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UN MAXXI SPRECO DALLA “A” ALLA “Z” – IN UN SAGGIO DI ALESSANDRO MONTI LA STORIA DI UN MUSEO, MONUMENTO ALLA VANITÀ DEI POLITICI – FORSE A ROMA NON C’ERA BISOGNO DI QUESTO POLO DI ARTE CONTEMPORANEA

Angelo Crespi per “Il Giornale”

 

pubblico per kentridge al maxxipubblico per kentridge al maxxi

Il MAXXI di Roma è nato sotto una cattiva stella. La polemica di qualche giorno fa, dopo l'esposizione di un'opera dei fratelli Chapman dal sapore pedopornografico, è l'ultima di una lunghissima serie. Fuori da ogni pregiudizio politico, il saggio di Alessandro Monti, Il MAXXI ai raggi X (Johan & Levi, pagg. 96, euro 12), traccia un quadro dei vizi endemici di un ente stretto tra finalità magniloquenti e risultati opinabili.

 

Innanzitutto la questione architettonica irrisolta: il progetto di Zaha Hadid del '98 è costato, dopo 12 anni di lavori, circa 180 milioni di euro, il triplo dei 110 miliardi di lire previsti. Il complesso non ha assunto particolare rilevanza nel tessuto urbano se non a livello di quartiere, ed è poco adeguato alle esigenze espositive di un museo: sui 21mila metri quadrati complessivi la superficie utilizzabile è la metà, peraltro di difficile allestimento.

maxxi di seramaxxi di sera

 

Quanto alla politica culturale, i dubbi iniziali permangono: mancando una puntuale analisi di costi e benefici per la collettività, secondo Monti, ordinario di Teoria e politica dello sviluppo, la nascita del MAXXI è avvenuta «senza una chiara e convincente giustificazione culturale». Dal '96 al 2001 i governi Prodi (ministro della Cultura Veltroni), D'Alema (Melandri), Amato (Melandri) si sono adoperati nel reperire ingenti risorse pubbliche, costruendo un meccanismo che da un iniziale, anodino «Centro per la documentazione e la valorizzazione delle arti contemporanee e dei nuovi musei» ha poi sfornato l'attuale fondazione.

 

corso di ricamo al Maxxicorso di ricamo al Maxxi

Così si è configurato un soggetto «sostanzialmente indipendente da ogni controllo tecnico-scientifico, amministrativo e contabile», la cui operatività è sottratta alla vigilanza di Parlamento e Corte dei Conti e sottoposta a una «vigilanza ministeriale lacunosa e tardiva, che si è tradotta in ampi margini di discrezionalità degli organi decisionali con effetti ostativi sulla piena trasparenza gestionale di un patrimonio pubblico di notevole valore».

 

Sul tema, Monti ha una solida convinzione che in parte non condividiamo, ma di cui possiamo comprendere il senso: anche in ragione della recente stabilizzazione del finanziamento pubblico col ministro Bray (5 milioni l'anno) è assurdo che il MAXXI operi in un contesto di scarsa trasparenza; che, pur prevalendo nella governance l'approccio privatistico, dreni risorse pubbliche fino a incrinare nel settore il precario equilibrio pubblico-privato; che in parte sia stato, e sia, espressione delle velleità dell'alta burocrazia del Mibac e della politica a essa collegata; che infine il Mibac, seppur in modo surrettizio, con il MAXXI abbia finito «per porsi in concorrenza non solo con l'intero apparato museale ed espositivo pubblico e privato dell'arte contemporanea e dell'architettura, ma pure con se stesso» e, dovendo sopravvivere alla pretenziosità degli obiettivi statutari di essere il primo e più grande museo italiano, il MAXXI sia costretto a rivaleggiare con la Gnam, con la Biennale di Venezia, con la Triennale di Milano.

CONTAINER NEL MUSEO MAXXI CONTAINER NEL MUSEO MAXXI

 

Non va meglio la comparazione con gli altri musei italiani del contemporaneo, benché meno o per nulla sostenuti dallo Stato. Il MAXXI ha affiancato costose esposizioni internazionali a una routine meno esaltante, «una miriade di mostre di alterno spessore, comprese quelle di circuito, e di eventi e incontri su temi più disparati di moda, poesia, danza, turismo, fino ad anteprime cinematografiche e proiezione di vecchi film da cineforum, slegati dalle opere esposte e dalle altre attività in corso.

 

Museo MAXXI Museo MAXXI

Senza escludere cene conviviali a pagamento e sfilate di moda, cicli di lezioni di yoga e promozione delle biciclette nel piazzale esterno». Il tutto con l'intento (visti gli oltre 270 eventi nel 2013), più da circo Barnum che da museo, di drogare l'affluenza del pubblico a scapito della qualità. Cosa peraltro non riuscita fino in fondo, sempre che possano essere stime certificabili quelle offerte dal MAXXI che «non trasmette neppure al ministero vigilante dati informativi sulla soddisfazione degli utenti, né sugli ingressi al museo, né sul gettito ricavato dalla vendita dei biglietti».

 

YOGA AL MAXXI Giugno retro YOGA AL MAXXI Giugno retro

In ogni caso, i toni trionfalistici del presidente Giovanna Melandri circa l'andamento 2013 sembrano fuori luogo: i visitatori nel 2013 sarebbero stati 294mila, con un incremento di oltre il 40% sul 2012, ma non sul 2011 che ne aveva registrati 450mila, lontanissimo dai 4,8 milioni della Tate Modern di Londra, o dai 3,6 del Centre Pompidou, o dai 2,8 del Moma di New York, o dai 2,7 del Reina Sofia di Madrid.

 

Mancando informazioni sull'ammontare dei visitatori paganti e di quelli gratuiti, e su come siano ripartiti tra esposizioni ed eventi, e limitandoci al rapporto visitatori-mostre 2013, il MAXXI si pone a metà classifica tra i competitor italiani con una media di 16mila visitatori a mostra, dopo Pirelli Hangar Bicocca, PalaExpo, Castello di Rivoli e Mart. Facendo fede i dati forniti dall'ufficio stampa (37 mostre), si scende però al livello più basso del campione preso in esame, con una media di 7mila e 300 visitatori a esposizione, e se si includono i 272 eventi, si arriva ad appena 900 visitatori per manifestazione.

MAXXI - VEAUTE - MELANDRI - TRUSSARDIMAXXI - VEAUTE - MELANDRI - TRUSSARDI

 

Anche la scelta del direttore, il cinese Hou Hanru, esperto di iniziative di prestigio ma di corto respiro temporale (biennali e simili), appare sintomatico di un approccio che privilegia l'effimero degli eventi e non il consolidamento delle strutture museali stabili.

 

Non vanno poi dimenticati i problemi economici intrecciati con quelli della governance : dopo due anni dall'apertura (2010) il MAXXI è stato commissariato: i tagli lineari dei trasferimenti (-75%) che hanno reso impossibile approvare il bilancio di previsione 2012, con un deficit di 2,7 milioni, sono sembrati motivati da un radicale cambio di strategia anche se, una volta giunto il Commissario straordinario il Mibac ha comunque dovuto far fronte allo sbilanciamento strutturale di un'istituzione che non può reggere senza lo Stato.

 

daniele puppi happy moms daniele puppi happy moms

Quindi Monti ha gioco facile nel dimostrare l'incongruenza della scelta amministrativa privatistica: è lampante la sproporzione tra, da un lato, l'apporto dello Stato (11 milioni di trasferimenti nel 2014, cui si aggiunge il valore dell'edificio e della collezione di circa 200 milioni di euro) anche attraverso la società pubblica Arcus (32 milioni tra il 2006 e il 2013) e, dall'altro, i conferimenti privati o i ricavi da biglietteria e da servizi aggiuntivi (circa 2 milioni annui). Inoltre l'attuale veste giuridica privatistica consente alla fondazione MAXXI di non sottostare agli obblighi di trasparenza stabiliti a carico degli enti pubblici, permettendo di non trasmettere i bilanci alla Corte dei conti per i controlli di legittimità degli atti e delle spese, ma pure di evitare di depositarli nella propria biblioteca o sul sito nel rispetto delle più elementari regole di trasparenza e garanzia.

Giovanna Melandri Giovanna Melandri

 

Il prestigio dell'istituzione è eroso poi dalla querelle sull'emolumento del presidente, non previsto da una legge che poi è stata aggirata all'italiana.

 

I rimedi proposti da Monti per ovviare a tutto ciò appaiono tuttavia deboli: sia la riappropriazione gestionale dell'ente da parte dello Stato (soluzione complessa), sia le modifiche statutarie o di strategia culturale (di più facile esecuzione, ma di minore impatto). Resta la sensazione che non ci fosse bisogno di un museo di Stato del contemporaneo e che solo la protervia di una politica spettacolo ne abbia visto l'urgenza.

 

 

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