare.

Domanda. Senatore, la politica oggi è in stallo totale. Poi però accadono tragedie come quella di Civitanova Marche e la politica tutta finisce nel mirino. Che cosa si prova?

Risposta. Davanti a tre suicidi la reazione più seria è silenzio e condivisione del dolore.

D. Eppure c'è chi parla di omicidio di Stato.

R. È stata una persona in preda a comprensibile esasperazione. Qualche giornale ne ha fatto un titolo. Strumentalizzando la disperazione, quasi che lo Stato possa tutto. Magari la politica avesse la bacchetta magica. Purtroppo, è l'intero Occidente che va male.

D. Ma che cosa può fare la politica?

R. Ridurre povertà e diseguaglianze, cambiare registro rispetto agli ultimi trent'anni. Un'opera di lunga lena. Vanno tamponate le falle, ma poi bisogna riavviare la crescita.

D. Pochi avrebbero fatto quello che ha fatto la presidente della Camera, Laura Boldrini: presentarsi alle esequie.

R. La presidente Boldrini ha avuto il coraggio di partecipare affrontando le possibili contestazioni. Come tanti altri parlamentari, Boldrini è stata eletta per la prima volta in Parlamento. Si è fatta carico del passato. Ma oggi l'opinione pubblica è talmente esasperata da non fare più distinzioni. E, anche questo va detto, l'informazione spesso non aiuta

D. E cioè?

R. Titolare «omicidio di Stato» non è corretta informazione. Il dolore a Civitanova era ovunque. La rabbia anche. Ma quell'interpretazione politica di una tragedia personale, che riecheggia le formule estremistiche di Lotta Continua anni '70, appartiene solo a chi l'ha manifestata.

D. C'è però una diffusa indignazione verso la Casta.

R. È un'indignazione giustificata. Ma, da sola, non risolve. Ho lavorato fino al 2012 al Corsera che ha avuto il merito di denunciare con le grandi inchieste dei Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sprechi, malversazioni e privilegi. Fu, quella,un'intuizione giornalistica penetrante dell'allora direttore, Paolo Mieli. Ma lo stesso Corriere e il sistema dei media nel suo complesso non sono riusciti a sfidare realmente la classe politica sul piano delle soluzioni.

D. Tornando alla Casta...

R. Quelle inchieste si accompagnavano a una campagna politica che, mettendo in luce le debolezze reali del governo Prodi, puntava sui tecnici che avrebbero dovuto avere alla loro testa Montezemolo. Una grande idea giornalistica, una piccola idea politica. E alla fine, complice una politica cieca, la guerra alla Casta senza la capacità di proporre alternative reali ha generato il Movimento 5 Stelle. Che ora attacca politici e giornalisti.

D. E ha torto?

R. Questa critica non è certo monopolio del M5S. Ma bisogna affrontare il problema a 360 gradi. Criticare i giornalisti va bene, ma bisognerebbe considerare poi le imprese editoriali e televisive e anche quelle on line: la loro proprietà, la capacità di innovazione, la trasparenza.

D. Lei ha scritto Il baco del Corriere affrontando la questione dei conflitti d'interesse dei suoi azionisti. Se ne occuperà in parlamento?

R. Non ha senso oggi vantare mostrine di vecchie campagne. Semmai, dovremmo riflettere tutti se, oggi, uno degli editori che va meglio e che mostra più coraggio è Urbano Cairo, che si è appena preso La 7, mentre i maggiori gruppi editoriali e televisivi tremano. Che essere un editore puro aiuti? Ma possiamo poi permettere a giganti del Web come Google di ingrassare sui diritti d'autore non pagati e sulle imposte evitate nei Paesi dove fanno il fatturato? Che senso ha, oggi, attaccare le concentrazioni nei media tradizionali e dimenticare i nuovi monopoli esterovestiti?

D. Diceva che lo Stato non ha la bacchetta magica. Vorrebbe un governo più interventista nell'economia?

R. Non si può tornare allo Stato imprenditore classico. Ma il governo deve prendere atto dei fallimenti del mercato e dei limiti della vecchia politica della concorrenza. Se mette i soldi, e in tanti Paesi lo Stato ne mette tanti, deve poter esercitare un'influenza proporzionale sulle aziende salvate o sostenute. Obama ha dato soldi alla Chrysler ricavandone interessi e la salvaguardia di una grande azienda in America. Privatizzare spesso va bene, perché non si lascino finire le aziende in mani inadatte, piene di debiti e destinate a soffocare lo sviluppo.

D. Ma oggi che si fa?

R. Bisogna recuperare risorse per lo sviluppo.

D. Come? Contrastando l'evasione fiscale?

R. Il contrasto dell'evasione fiscale non aumenta il denaro nell'economia, ma lo redistribuisce più correttamente, specialmente se, per ogni euro recuperato, si abbassa di altrettanto la pressione fiscale. E questo è un bene. Naturalmente, va snellita e resa più efficiente la pubblica amministrazione. Ma non mi aspetterei risultati miracolistici.

D. In che senso?

R. La spesa sociale italiana è già leggermente inferiore alla media europea. Le vere risorse per lo sviluppo verranno da un cambio della politica economica dell'Unione europea con gli eurobond. Ha ragione, in questo, George Soros. D'altra parte, nel resto del mondo sta cambiando il paradigma degli ultimi 30 anni. La banca centrale giapponese sta raddoppiando la base monetaria per ricomprare il debito pubblico nipponico.

D. La spinta inflattiva, dirà qualcuno_

R. Negli anni '70, quelli dell'inflazione a due cifre, il Pil italiano cresceva al 3% medio annuo. È un'esperienza irripetibile, ma la ricordo per invitare tutti noi a non seguire stereotipi. Un po' di inflazione ci farebbe bene.

D. Non aspettiamoci miracoli dai tagli, diceva, però tutti questi comuni azionisti di aeroporti, autostrade, società energetiche, non potrebbero privatizzare un po'?

R. Certo. Il comune di Milano, per esempio, potrebbe dismettere Sea, la società degli aeroporti di Linate e Malpensa. Ma attenti a chi compra. Fiumicino è finito a una proprietà sbagliata e poi si è visto cos'è successo.

D. Giusto, ma da bresciano qual è, ammetterà che la storia di A2A che stava per diventare sponsor della nuova curva, dello stadio cittadino (costo 600mila euro) o, per stare al suo partito, la vicenda della sponsorship di quasi un milione di Iren, di cui è azionista il Comune di Torino, al Festival del Jazz, danno un po' da pensare, soprattutto trattandosi di multiutility con un forte debito.

R. Sono sponsorizzazioni su cui si può discutere, ma mi turba ben altro in A2A: l'incomprensibile investimento in Montenegro, quel folle pacchetto di azioni Edison. Guardiamo pure le pagliuzze, ma non dimentichiamo le travi.

D.Torniamo al come fare a uscire da questa crisi. Non ha citato la previdenza, un'area dove forse non s'è fatto abbastanza...

R. L'abbiamo rivoluzionata molte volte dal 1992 ai giorni nostri. Mettiamo alla prova le riforme fatte, salvaguardando, questo sì, gli esodati. Ma, in prospettiva, si potrebbe pensare a raffreddare le pensioni oltre una certa cifra nel caso eccedano l'ammontare che avrebbero con i nuovi metodi di calcolo. L'avanzo andrebbe destinato ai giovani.

D. Le cui pensioni saranno molto basse...

R.E la leva non potrà essere la previdenza integrativa: ridicolo pensare che chi guadagna 1000-1200 euro al mese possa farsi la pensione integrativa. Ed è insensato pensare al Tfr che è già salario differito e che alcuni vorrebbero mettere in busta paga.

D. La crisi di governo, come si risolverà?

R. Il semestre bianco ha privato il presidente della Repubblica del potere di scioglimento delle camere. La moral suasion del Quirinale ne è risultata indebolita. E i giochi dei partiti rafforzati. L'elezione del nuovo presidente della Repubblica, se sarà condivisa da una larga maggioranza, aiuterà anche il varo di un governo. Non c'è nesso formale, ma insomma...

D. Nel 1976 il Pci si astenne e consentì un monocolore Dc. La storia si ripeterà?

R. Non lo so: ma non possiamo prescindere dal fatto che siamo divisi in tre parti. In 20 anni, tra Pd e Pdl non si è mai concluso un accordo. I due partiti hanno collaborato con il governo Monti, ma al dunque Silvio Berlusconi ha lasciato il cerino in mano a Pier Luigi Bersani. D'altra parte, nel '76, Dc e Pci erano vincitori entrambi, non c'era un Beppe Grillo a mordere i polpacci. E poi, forse Bersani non sarà un nuovo Berlinguer, ma certo Berlusconi non è un Aldo Moro. Senza dimenticare che Pci e Dc di allora avevano fatto la Costituzione. Oggi si è fatto una riforma, il Porcellum, contro gli altri.

D.Quarant'anni dopo, è un'altra Italia...

R. Quell'intesa nasceva per redistribuire ricchezza, che si generava ancora. C'erano la sovranità monetaria e un debito pubblico basso. Si poteva aumentare la spesa pubblica

D. Nemmeno un governo di scopo, allora, per fare la riforma elettorale?

R. Ma no, ci possono essere forme di intesa per fare riforme istituzionali, non solo quella elettorale, però un conto sono quattro-cinque punti ben predeterminati, altro fatto è un abbraccio di qui all'eternità.

D. Chi vedrebbe al Quirinale? Enrico Mentana, citando una lettera al Foglio, propone il vecchio cislino di Pierre Carniti

R. Carniti è figlio di un'altra epoca. Lo apprezzai a suo tempo. A oggi saremmo al gioco dello strano ma vero.

 

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