luciano spalletti bischerata in canna

“L’ESONERO DA CT DELLA NAZIONALE? NON MI PASSA MAI, MI TOGLIE IL SONNO. IL CALCIO MI HA ROVINATO LA VITA” - LUCIANO SPALLETTI SI TOGLIE QUALCHE BEL SASSOLONE DAGLI SCARPINI: “QUANDO LA NAZIONALE CHIAMA, DEVI METTERTI A DISPOSIZIONE. QUESTO È UNO DEI CONCETTI CHE STIAMO PERDENDO. DICEVAMO CHE BISOGNAVA DARE DI PIÙ MA NON RIUSCIVAMO A FARE NEANCHE IL MINIMO SINDACALE. È DIFFICILE TOGLIERE AI CALCIATORI LA NOIA DI ESSERE BENESTANTI. IL CALCIO GENERA PRESUNZIONE” – LA STILETTATA A DE LAURENTIIS (“IL SUO PIU’ GRANDE DISPETTO È NON AVERCI FATTO SFILARE PER LA CITTÀ SUL PULLMAN DOPO LO SCUDETTO”) E AGLI ALLENATORI CHE "FLIRTANO" CON I GIORNALISTI: “NON VADO A GIOCARE A PADEL PER FARMI AMICI DI COMODO” (DI CHI PARLAVA, DI ROBERTO MANCINI?) – IL CUORE A SINISTRA E L’OSPITATA AD ATREJU, LA FESTA DI FRATELLI D'ITALIA: “È CORRETTO ANDARE A..."

Matteo Pinci per “il Venerdì – la Repubblica”  - Estratti

 

luciano spalletti nella sua tenuta 55

Mentre le quattro ruote motrici affondano nel sentiero sterrato e ci lasciamo alle spalle la vigna, Luciano Spalletti chiama e richiama il suo cane, che ci corre dietro con una fiducia incrollabile: «Dianaaa!». Su quel Defender del 1981 scoperchiato, con le marce che faticano a entrare, l'ex ct della Nazionale sembra un ranger californiano della Yosemite Valley. 

 

Da quando l'incantesimo della maglia azzurra è franato, passa molto tempo qui, nella sua Rimessa di Montaione, un'ora d'auto da Firenze, tra un lago di cigni e sculture di cappelli, alpaca e le vacche Highlander ricevute in regalo dall'amico Lucio Presta, a vivere il tempo della natura in mezzo a pavoni e caprette tibetane, la monumentale cavalla Astra che reclama granturco e una continua ricerca della fatica. 

 

A tavola, davanti a un indimenticabile piatto di ragù, c'è anche mamma Ilva, 92 anni. Gioca con il figliolo, questo omone di 66 anni con le mani segnate dal lavoro, tirandogli il naso, stringendogli la faccia. E quando lui le annuncia «Mamma, alle sei tu vai a casa», lei risponde prontissima: «Lucio, sai quando vo' a casa? Quando mi pare a me», indomabile e sorridente come una bambina. Lui la guarda e scherza: «Io non lo so perché amo così tanto il calcio, ma probabilmente quando lei mi partoriva, mio padre era a giocare una partita di calcetto». 

luciano spalletti nella sua tenuta

 

Poi lo sfiora un istante di malinconia: «Il calcio mi ha rovinato la vita. Ho voluto più bene al calcio che a me stesso, gli ho sacrificato le persone a me più care...». 

 

 

Un altro mestolo della pasta preparata dalla signora Daniela, che nella tenuta si occupa di tutto, un altro bicchiere del rosé che nasce tra queste colline a marchio Spalletti: "Tra le linee", si chiama, perché né bianco né rosso, ma anche come quei giocatori che piacciono a Luciano. E che sarebbero serviti alla sua Nazionale per evitare il disastro: «Ci è mancato un giocatore così, tra le linee, uno capace di portarti sull'ottovolante. Fosse stato possibile avrei portato Chiesa…».

 

Spalletti, inutile girarci attorno: bisogna ripartire da lì, la sconfitta con la Norvegia, i Mondiali subito a rischio, l'esonero da ct della Nazionale. 

«Non mi passa mai. Mi toglie il sonno, mi condiziona in tutto, perché il pensiero torna sempre lì. Certe volte mi sembra di essere felice, poi però dopo un attimo mi torna in testa quella cosa lì. Non sono riuscito a far capire ai ragazzi che gli volevo bene». 

Un suo amico, Walter Sabatini, ci ha detto che crede sia il più grande dolore sportivo della sua vita perché lei era calato nel ruolo di ct in maniera assoluta. «Quando mi hanno proposto di guidare la Nazionale non ci ho dormito due giorni: la cicatrice sarà dolorosa anche quando avrà fatto il suo percorso di guarigione». 

 

Pensa sia stato un errore accettare quell'incarico?

luciano spalletti e il cane diana

«No. Anche perché la Nazionale non chiede, la Nazionale chiama. Non si sceglie se accettare, non c'è una riflessione razionale da fare. Quando la Nazionale chiama, deve gonfiarsi il petto e devi metterti a piena disposizione... Ecco, forse questo è uno dei concetti che stiamo perdendo». 

 

Lo ha detto ai calciatori?

«Il mio errore è stato, all'inizio, pigiare troppo su questo senso di appartenenza, di identità. Chiedere di cantare l'inno. Di fare un grido di battaglia prima di ogni allenamento. Volevo stimolare quell'orgoglio che provavo io, ma è stato troppo». 

 

Non sarà che in Italia non ci sono più grandi calciatori?

«No, l'ho detto anche a loro: non vi fate fregare da chi dice che siete scarsi: siete di alto livello. Anche se è finita così e la responsabilità è solo mia, non mi priverei mai di Bastoni, Barella, Dimarco: del mio gruppo storico, insomma. Dopo l'Europeo eravamo tornati a fare le cose giuste, ho pensato che avessimo trovato la via. Ma, come succede a volte nelle nostre campagne, tu scavi il solco per l'acqua, ma quella prende una strada sua. E scava, e scava e alla fine si crea una voragine». 

 

Come è successo?

«In quei mesi abbiamo avuto una pressione enorme, come l'ombra di un Polifemo sulle spalle, non siamo riusciti a liberarcene. Mentre dicevamo che bisognava dare di più, non riuscivamo a fare neanche il minimo sindacale.

 

Da marzo a giugno, dalla Germania alla Norvegia, abbiamo preso dei gol troppo banali per essere veri. Anche nell'ultimo ritiro prima della sconfitta con la Norvegia sono successe cose inaspettate, tanti infortuni anche facendo venti minuti di allenamento». 

 

Crede che un gruppo di calciatori la abbia rigettata?

luciano spalletti con la madre

«Se fosse vero questo, vorrebbe dire che ho sbagliato del tutto le mie considerazioni: io risceglierei sempre quel gruppo di uomini e calciatori». 

 

Certo lei non ha mai avuto una stampa particolarmente a favore.

«La chiarezza si paga, ma ti fa stare bene con te stesso. Vengo percepito come uno di rottura, perché i miei amici sono quelli con cui sto bene, non quelli che mi danno dei vantaggi. Non vado a giocare a padel per farmi amici di comodo». 

 

(…) 

Buffon ormai è un amico: è la cosa migliore che le ha lasciato la Nazionale? 

«Gigi è una serie di "grandissimo". Grandissimo uomo, amico, dirigente, calciatore. Una persona con la schiena dritta che ha avuto l'intelligenza di superare le difficoltà, di parlare delle sue fragilità, che ha fatto i conti con i suoi errori. È grandissimo». 

 

Negli spogliatoi è possibile portare questi valori? 

luciano spalletti nella sua tenuta 45

«È difficile togliere ai calciatori la noia di essere benestanti. Il calcio genera presunzione, anche nei più maturi». 

 

È vero che sua moglie Tamara l'ha conosciuta quando giocava a La Spezia e lei le bussò per venderle porta a porta l'abbonamento a L'Unità? 

«Era una donna attiva, consumavamo il tempo per coltivare la politica, ideali profondi, si partecipava insieme alle feste del paese, eravamo operosi e coinvolti. Ci si aiutava, anche fisicamente, con le braccia, l'un l'altro». 

 

Sulla sua identità di sinistra non c'erano dubbi. Anche per questo è stato strano vederla ad Atreju, la festa di Fratelli d'Italia, un anno e mezzo fa. 

«Ma secondo me è corretto andare a dire le cose che vuoi dire anche in ambienti che possono essere ostili». 

 

Ostile le è stato spesso Gasparri, al punto da dire: «Io sono contro Spalletti che vinca o che perda». La politica ha pesato nel suo cammino con la Nazionale? 

«Secondo me avere un'idea politica non vuol dire essere contro chi la pensa diversamente. E mi fermo qui». 

luciano spalletti 33

 

Dopo pranzo riparte il giro della tenuta, una golf car è la nostra carrozza, ci fermiamo davanti a un biliardino che sembra un'opera d'arte sotto un tetto di attrezzi da lavoro: martelli, sgorbie, asce e falcetti. L'elogio della fatica: «Vedi? Oggi non ho faticato e non mi sembra di aver vissuto». Ne parlò anche con Gianni Mura, il primo a venirlo a trovare in queste campagne, nel 1997: «Un mito, un'icona, lo guardavo e stavo zitto. Dopo un po' Gianni mi disse: sarà facile farti un'intervista di sguardi». 

 

Quei silenzi tornano spesso. Anche quando proviamo a capire se qualche squadra lo abbia cercato in questo mese. Lui non cade nel tranello, non nega ma non conferma, gioca col cane Diana, ci porta ad ammirare un crocifisso di chiodi che ha fatto realizzare per avere un luogo di intimità mistica: «Qui è fresco, ci vengo la sera a pregare a modo mio: invento le preghiere, prego per la famiglia». 

LUCIANO SPALLETTI

 

Nel suo libro, Il paradiso esiste… ma quanta fatica, lei dice una frase potente: "Io non ci so proprio fare con la felicità". 

«Non con la mia: la felicità è sempre legata a quella delle persone che ami, della tua famiglia. Da bambino mi rendeva felice vedere mamma e papà che si abbracciavano». 

 

E recentemente, cosa l'ha resa felice? 

«Essere stremato da una cosa a cui hai dedicato tutto te stesso. La Nazionale. Il Napoli. I napoletani te lo rendono tangibile il bene che ti vogliono». 

 

Però il Napoli lo ha lasciato lei. Come ha scritto, da quel momento è stato come "bere un bicchiere di olio di ricino al giorno". Perché? 

«Con quel gesto ho contribuito a far riconoscere situazioni che poi sono state chiare un anno dopo, quando De Laurentiis ha capito che per vincere ancora avrebbe avuto bisogno di prendere un grande allenatore, che non dipendeva tutto solo da lui». 

Non vi siete lasciati bene con De Laurentiis. 

«Il più grande dispetto che ho ricevuto è non averci fatto sfilare per la città sul pullman dopo lo scudetto. 

luciano spalletti

Mi mancherà per sempre, ancora di più mi è mancato dopo averli visti sfilare quest'anno. Ho chiesto a dei calciatori di mandarmi il video, per capire almeno che effetto facesse quella folla da lì sopra». 

 

Il campionato lo aveva vinto anche in Russia, due volte, con lo Zenit. Ora che c'è la guerra, rifarebbe la scelta di andare ad allenare a San Pietroburgo? 

«Per come ho conosciuto i russi, so che tanti non la vorrebbero vivere e non la vorrebbero fare questa guerra. Sono stati obbligati, tirati dentro dal potere. Di quel posto mi resta la gratitudine: dopo 15 anni mi hanno celebrato alla festa del centenario, il mio volto è su un vagone della metropolitana». 

norvegia italia spalletti

 

Anche qui da qualche anno gli allenatori sembrano diventati più importanti dei giocatori, è vero? 

«L'allenatore ha un ruolo fondamentale, deve saper vedere, ascoltare, "sentire". E far arrivare un messaggio. Deve essere l'influencer dello spogliatoio». 

 

Il giro è finito. La signora Ilva è pronta per tornare a casa, Spalletti prepara una borsa per raggiungere la moglie a Lerici: «Vediamo, magari le chiederò di sponsorizzarmi a una squadra che cerca un allenatore», scherza. Prima di partire però c'è ancora da fare: una scultura di ciocchi di legno che diventerà un podio, un palco da verniciare, un forcone di fieno per le Highlander, che per la smania di mangiare quasi incornano chi glielo por «Il futuro? È difficile che mi distacchi dalle mie abitudini, non sono uno che si sveglia stanco. "Non ho tempo" è la religione degli sfigati». 

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