gavin turk

COSE TURK - ANTONIO RIELLO: LA BOTTIGLIA DI ACQUA PERRIER CHE RUOTA SU SE STESSA, ATMOSFERE CHE RICHIAMANO LE COPERTINE DEI DISCHI DEGLI STONES E VIRTUOSISMI SUL VINTAGE DEL PUNK. ALLA NEWPORT STREET GALLERY DI LONDRA IN MOSTRA LE OPERE DELL’OUTSIDER GAVIN TURK CHE FANNO IMPAZZIRE DAMIEN HIRST

GAVIN TURKGAVIN TURK

Antonio Riello per Dagospia

 

Gavin Turk (1967) appartiene a quella compagine di artisti britannici lanciati da Charles Saatchi alla fine degli anni ottanta definito di solito come YBA (Young British Artists).

Ma di questo folto gruppo lui e’ forse il piu’ “periferico” e controverso nel senso che la sua carriera si muove parallela ma non si mescola piu’ di tanto con quella degli altri e la sua produzione ha un percorso piuttosto diseguale, quasi ad intermittenza.

 

Insomma e’ un “outsider” difficile da catalogare. Ed e’ forse proprio per questo che Damien Hirst lo ha trovato particolarmente interessante e negli ultimi anni ha collezionato le sue opere in maniera bulimica e sistematica. Al punto da mostrare la sua raccolta alla Newport Street Gallery.

 

GAVIN TURK 8GAVIN TURK 8

Una mostra non enorme a dire il vero, che coinvolge solo parte degli spazi espositivi. Ma in pratica funziona lo stesso egregiamente come una antologica dato che sono presenti tutte le varie fasi dell’artista, il titolo del resto rende subito esplicita tale intenzione.

Turk e’ innanzitutto un animo eclettico, ecumenico e mimetico. Fa sue in modo assai cannibalesco stili e atmosfere catturate casualmente attorno a lui e nell’universo artistico che conosce. Richiama e riproduce, come un intelligente camaleonte di notevole talento, tutto quello che vede.

 

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Tra le opere “giovanili” ci sono alcune installazioni con degli oggetti che si muovono (apparentemente da soli) su dei tavoli. La piu’ riuscita senz’altro quella che vede una bottiglia di acqua Perrier ruotare eternamente su se stessa. Arte cinetica in salsa londinese/parigina.

 

In una stanza tutta per se’ c’e’ il lavoro che ancora da studente l’ha fatto notare e l’ha consacrato come artista significativo: una placca in ceramica bianca e blu assolutamente identica alle placche commemorative che la citta’ di Londra pone sulla facciata degli edifici dove sono vissute persone illustri.

 

Sulla sua e’ scritto: Gavin Turk, Scultore, ha lavorato qui dal 1989 al 1991. Fu il lavoro che fece per il suo diploma al Royal College (che comunque gli rifiuto’ il diploma perche’ trovo’ il lavoro “oltraggioso”). Ecco subito clamorosamente visibile una altra caratteristica saliente del suo lavoro: celebrare il proprio ego e il proprio aspetto come oggetti principali di indagine artistica. Il classico (e fisiologico) egocentrismo dell’artista che diventa qui esso stesso materia e argomento di indagine.

 

Curiosamente un atteggiamento simile a quello che ha fatto Maurizio Cattelan con molti lavori recenti, la sua mostra parigina in corso alla Monnaie de Paris ne e’ buon testimone. I filosofi tedeschi di solito spiegano queste somiglianze con la parola Zeitgeist (spirito del tempo). Noi comuni mortali diremmo forse che sono delle coincidenze.

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Una sala ci mostra dei quadri che sembrano dei Pollock, o almeno delle ottime sue imitazioni, ma dopo un po’ si intuisce che non lo sono: nel mezzo del dripping si inizia a riconoscere (a fatica) alcune parole scritte. Alla fine del processo di decifrazione l’enigma e’ sciolto: c’e’ scritto in corsivo “Turk”.

 

L’artista ci porta poi dunque in una serie di sue personali apparizioni in mezzo a pareti coperte da sgargianti carte da parati (molto di moda ultimamente nell’arte contemporanea, quasi un media autonomo). Alcune sono foto, molto Pop, e altre sculture in scala reale fatte di cera, molto genere Madame Tussaud.

 

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L’atmosfera generale richiama esplicitamente sia Andy Wharol che le copertine dei dischi dei Rolling Stones degli anni settanta e c’e’ anche parecchia cultura alternativa urbana. Si’, Gavin Turk e’ un personaggio direttamente legato alle atmosfere londinesi del Punk storico e in estrema sintesi il suo e’ anche e soprattutto un lavoro esperto e quasi virtuosistico sul vintage del Punk.

 

Prosegue la lunga parata di sue immagini che culminano con un Turk alle prese con l’iconica garitta delle guardie di Buckingham Palace, quest’ultimo lavoro onestamente molto bello e quasi sbalorditivo per il suo gioioso realismo.

 

Si passa poi alla fase “oggettuale” del suo lavoro quando inizia a riprodurre gli oggetti tipici che si possono trovare nelle periferie londinesi: sacchi a pelo di senzatetto, resti di cibo, pneumatici bucati, sacchi della spazzatura abbandonati e via dicendo. Li riproduce nel piu’ nobile e classico dei materiali artistici: il bronzo.

 

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Poi li dipinge realisticamente alla perfezione e il risultato e’ sorprendente: fino a che non li si tocca sembrano assolutamente oggetti abbandonati (e veri). Sempre a proposito di confronti e coincidenze in questo caso viene facilmente in mente il duo italiano Bertozzi & Casoni che fa esattamente la stessa operazione usando pero’ la ceramica.

 

Mostra comunque interessante questa qua, che fa maliziosamente ed incidentalmente anche pensare a quando (e se) Damien Hirst abbia mai lavorato. Sembra infatti che abbia passato tutto il suo tempo e le sue energie a collezionare i lavori degli altri. 

 

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GAVIN TURK

WHO WHAT WHEN WHERE HOW AND WHY

NEWPORT STREET GALLERY

LONDON SE11

19 Oct 19 2016 Mar 2017

ANTONIO RIELLOANTONIO RIELLO

 

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