LO STRANO DESTINO DI DIDIER DESCHAMPS: SE VINCE FA IL SUO DOVERE, SE PERDE SARÀ UN BERSAGLIO – ALDO CAZZULLO: "IL TECNICO, CHE HA VINTO IL MONDIALE DA CAPITANO NEL 1998 E DA ALLENATORE NEL 2018, È ALL'ULTIMA ESPERIENZA CON 'LES BLEUS'. DURO, PERFEZIONISTA, SOPRANNOMINATO “MONSIEUR LA GAGNE” PER LA VOGLIA DI VINCERE SEMPRE, E’ CONDANNATO A TORNARE A CASA CON LA COPPA DEL MONDO" – I GIOCATORI LI HA CATECHIZZATI DICENDO CHE LA NAZIONALE È AL DI SOPRA DI QUALSIASI COSA. A MBAPPE’ CONTRO IL PARAGUAY HA DETTO: “CI PROVOCHERANNO. A TE, CHE SEI NERO, DIRANNO DI TUTTO. MA NOI SAREMO PIÙ FORTI DI LORO” - LA PROFEZIA DI MICHEL PLATINI: “FARÀ LA STORIA DEL CALCIO FRANCESE PIÙ DA ALLENATORE CHE DA CALCIATORE”
Aldo Cazzullo per corriere.it - Estratti
Lo chiamano Monsieur La Gagne, perché vuole vincere sempre. E per vincere pareva disposto a rinunciare a tutto; anche al bel gioco. Anche per questo, anziché essere idolatrato — alzò la Coppa del Mondo da capitano nel 1998 e da allenatore vent’anni dopo, impresa riuscita prima di lui solo al brasiliano Zagallo e al tedesco Beckenbauer —, Didier Deschamps in patria è stato spesso criticato.
C’è un aneddoto che lo descrive. Deschamps ha un solo figlio, Dylan, che ora ha trent’anni, ma ha avuto un’infanzia difficile. Papà voleva di continuo giocare a tennis e a calcio con lui: sfide ai rigori, alle punizioni; al campetto, in casa. Ma non lo lasciava mai vincere. Così lui, anziché al calcio, si è dedicato alla finanza.
Ha sposato un’influencer (i francesi dicono «influenceuse»), Mathilde Cappelaere. La coppia era in tribuna a Philadelphia a sostenere la squadra del padre contro il Paraguay. C’era anche Claude Deschamps, la moglie, al suo fianco da quarant’anni, quando erano ragazzi.
A scoprire il talento di Didier, basco di Bayonne, cresciuto nel Nantes, fu un giornalista sportivo di Le Monde, che nel 1992 gli dedicò il primo ritratto: «È il padrone del campo. Ha solo 23 anni, ma già dirige i compagni, li incoraggia con la voce e con il gesto. Mulina le sue gambette corte in ogni direzione…». L’autore dell’articolo si chiamava Jerome Fenoglio, di origine italiana, lontano parente di Beppe Fenoglio, e ora di Le Monde è il direttore; e pure Deschamps con le sue gambette corte di strada ne ha fatta parecchia. «Farà la storia del calcio francese più da allenatore che da calciatore» profetizzò Michel Platini. Non aveva torto.
Però questo Mondiale per La Dèche — l’altro suo soprannome — è stato durissimo. Ha vissuto il più grande dolore che possa toccare a un uomo (dopo la morte di un figlio): la perdita della madre. Ha fatto finta di non vedere una turpe vignetta divenuta virale in Rete, lui che solleva l’urna con le ceneri di «maman» come se fosse la Coppa. È andato in patria a seppellirla, è tornato qui in America, e dopo il gol che ha sbloccato la partita con la Svezia Kylian Mbappé è corso ad abbracciarlo.
I due non sono andati sempre d’accordo. Deschamps è un duro. Ha imposto regole valide per tutti: multe a chi arriva in ritardo; niente telefonini nelle sale comuni. A Mbappé ha rinfacciato di cercare troppo la gloria personale, anche economica, a volte a discapito della squadra.
Quando gli affidò la fascia di capitano, gli tenne un discorsetto con il tono con cui Napoleone avrebbe parlato a un ufficiale della Guardia dell’imperatore: «Ricordati che indossi una divisa. Quella maglia rappresenta il tuo Paese, le speranze e i sogni di milioni di francesi che non hanno il tuo talento e il tuo conto in banca. Non puoi deluderli».
Non è retorica, assicura Dominique Rouch, autrice della biografia di Deschamps (titolo «Ce que je sais de lui», quel che so di lui): «Didier ci crede davvero. Ai giocatori ha sempre detto che la squadra di Francia è al di sopra di qualsiasi cosa. Che devono giocare per la nazione e per il popolo francese». Parole testuali.
Anche Deschamps, come Messi, è arrivato in fondo alla sua storia con La Nazionale. Mancano una o due partite. Le più importanti. Dopo quattordici anni alla guida dei Bleus, dovrà lasciare. Sulle sue spalle è appollaiato come un avvoltoio Zinedine Zidane. Ma vuole lasciare da campione del mondo.
Ritrovare la gioia di Russia 2018, dimenticare il dolore di Qatar 2022. Non sarà facile. La Spagna ha battuto la Francia nella semifinale europea di due anni fa. Le ha rifilato cinque gol in Nations League (la squadra di Deschamps rimontò da 1-5 a 4-5, ma non bastò). Ha un gioco che infastidisce i francesi, perché non lascia né palla né spazio. Forse quella di oggi a Dallas è la vera finale.
didier deschamps e ciro ferrara
Ma la Francia davanti ha qualcosa in più. Perché il capolavoro di Monsieur La Gagne, del calciatore che si è formato in Italia, alla Juventus, dov’è anche tornato come tecnico, è riuscire a schierare Mbappé, Dembélé, Doué e Olise senza quasi prendere gol (finora nessuno nelle tre gare a eliminazione diretta).
Resta da decidere chi mettere in campo tra il romanista Koné, che sta facendo benissimo, e Tchouameni, che giocando in Spagna conosce meglio gli avversari. Soprattutto, resta da capire se la Francia punterà al controllo della partita, o se arretrerà per lasciare spazio ai suoi velocisti.
Deschamps non è il numero uno nella tattica. Non è Guardiola. È un uomo serio, che difende i suoi uomini, e li sa motivare. Contro il Paraguay ha di nuovo preso da parte Mbappé: «Ci provocheranno. A me, che mi è morta la mamma, diranno che sono un figlio di buona donna. A te, che sei nero, diranno di peggio. Ma noi saremo più forti di loro». E’ andata esattamente così.
Oggi è il 14 luglio, festa nazionale, anniversario della presa della Bastiglia e dell’inizio della rivoluzione. Non è difficile immaginare il discorso patriottico che farà Deschamps ai suoi. A cominciare da Olise, vera rivelazione di questo Mondiale, che è nato e cresciuto in Inghilterra, gioca in Germania ma ha scelto di essere francese per amore della madre, franco-algerina. Loro però sono giovani e avranno ancora un’occasione.
È Deschamps che si gioca tutto. Se vince, fa appena il suo dovere, visto che ha la squadra più forte. Se perde, diventerà il bersaglio naturale, in un Paese di cattivo umore come la Francia di oggi (…)





