“I PRESIDENTI POSSONO SBAGLIARE. MA ANCHE I TIFOSI, QUALCHE VOLTA” – IL DIRETTORE DEL “FOGLIO” CLAUDIO CERASA INFILZA LUIGI BISIGNANI, CHE DA UOMO CHE SUSSURRA AI POTENTI SI E’ TRASFORMATO NEL CAPOPOPOLO CHE AIZZA LA PIAZZA (“PER L’ASSOLUZIONE DEL PRESIDENTE LOTITO IL RISULTATO NON BASTA”) – CERASA: “SE LA LAZIO DOVESSE ANDARE BENE, SI POTRÀ DIRE CHE IL MERITO È ANCHE DELLA SOCIETÀ CHE QUEST’ANNO HA FATTO QUALCOSA PER FARLA ANDARE BENE, O NO?” – SUL “FOGLIO” IL RACCONTO DEL PARADOSSO BIANCOCELESTE: "E SE LA LAZIO GIOCASSE COSÌ BENE PERCHÉ IN CASA GIOCA DENTRO UN SILENZIO IRREALE? IL VUOTO MENTALE È LA CONDIZIONE IDEALE DI OGNI IMPRESA SPORTIVA" – QUANDO L’EX LAZIALE KOLAROV DISSE CHE I TIFOSI NON CAPISCONO NULLA DI CALCIO…
I PRESIDENTI POSSONO SBAGLIARE. MA ANCHE I TIFOSI, QUALCHE VOLTA
Dalla rubrica delle lettere del “Foglio”
Al direttore - E ora siamo anche soli in testa al campionato di Serie A. Ci sono amori che, per non spegnersi, devono lasciare vuota la propria sedia. Andrea Minuz racconta con grazia il paradosso laziale: la squadra vince, il suo popolo rimane fuori. Ma quel vuoto non è un’incapacità di essere felici.
E’ il prezzo che migliaia di persone pagano per non confondere la felicità di una domenica con la rinuncia alle proprie ragioni davanti alla supponenza del proprio presidente. Parlo da laziale di quattro generazioni, da raccattapalle ai tempi di Lorenzo, un secolo fa. Ho scritto lettere al Tempo, pubblicato per settimane dieci domande alle quali Lotito non ha risposto e ricevuto migliaia di mail da tifosi tanto innamorati quanto indignati.
Oggi sono anche indagato. E sono corso spontaneamente dal pm. Ho esortato i tifosi a seguire la squadra in trasferta: l’amore trova una strada anche quando diserta la propria casa. Si può gioire per un gol e continuare a chiedere rispetto. La classifica misura i punti, non esaurisce le ragioni di un’appartenenza.
Minuz si domanda, con ironia, se la Lazio giochi così bene proprio grazie al silenzio dell’Olimpico. Gli propongo un’altra lettura: la contestazione ha contribuito a compattare squadra e allenatore e a spingere la proprietà ad acquistare, sia pure con formule fantasiose, giocatori rivelatisi fondamentali.
Anche chi lascia vuota la sedia all’Olimpico sostiene la squadra in trasferta. Una protesta che ha trovato eco nella stampa internazionale e solidarietà fra i tifosi di altri club. Nel ritratto affettuoso di Minuz c’è spazio anche per questo dolore: rinunciare al posto dal quale si vorrebbe soltanto applaudire. Dietro ogni seggiolino vuoto ci sono una storia, una voce trattenuta, una domenica che costa.
Altro che ascesi: al gol esultiamo anche noi. Per l’assoluzione del presidente, invece, il risultato non basta.
Luigi Bisignani
Risposta di Claudio Cerasa:
(...)
Tutto molto chiaro. Ma resta una domanda. L’accusa principale rivolta a Lotito, fra le tante, che comprendo, è di aver portato la Lazio allo sfascio.
Se quest’anno la Lazio dovesse ottenere un risultato importante sarà possibile dire che le accuse del passato restano valide e quelle del presente no? E se la Lazio dovesse andare bene, si potrà dire che il merito è anche della società che quest’anno ha fatto qualcosa per farla andare bene, o no? I presidenti possono sbagliare, è ovvio.
Chissà se anche i tifosi qualche volta si possono sbagliare.
LA STORIA INCREDIBILE DEL POPOLO LAZIALE, VINCENTE MA FUORI DALLO STADIO
Andrea Minuz per “il Foglio” - Estratti
(…) “Ma che succede alla Lazio?”. Prendi una squadra contestata da anni: i tifosi vogliono cacciare il presidente e allo stadio non ci vanno più. Aggiungi una rosa da salvezza e un allenatore uscito male dalla Nazionale, dato per spacciato prima ancora di cominciare. Dopo nove giornate quella squadra è prima.
Gioca un gran calcio. Segna una valanga di gol. Sembra il Real Madrid, e per come stanno le cose ora potrebbe battere chiunque, anche il Real Madrid. Fin qui, siamo nel campo delle sorprese che il calcio ancora concede ogni tanto. Ma il bello viene ora, dicevo al mio amico: più la Lazio vince, più i laziali disertano l’Olimpico e scrivono “Lotito vattene” sotto i post trionfali della società, come se la squadra stesse precipitando in B.
(…) Anch’io ormai aspetto le partite della Lazio come un esercizio spirituale: esultare senza esultare, vincere in raccoglimento, nascondersi nella vetta. Avrei anche pronto lo striscione per il derby: “Non è Lazio è AI”. In questa Lazio-champagne gioca anche Romano Floriani Mussolini, ventitré anni, figlio di Alessandra, nipote di Romano – il pianista jazz – e pronipote di quello lì. Sulla maglia c’è scritto solo “Romano”, i telecronisti dicono “Floriani”, ma quando esulta su Instagram sotto il post partono tanti “bello-de-nonno!”.
Della sua esistenza si sono accorti tutti domenica scorsa. Nel 6-2 di Reggio Emilia (6 a 2!), Mussolini ha segnato a Turati – non il socialista, il portiere del Sassuolo. Era il 27 ottobre, primo giorno della Marcia su Roma. Un classico tormento laziale: un Mussolini in carne e ossa sulla fascia, con la maglia biancoceleste, l’aquila come mascotte. Una volta avevo un argomento pronto: “Guarda che anche Sandro Curzi, comunista cosìììì, era un grande laziale!”. Ma oggi Curzi non se lo ricorda più nessuno.
Ci sarebbe da farci una serie, su questa stagione della Lazio – perché c’è anche la sottotrama di Noslin: ventisette anni, scartato dall’Ajax, cinque anni fa consegnava panini in motorino, oggi segna gol impossibili in serie A, simbolo di questa Lazio-champagne.
A questo punto bisogna chiederselo e lo hanno già fatto in tanti: e se la Lazio giocasse così bene proprio perché in casa gioca dentro un silenzio irreale? Niente pressione, niente fumogeni, niente saluti romani.
Il vuoto mentale, condizione ideale di ogni impresa sportiva, quello che i mental coach promettono a pagamento. Una nuova dimensione del calcio. Un calcio sperimentale, concettuale, avvolto nel silenzio, come certo teatro off: Grotowski che toglie tutto, Pina Bausch che fa ballare le sedie vuote in Café Müller (devo parlarne con Gattuso). Del resto, Alessandro Piperno, grande laziale, aveva scritto sul Corriere, dopo l’ennesima vergogna in curva (fischi al Giorno della Memoria), che allo stadio non avrebbe più messo piede. C’aveva visto lungo.
lazio cagliari - pinamonti esulta dopo il gol
luigi bisignani






