“MALAGÒ HA RIVISTO I PATTI. CI HA DETTO: DA OGGI L’ALLENATORE LO DECIDO IO E VOI AVALLATE” – PAOLO MALDINI ROMPE IL SILENZIO SULLO PSICODRAMMA NAZIONALE E SI TOGLIE I MACIGNI DAGLI SCARPINI: “I NOMI ERANO TRE: PIRLO, DE ROSSI E FABIO GROSSO. MA IL PRESIDENTE CI HA DETTO CHE IN BASE AGLI ACCORDI CHE L’HANNO PORTATO ALL’ELEZIONE NON POTEVAMO TOCCARE GLI ALLENATORI DI SERIE A” – “GUARDIOLA È ANDATO VICINO AD ACCETTARE, SI ERA MESSO ANCHE A SCRIVERE FORMAZIONI SUI FOGLI, MA HA RIFIUTATO PER STANCHEZZA” (E QUALCHE MILIONE BALLERINO) - “MALAGÒ HA TELEFONATO A ME E LEONARDO PER DIRE: ‘PIRLO NON SI PUÒ PIÙ PRENDERE, DA OGGI CAMBIANO LE REGOLE’. È INACCETTABILE E L’UNICA COSA DA FARE ERA DIMETTERSI. “IL LEGAME DI PIRLO CON LA SOCIETÀ RUSSA DI SCOMMESSE HA CONTATO, MA NOI NON LO SAPEVAMO”. PAOLINO, BASTAVA GOOGLARE! – LA FUFFA SULLA RIFONDAZIONE DEL CALCIO ITALIANO: MA CHE VOLEVI RIFONDARE CON UN CT CHE ALLENA NELLA SERIE B DEGLI EMIRATI COME PIRLO? – L’INTERVISTA BY CAZZULLO
Estratto dell’articolo di Aldo Cazzullo per il “Corriere della Sera”
giovanni malago e paolo maldini
Paolo Maldini [...] il suo carattere. Anche in questi giorni lo si è detto: Maldini è bravo, per carità, 902 presenze con il Milan, sette scudetti, cinque Champions, 126 presenze in Nazionale di cui 74 da capitano. Però ha un carattere impossibile.
«Non lo so. Sono gli altri a giudicarmi; e non si può piacere a tutti. Io tengo a fare le cose per bene. E tengo a dire le cose chiaramente. Le persone che hanno lavorato con me, i miei compagni di squadra, i colleghi di cinque anni al Milan da dirigente, mi conoscono bene.
franco baresi paolo maldini foto lapresse
Se un uomo che cerca di far valere il proprio ruolo e di difendere le proprie mansioni è intransigente, io sono intransigente. Se una persona che si prende le proprie responsabilità, che cerca di vincere e di accettare le sconfitte è intransigente, allora io sono intransigente. Però ho una fortuna, che mi viene dai miei 25 anni di carriera».
Quale?
«Non sono attaccato alla poltrona. Mi sento molto libero nelle mie scelte. Grazie a Dio non ho necessità economiche. Quello che mi porta ad accettare i ruoli è la possibilità di eseguirli, di dare il mio contributo. Mi dispiace che questa cosa sia vista come arroganza o intransigenza. Ma se vengo indicato come responsabile, mi sento in dovere di esserlo».
giovanni malago' foto lapresse 3
Lei finora ha taciuto. Ci racconta come è andata davvero la sua breve esperienza da direttore tecnico della Nazionale?
«Malagò mi ha chiamato a Pasqua, dicendo: c’è la possibilità che io diventi presidente della Figc; tu sei la persona che vorrei avere con me. Io gli ho dato la mia disponibilità. Nel calcio per me esistono solo due cose: il Milan e la Nazionale. Poi non l’ho più sentito. Il giorno prima delle elezioni, Malagò richiama: domani si vota, ci sono buone possibilità, ti vorrei a bordo. Rispondo: parliamone».
E avete parlato.
«Mi ha chiesto di diventare presidente del Club Italia. Non si trattava solo di rilanciare la Nazionale. C’era da rifondare il calcio italiano».
C’era bisogno pure di Leonardo?
«Condivido con lui amicizia, valori, principi. Leo ha una grande capacità organizzativa, oltre che una grande intesa con me. Così siamo partiti. E abbiamo pensato a un nuovo ruolo: la direzione tecnica.
van basten paolo maldini virdis e tassotti
La direzione tecnica non è mai stata nell’organigramma della Nazionale: l’allenatore faceva riferimento direttamente al presidente. Però non era giusto: l’allenatore ha bisogno di confrontarsi».
E poi cos’è successo?
«Poi i patti sono stati rivisti; di conseguenza l’unica cosa da fare era dimettersi. Anzi, rinunciare a firmare il contratto di quattro anni che doveva partire dal primo agosto».
Però, mi scusi, come ha fatto ad accettare senza che ci fosse l’accordo con Malagò sul nome del ct?
claudio ranieri, roberto mancini e giovanni malago' foto lapresse
«Infatti per prima cosa ho chiesto: il ct chi lo sceglie? Malagò mi ha risposto: l’allenatore lo decidete voi, e io lo avallo. Questo era l’accordo. Poi gli eventi hanno fatto sì che questa cosa cambiasse».
Ha destato sconcerto il fatto che lei indicasse un orizzonte temporale di otto-dieci anni.
«In Lega ho raccontato il nostro progetto, incentrato su due binari diversi. La rifondazione del calcio italiano richiede tempo. Formare nuovi talenti e una nuova mentalità è un percorso lungo.
Imponeva di creare un nuovo movimento in cui fossero coinvolte tutte le componenti federali: serie A, serie B, serie C, dilettanti, le associazioni degli allenatori, dei giocatori, degli arbitri. E poi c’era l’altro binario, o se preferisce l’altro treno, che doveva viaggiare molto più veloce: perché tra meno di due mesi giochiamo con Belgio, Turchia e Francia per la Nations. Dovevamo sia preparare il domani, sia far bene oggi. E ricominciare a vincere».
paolo maldini franco baresi foto lapresse
Con Pirlo?
«La nostra idea era legata alla tecnica. Al gioco offensivo. A un cambiamento. In Italia siamo rimasti indietro su tante cose. Volevamo che la formazione dei ragazzi fosse basata non sull’esasperazione tattica ma sulla tecnica, l’uno contro uno, la mentalità offensiva. E volevamo un allenatore giovane, che avesse avuto una storia in Nazionale. I nomi erano tre».
Chi, oltre a Pirlo?
«Daniele De Rossi e Fabio Grosso. Tre campioni del mondo. Ma il presidente ci ha detto che in base agli accordi che l’hanno portato all’elezione, con l’appoggio di tutti i club tranne la Lazio, non potevamo toccare gli allenatori delle squadre di serie A. Quindi De Rossi e Grosso erano esclusi».
La Lega non vi aveva promesso aiuto?
«Ma io capisco. A fine luglio le squadre sono già in ritiro, è difficile cambiare in corsa. Malagò ci ha detto: questo non si può fare. E noi siamo andati avanti con Pirlo».
Non c’erano proprio altri candidati?
«Una telefonata al migliore allenatore italiano di sempre, al mio fraterno amico Carlo Ancelotti, l’abbiamo fatta. Ci ha risposto che il Brasile gli ha ribadito la completa fiducia, ci ha salutati dicendoci in bocca al lupo. Una telefonata doverosa».
E con Pep Guardiola com’è andata davvero?
«È l’allenatore che più incarna il gioco tecnico e offensivo. Attraverso qualche amico aveva manifestato l’idea di allenare una Nazionale. Siamo andati a trovarlo a Barcellona, abbiamo pranzato insieme, abbiamo parlato per un’intera giornata. Era molto tentato. È andato molto vicino ad accettare. Si era messo anche a scrivere formazioni sui fogli…».
andrea pirlo, andriy shevchenko e paolo maldini
È vero che ha chiesto venti milioni di euro?
«Assolutamente no. I soldi non sono mai stati un tema. Pep ci ha detto chiaramente: datemi un euro in meno di quello che prendeva l’ultimo ct, e io sono a posto».
Allora perché ha rifiutato?
«Per stanchezza. Guardiola viene da dieci anni massacranti in Premier. Si è operato alla schiena. Vuole riposarsi. Ma è stata una discussione molto seria, abbiamo studiato le rose, dagli under 17 in su… Così siamo andati su Andrea. Malagò sapeva tutto, l’abbiamo informato passo dopo passo».
Ma Pirlo non è un vincente.
ANDREA PIRLO CON LA MAGLIA DELLO UNITED FC CLUB DI DUBAI
«Questa è una considerazione personale. Noi volevamo un allenatore giovane, che sposasse il progetto e avesse una carriera di alto livello. Tecnicamente quando parlo con Pirlo lo trovo preparatissimo. Accompagnato e sostenuto da un direttore tecnico e da un advisor, sarebbe stato l’allenatore ideale».
Non è una considerazione personale. Pirlo ha preso una Juve reduce da nove scudetti consecutivi, e l’ha portata al quarto posto. E anche altrove non ha fatto bene.
«Che curriculum avevano gli ultimi due allenatori che hanno vinto il Mondiale, Scaloni e de la Fuente? Se si vede tutto legato all’allenatore che sta in panchina, si guarda all’oggi, mai al domani. E noi veniamo da tre mancate qualificazioni».
Insisto: 8-10 anni sono tanti.
«Questo è l’unico punto su cui in Lega ho trovato un certo scetticismo. Ma è il tempo stimato da noi sulla base dell’esperienza non solo delle grandi potenze, l’Inghilterra la Francia la Spagna, ma anche delle altre nazioni che hanno rifondato il loro calcio, come la Svizzera. La ristrutturazione aveva bisogno di tutte le componenti, che devono parlarsi e aiutare».
I prossimi Mondiali sono tra quattro anni.
«E gli Europei tra due. So bene che se non ci fossimo qualificati saremmo saltati. Forse non è giusto, ma è così. Bisogna vincere subito. Ma bisogna anche preparare il futuro».
Quanto ha contato il legame di Pirlo con la società russa di scommesse?
«Questa cosa ha sicuramente contato. Noi non la sapevamo. L’opinione pubblica ha fatto il suo lavoro. Ma non c’era nulla sul piano giuridico che avrebbe potuto impedire ad Andrea di fare l’allenatore della Nazionale».
È stato un pretesto?
«Direi di sì. Di sicuro lo si è cavalcato in modo assolutamente esagerato. Pirlo era disposto a chiudere i rapporti con la Bet company russa. È una persona correttissima, non meritava questo clamore. Hanno tirato fuori il codice etico, il decreto dignità. Ma se ci fosse stata la reale volontà di farlo firmare come ct, non ci sarebbero stati ostacoli legali».
E la questione di suo figlio Christian e del figlio di Pirlo, Nicolò? Intraprendendo la carriera di procuratori, ci sarebbe stata incompatibilità con il vostro ruolo.
«Parliamo anche di questo. Nessuno l’ha detto, ma quella norma è stata cancellata nel 2019.
Sempre sul piano giuridico, non c’era nulla che potesse impedire ai nostri figli di fare gli agenti — oggi Christian è inquadrato come scout —, a me di fare il direttore tecnico della Nazionale e a Pirlo di allenarla. E se si fosse dimostrata una reale incompatibilità del mio ruolo con la professione di mio figlio, mi sarei dimesso subito. È stata una cosa molto pretestuosa e mai spiegata dai vertici federali. Ma ha avuto un impatto».
Malagò cosa le ha detto?
giovanni malago foto mezzelani gmt006
«Ha telefonato a me e a Leonardo per dire: “Secondo me Pirlo non si può più prendere. Da oggi l’allenatore lo decido io. Da oggi cambiano le regole: io decido il ct e voi avallate”. Ma se ho una mansione, se ho una responsabilità, e intendo esercitarle, questo è un discorso inaccettabile.
Ci siamo presi 24 ore e abbiamo presentato le nostre dimissioni, su un contratto che doveva ancora partire. Non so se questo è essere intransigente e presuntuoso. Io sono abituato in un’altra maniera. Non c’erano più le condizioni di fiducia per svolgere un lavoro che è enorme, ma allo stesso tempo esaltante».
Da dove avreste cominciato?
«Avevamo già cominciato. Siamo stati a Coverciano. È una macchina ferma. Ci sono tantissime persone che vorrebbero fare, ma non sanno cosa fare. Attendono un obiettivo, delle indicazioni. Incontrarle ci aveva dato un sacco di energie, in un ruolo che spaventa».
È vero che avete proposto Thiago Motta?
«No. I nomi erano quelli».
Cos’ha Mancini che non va? Anche lui è stato un grande calciatore. Ha vinto un Europeo.
giovanni malago leonardo paolo maldini
«Si figuri se io non apprezzo Roberto Mancini. Ma avevamo un progetto diverso. Volevamo un ct nuovo, giovane. Mancini e Conte sono due grandi allenatori. E non è questione di amicizia».
Ora si dice amichettismo.
«Io sono amico di Pirlo, è vero. Sono amico di Ancelotti. Ma sono amico anche di Mancini e di Conte, certo con frequentazioni diverse. Ci conosciamo da decenni, abbiamo giocato contro, e abbiamo giocato insieme in Nazionale.
Con Mancini siamo arrivati in semifinale all’Europeo del 1988, quello di Van Basten, e al Mondiale di Italia ’90. Con Conte siamo arrivati in finale ai Mondiali del 1994 e all’Europeo del 2000. Ma non scelgo le persone perché sono mie amiche. Scelgo le persone che al momento mi sembrano più valide per il progetto da sviluppare».
PAOLO MALDINI SILVIO BERLUSCONI
Quale sarebbe stato il progetto?
«Un cambiamento radicale. Metodologie di lavoro completamente diverse, più offensive.
Formazione di nuovi talenti. Sostegno a tutta la filiera delle Under. Sarei diventato presidente del Club Italia, che è fatto da diciannove squadre: le giovanili, le femminili, il beach soccer, il Futsal…».
[...]
Il suo modello è il Milan di Berlusconi?
«Berlusconi è stato un modello di gestione. Ha vinto tutto spendendo meno di altri club che hanno gettato miliardi prima di vincere…». [...] andrebbe studiato. Ha insegnato che la struttura dell’azienda in cui lavori è fondamentale, che è importante il rispetto del ruolo: chi doveva decidere decideva, e poi veniva giudicato per quello. Mi pare che non si usi più. La base di qualsiasi contratto di lavoro è prendersi le proprie responsabilità. Se sbaglio, sbaglio con le mie idee. Ma Berlusconi non cambiò soltanto la gestione».
Cos’altro?
«La cultura. Ogni giorno a Milanello arrivava qualcuno a insegnarci qualcosa. Eravamo sfiniti dagli allenamenti di Sacchi, e veniva uno a insegnarci l’inglese, un altro l’alimentazione, un altro la storia dello sport… All’inizio eravamo perplessi. Poi abbiamo capito che era importante. Oggi non puoi competere a livello internazionale se non cresci sotto ogni aspetto».
La serie A voleva Conte. Perché non andava bene? Non è abbastanza offensivo?
«Io ho parlato con Marotta, con Percassi, con altri presidenti e dirigenti, e nessuno mi ha fatto un nome».
Non è un mistero che i presidenti volessero Conte.
«La Lega è stata corretta, mi ha anche garantito: se c’è da dare una mano sul piano economico, noi ci siamo. Ma un pochino mi conoscono. Se devo venire qua e due nomi sono già scelti, uno da Malagò e uno dalla Lega, che senso ha chiamarmi? Tante volte mi è stata assicurata l’autonomia. Che avessero un loro preferito, ci sta. Ma se chiedi collaborazione, e prevedi un progetto condiviso, poi devi condividerlo».
Malagò l’ha delusa?
«C’era un rapporto basato sulla fiducia. Se fai una scelta poi la devi difendere. Se racconti quel che pensavi di creare, la scelta si capisce un po’ di più. Faccia il confronto con il campionato italiano di venti o trent’anni fa».
[...] Al suo posto ci sarà Ranieri. Cosa ne pensa?
claudio ranieri, roberto mancini foto lapresse 4
«La sua storia parla per lui. Non posso giudicare. Avere una figura come Ranieri è un plus, qualcosa di eccezionale. Dico solo che il lavoro da fare è enorme. Non so cosa gli sia stato chiesto. Temo che sarà data molta importanza alla Nazionale, e molta meno alla rifondazione del calcio italiano».
E lei come si sente?
«Ho un cruccio che mi porterò dentro. Avevo assunto un impegno gravoso che nei giorni era diventato quasi un sogno: fare qualcosa per le prossime generazioni, per costruire un’Italia competitiva. Un sogno interrotto ma bellissimo, anche per le tante persone che avevo trovato disposte a lavorare. Sa di cosa ci ha parlato a lungo Guardiola?».
Di cosa?
«Dell’impatto che Cruijff ebbe sul calcio spagnolo. Per due anni fu combattuto da tutti. Ma se oggi la Spagna crea talenti, è grazie alle indicazioni di Cruijff. Non vogliamo paragonarci a lui. Ma la strada era quella. Difficile, lunga; ma avrebbe cambiato l’identità del calcio italiano. È un peccato. Un vero peccato».
alessandro nesta paolo maldini
MALAGO ABETE ALBERTINI PAOLO MALDINI






