ROSI NON ROSICA - LA VITA PRIMA FOLLE E POI IN PANCIOLLE DI GRECO MARIA ROSARIA, DETTA ROSI, SUPERDONNA CHE HA SORVOLATO L'ALTA SOCIETA' PER ATTERRARE SU ALAIN ELKANN.

Luciano Regolo per Chi


Ha la risata argentina, la vitalità, il sentimento e gli occhi luminosi di una bimba. Si dilunga, senza remore, e con slancio. sull'amore tra lei e il marito Alain Elkann, che, ci assicura, era scritto nel destino. La spontaneità e la freschezza di Rosi Greco conquistano di colpo: due doti rare, specie nell'alta società. A contatto di quest'ultima. Rosi, nona figlia di Olga Gattoni Celli e Nello Greco, concessionario Fiat e importatore della Dunlop, ci si trova dalla nascita. Ha alle spalle tre lunghe convivenze (ciascuna d'un quinquennio) con uomini influenti: due grandi della finanza, lo svizzero Giovanni Mahler e Orazio Bagnasco, poi il "delfino" di Craxi, Claudio Martelli.

Ha visto da vicino muoversi le alte leve della Prima Repubblica, di tutto un sistema di potere. Ma su queste memorie. Rosi, con classe, sorvola. Forse anche per un sincero rispetto verso Alain, e verso quei codici non scritti della famiglia "particolare" di cui è entrata a far parte. Suo marito, giornalista, scrittore e collaboratore stretto del ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, figlio del banchiere parigino Jean Paul Elkann e della torinese Carla Ovazza, infatti, è il padre di John, detto Jaki, Lapo e Ginevra, nati dalle sue prime nozze con Margherita Agnelli, la primogenita dell'Avvocato. Rosi ha conquistato il cuore di tutti e tre, entrando in questa famiglia in punta di piedi.

Rosi e Alain, che vivono tra la casa romana di lei in piazza SS. Apostoli e quella che appartenne alla madre di lui, a Moncalieri, sono tra le coppie più invitate e ricercate. Affettuosi fra loro come i fidanzatini di Peynet, inseparabili in ogni dove, come lei stessa ammette in questa intervista a cuore aperto, in cui per la prima volta racconta la loro storia d'amore. Rosi si illumina pure nel parlare delle sue due amiche del cuore: Fabrizia Bucci Casari, a Roma, e Claudia Bassani, a Milano. O quando rivanga la sua infanzia e, quasi per gioco, si mette alla prova, nominando uno per uno, e in ordine d'età, gli otto fratelli maggiori: Alberto, Ninni, Bebi, Anna, Roberto, Giorgio, Claudio e Massimo.

Ha studiato fino alle medie dalle suore del Bambin Gesù. Poi ha preso la maturità scientifica: «Ero forte in matematica, perciò mi promuovevano pure nelle altre materie», confessa. stringendo a sé il cagnolino pezzato, che lei e il marito hanno chiamato Muc: «Perché sembra una piccola mucca». Per anni è stata manager della linea di moda Balloon, l'azienda di famiglia. «Una grande esperienza», dice. «Ma nel 2001 ho deciso di riprendere in mano la mia vita privata e ora il mio lavoro, piacevolissimo, è Alain, che richiede sempre la mia presenza accanto a lui». Ecco allora un inedito ritratto della signora Elkann.

1 - LA MAMMA PERDUTA
«Da bambina facevo una vita selvaggia, in simbiosi con i miei fratelli Claudio e Massimo. Mi sentivo un maschio pure io: mi vestivo come un ragazzino, giocavo a baseball, sparavo col fucile a pallini, costruivo capanne sugli alberi ed ero tanto discola. Il mio papà era buono e generoso, ma col suo lavoro non aveva molto tempo per noi. La mamma, purtroppo, morî di tumore nel 1956: io avevo appena un anno. Non mi sono resa subito conto di quanto mi sia mancata. Mi dava solo un po' di malinconia vedere, quando iniziai la scuola, tutte le altre mamme venire a prendere i miei compagni. lo, invece, all'uscita, ero sempre attesa da un impiegato di mio padre o da uno dei miei fratelli.

La mamma l'ho conosciuta attraverso il ricordo appassionato di papà, innamorato di lei al punto che non volle mai rifarsi una vita. Erano una coppia stupenda. La mamma era una specie di santa, con la vocazione per la famiglia. Avrebbe voluto altri figli, dopo averne avuti nove e tutti a breve distanza. Ogni sera riuniva tutti per recitare il Rosario. E io, chiamata in casa, non so perché, "Teca", fui battezzata Maria Rosaria per un suo voto: mio fratello Massimo, mentre lei era incinta, si ammalò, sembrava destinato a morìre, ma lei chìese e ottenne la grazia dalla Madonna del Rosario».

2 - BIMBA MASCHIACCIO
«Palmira, la tata triestina, era dura, una peste, però, a servizio in casa nostra da una vita, si comportava da persona di famiglia, con affetto. Michele, il barbiere che veniva da noi, sull'Appia Antica, a tagliare i capelli ai miei fratelli, li metteva in fila e li rasava quasi a zero. Una volta mi disse: "Mettiti in coda pure tu!". "Ma io sono una bimba", replicai. E lui: "Zitto, non si discute!". Disse "zitto" al maschile e tagliò pure a me i capelli cortissimi. lo ero molto legata a papà, non lo mollavo un attimo. Se una sera decideva di andare al cinema con amici. Massimo e io ci nascondevamo nell'auto, zittì, immobili, uscivamo fuori solo quando lui non poteva più tornare indietro. Dai giochi, dalle spedizioni alle catacombe o tra i ruderi, da quel mondo di allora, lungo la via Appia, mi porto dietro tutta una cultura: l'amore per la storia, l'arte e la natura, in quel punto di Roma meraviglioso».

3 - LA PRIMA GONNA
«Eravamo così in tanti bimbi in casa che giocavamo tra di noi. Ho avuto un solo vero amichetto, Michele Soavi, futuro regista. Con sua sorella, Albertina, siamo tuttora in contatto. La loro mamma, Lidia Olivetti, che poi sposò il pittore Bruno Caruso, mi comprò la prima gonna della mia vita, in un negozio dei Parioli, quartiere allora a me sconosciuto. Era all'inglese, di velluto fucsia con i fiorellini. La regalò uguale a me e alla figlia, io provai a metterla, ma con grande difficoltà».

4 - MIO PADRE
«Ho scoperto la mia femminilità a 14 anni: un giorno, dalla finestra della mia camera, che dava proprio sui campi da tennis lì di fronte, mi sentii attratta da un bel ragazzo che giocava divinamente. Ero stupita: non sapevo che cosa fosse l'amore, nessuno mi aveva trasmesso questo concetto. Circa un anno dopo vissi una delle più grandi tragedie della mia vita, perdendo papà che morì di íctus dopo tre mesi da incubo in cui rimase in coma. La sua scomparsa fu per me come un tradimento: era il mio più solido punto di riferimento. Per questo mi allontanai anche da Dio. Pensavo: "Non può esistere, altrimenti non mi avrebbe mai fatto rimanere da sola". Poi, per fortuna, ho ritrovato la fede: Dio mi ha dimostrato tutti i giorni che esiste e mi ha aiutato, specie nei momenti più difficili».

5 - KARAOKE CON ARBORE
«A prendere le redini di casa, facendo da mamma a me e ai miei fratelli più piccoli, è stata mia sorella Bebi. Alain, quando parliamo della mia adolescenza, dice che Bebi gli fa venire in mente la classica jewish mother: energica, forte, positiva, sempre di ottimo umore. Tutti i sabato sera, tra il '70 e il '71, invitava a casa Renzo Arbore, allora quasi sconosciuto, e improvvisava feste divertenti: si ballava, si cantava. Arbore voleva lanciarmi nel mondo dello spettacolo. lo avrei potuto e voluto fare l'artista: suonavo bene il piano e avevo studiato danza, con tanta passione che mio padre si era spaventato, imponendosi perché interrompessi i corsi. Ma ero troppo timida per stare sul set o sotto i riflettori di uno studio televisivo. Solo l'amore per la danza classica mi faceva vincere ogni riserva, durante i saggi al Teatro Eliseo: mi dimenticavo che c'era un pubblico, ballavo per me stessa, per passione, non per il giudizio altrui».

6 - FUGA A PARIGI
«Negli Anni 70 cominciai a fare sempre più spesso la valigia e filare via a Parigi, mia città elettiva: l'ho sempre adorata. Ricordo con nostalgia gli studenti di diverse nazioni riuniti nei caffè, il Quartiere Latino, Montmartre e Saint Germain des Près: proprio in quella chiesa, dove andavo ogni giorno, Alain si è accorto di amarmi! Il fatto di esserci ritrovati marito e moglie sembra quasi un destino: ho sposato un uomo con due cose da sempre fondamentali per me, la cultura e il legame con Parigi e la Francia. Per me, da liceale, era meraviglioso stare lì: la libertà, i corsi di lingua, l'arte.



Ero diventata amica dell'ambasciatore italiano che mi mandava sempre libri e inviti per il teatro, passione che poi continuai a coltivare anche a Roma, assieme a Giancarlo Leone (figlio dell'ex presidente della Repubblica, ndr), un mio caro amico. Lui lavorava con Romolo Valli e Giorgio De Lullo, che ebbero la direzione artistica dell'Eliseo. Erano persone fantastiche. Sono stata felice di rivedere la casa in cui abitavano, sulla via Appia: ora appartiene ad altri miei amici: Sandra e Nanni Verusio».

7 - IL PRIMO AMORE
«Sono stata tanto amata. Forse ho amato anche io gli uomini del mio passato, ma non sono mai riuscita ad attaccarmi, credo per la paura di soffrire troppo se poi li avessi persi. Un'angoscia così te la porti dietro, se perdi presto entrambi i genitori... Prima o poi li abbandonavo per difesa e in un modo mostruoso, razionale, fulmineo. che inquietava anche me: facevo le valigie e andavo via, su due piedi. Il mio primo amore si chiamava Alex Cembran, lui aveva 21 anni, io quasi 18. Era bello, simpatico, ma con una stravaganza che non piaceva a mia sorella, terrorizzata all'idea che mi portasse su una cattiva strada.

Lo lasciai per questo, ma Bebi non aveva nulla da temere: mi sono sempre protetta da sola. Degli altri ex, i tre "noti", non mi va di parlare, l'ho fatto tante volte e sarebbe riduttivo. Si dice di me che ho sempre avuto "compagni potenti". In realtà cercavo una figura maschile forte, la guida che avevo perso con mio padre. Poi è anche vero che non ho mai sfruttato il loro potere. Non rinnego niente del passato: è rimasta sempre l'amicizia e riconosco che mi hanno insegnato tante cose».

8 - SEGNO A SAINT GERMAIN
«Con Alain non è stato un colpo di fulmine. Ci conoscevamo da anni. Lo trovavo bellissimo, sì, ma con gli uomini non ho mai fatto il primo passo, forse per timidezza. Comunque, sapevo che provava affetto per me: mi chiamava in tutti i suoi momenti importanti, specie quelli difficili. Uno di questi fu la morte della madre: "Ora sono veramente solo", mi disse. Aveva già perso il padre e così pure Moravia e Montanelli, per lui due autentiche guide. "Sento il bisogno di avere una moglie", concluse in quella strana telefonata.

Cominciai a pensare a tutte le mie amiche single, neppure mi sfiorava il pensiero di poter essere io la persona adatta a lui. Poi, un giorno, era il Natale di due anni fa il primo che lui ha trascorso senza i figli, si ritrovò a Parigi molto triste. Aveva portato a cena fuori la seconda moglie del padre, Françoise, rientrando a casa passò dal Quartiere Latino e vide uscire da Saint Germain la gente che era andata alla messa di mezzanotte. Provò il forte impulso di entrare nella chiesa e se ne stette lì, tutto solo, a guardare gli affreschi, nel profumo d'incenso.

D'un tratto, gli venne un'illuminazione: "È lei, è Rosi la donna della mia vita". Così, rientrò a casa e mi telefonò. lo ero in Svizzera a sciare e non prese la linea. Poi Alain andò per lavoro a Kabul con la figlia e Vittorio Sgarbi. Al rientro, Vittorio aveva 40 di febbre e rifiutava di farsi visitare. Era l'8 gennaio 2002 e Alain chiamò me: "Conosci un bravo medico? ". lo lo misi in contatto con un amico, il professor Sergio Tiberti, che avrebbe saputo prendere per il verso giusto Sgarbi, ma poi mi chiese di andare pure io: "E meglio, visto che non conosciamo il dottore". Da allora non ci siamo più lasciati».

9 - CORTE SERRATA
«Alain mi parlò quella sera stessa di ciò che gli era successo a Parigi. lo, da un lato ero affascinata dal suo racconto, dall'altro ero scettica: poteva essere solo una manovra elkanniana per conquistarmi. Perciò, rimasi prudente: "Ti voglio bene, ti stimo, ma non possiamo avere una storia". Per un mese mi ha ripetuto che era pazzo di me, che io ero la donna ideale per lui. Ma io rispondevo sempre di no: "Ho visto troppe amiche soffrire per te. E io sono troppo fragile per rischiare una delusione d'amore, non me la sento di fare la tua prossima vittima". Allora, Alain replicò: "Perché vittima? Tu non lo sarai mai, voglio che diventi mia moglie". Me l'ha detto con un tale trasporto e sicurezza che mi sono lasciata andare: "Va bene, allora sposiamoci"».

10 - NULLA OSTA DEI FIGLI
«Per eludere i ritardi burocratici e fare in modo che il nostro matrimonio fosse intimo, solo per noi, abbiamo deciso di sposarci a New York. "Non deve saperlo nessuno", mi disse Alain. E io non lo comunicai neppure ai miei fratelli. Però, su un punto fui irremovibile: "Dobbiamo dirlo ai tuoi figli". Lui non voleva e io, testarda: "Allora, non ci sposiamo. Non voglio fare una cosa alle loro spalle". Avevo già conosciuto, infatti, Lapo, Jaki e Ginevra, una ragazza molto intelligente, sensibile e diretta. Lei è la sua unica figlia femmina e per me era importante che lo sapesse e fosse d'accordo. Così, decisi di andare a Londra da Ginevra a chiederle la mano di suo padre. "E se ti dice di no?", si preoccupava Alain. Ma io insistevo. Così, andammo a Londra e Ginevra venne nel nostro albergo. "Tu che ci fai qui?", mi chiese, ridendo. lo, che avevo scherzato tante volte con lei sulle conquiste del padre, le dissi: "Ginevra, ci sono cascata anch'io!".

Al ristorante mi tremavano le gambe e sorseggiavo un bicchiere di porto per darmi coraggio. Lo offrii anche a lei, che commentava: "Vi vedo strani, stasera". Cosi, glielo dissi: "Ci stiamo per sposare, però vorremmo il tuo consenso". E Ginevra, contenta: "Se vi amate, perché no? ". A quel punto, preso coraggio, le chiesi di farmi da testimone. L'altro fu Lapo, che si trovava già a New York per lavoro. Jaki, invece, non poté venire, trattenuto dal suo stage a Dublino. Però, il giorno delle nozze, il 12 febbraio 2002 alla Town Hall, ci chiamò tante volte, curioso di sapere come andava. Un momento buffo fu lo scambio delle fedi: non riuscendo a mettere l'anello al dito di Alain, mi liberai del bouquet porgendoglielo. Ginevra e Lapo furono divertiti e complici nel vedere il padre con i fiori in mano».

11 - ALAIN MON AMOUR
«Non pensavo che Alain fosse così straordinario. Lo stimavo, leggevo i suoi libri, lo ritenevo simpatico ed elegante. Però, è stata una rivelazione scoprirlo così attento e affettuoso come marito. Mi manda i fiori a casa ogni giorno, mi lascia lettere dolci. Mi commuove con l'amore che mette in tanti gesti. È così difficile trovare qualcuno che divida tutto con te e in modo così profondo. Prima di conoscerlo pensavo al matrimonio come a un sacrificio, ora invece lo vedo come un'alleanza. Noi ci aiutiamo a sdrammatizzare i problemi, ci proteggiamo a vicenda, ci coccoliamo e non ci lasciamo mai, neppure per un giorno. Ed è bello non doversi mai raccontare niente perché si vive tutto assieme».

12 - I GIOVANI ELKANN
«Con i figli di Alain ho un rapporto molto felice. Con Ginevra c'è tanta complicità femminile: spesso mi mette al corrente anche di piccoli segreti. Sta frequentando una scuola di regia a Londra e sul cinema ha grande competenza. Le voglio molto bene e credo che anche lei me ne voglia. Lapo è un ragazzo bravissimo, responsabile nel lavoro e molto simpatico. Di carattere è forse il più estroverso. Mi ha raccontato di ciò che si è sentito dire dagli operai della Fiat nella camera ardente, alla veglia funebre di suo nonno. "Mi raccomando, non ci abbandonate, contiamo su di voi". Rimase colpito e da allora si è impegnato ancora di più, rivelando una vera passione per il suo lavoro.

Quanto a Jaki, già sapevo quanto fosse brillante e serio sul piano professionale. Ha un grande senso del dovere e del sacrificio e affronta una vita ben più gravosa di quella di tanti suoi coetanei, ma lo fa con grazia. E riservato, e preferisce le serate in famiglia o con pochi amici. E trovandosi a suo agio, chiacchiera con piacere, rivelando il suo senso dell'umorismo. Tutti e tre sono molto diversi, ma io trovo ciascuno di loro speciale. Un figlio mio? Ci ho pensato nel passato, ma non ho mai sentito dentro dì me lo spirito materno».


Dagospia 6 Febbraio 2004