RASSEGNATI STAMPA - BREVE ELENCO DI CHISSENEFREGA SU ELENA "BOVARY" FERRANTE - CURZI, «ER FIGARO DE SAXA RUBRA», INTORTATO DAL FURBO VENEZIANI - MELISSA P. HA SCRITTO "CENTO COLPI DI SPAZZOLA", MICA "ANNA KARENINA".

1 - «MADAME BOVARY ERA MIA MADRE».
Riccardo Chiaberge per il "Domenicale" de "Il Sole 24 Ore"
Dopo mesi, anzi anni, di congetture e pettegolezzi, l'inafferrabile Elena Ferrante rompe il silenzio dalle pagine di Repubblica per fare una rivelazione sensazionale: «Madame Bovary era mia madre». Ma ddài! E noi che la credevamo figlia di Peppino di Capri, sorella di Erri de Luca o nipote di Mario Merola. E invece no, Napoli non c'entra: a concepirla sbadatamente con qualche stallone di passaggio è stata una scandalosa signora della provincia francese. "L'amore molesto" in realtà, era un «mauvais amour».

Ora finalmente capiamo perché Elena si ostini a nascondere la propria identità sotto una specie di burqa letterario, come se vivesse a Kabul, precludendosi l'accesso al Ninfeo di Valle Giulia o alle comode poltroncine di Porta a Porta. È figlia della colpa, e se ne vergogna. E poi dicono che bisogna legalizzare la fecondazione eterologa.

Le prove, chiederete voi. Eccole. «La mia lingua madre, il napoletano - spiega Madame Ferrante, - ha strati di greco, latino, arabo, spagnolo e francese, parecchio francese. Lasciami, in napoletano, si dice làssame e il sangue si dice 'o sangh». Come in francese. Ma non è tutto. La madre di Elena chiamava il cerotto «sparatrap», proprio come l'eroina di Flaubert.

Insomma, non poteva essere che lei, Emma Bovary. Anzi, Bovarì, con l'accento sulla i e a pummarola 'n coppa. Del resto a chi potevano essere dedicate, se non a Emma, le celebri strofe di «Core 'ngrato»? «Bovarì, Bovarì.../ pecchè mm'e ddice sti pparole amare?! / Pecchè mme parle e 'o core mme turmiente Bovarì?! / Nun te scurdà ca t'aggio dato 'o core, Bovarì».

E adesso? Non potendo accontentarci di questo «outing», restiamo in attesa del passo successivo: quando la vera Elena, anzi Hélène, si toglierà il burqa e mostrerà il suo volto, magari in diretta televisiva, dicendo come Flaubert: «Madame Ferrante c'est moi».

2 - KOJAK FOR PRESIDENT. GLI APPLAUSI SOSPETTI
Aldo Grasso per il "Corriere della Sera"

Curzi for president. Ma siamo proprio sicuri che la proposta di Marcello Veneziani di candidare Sandro Curzi alla presidenza della Rai non nasconda una sottile crudeltà? Siamo certi che non sia un'astuta presa per i fondelli?



Dire del vecchio direttore di Telekabul che «in fondo è di buon senso, è uomo di mondo e ama la Rai più della sua pipa e quasi quanto il comunismo» non è un'adorabile carognata? Non significa che con Curzi, il comunista scomodo, svezzato ai media da Radio Praga e finito a esaltare i film di Cecchi Gori, la destra può dormire sonni tranquilli?

Finora, infatti, Sandro Curzi ha fatto tutto, quello che un buon amministratore non deve fare: ha parlato troppo. Atteggiamento umanamente comprensibile (al narciso «Kojak» la ribalta è sempre piaciuta e l'allontanamento dalla Rai, dentro cui si viveva come uomo del destino, è una ferita mai rimarginata), magari anche tipicamente romanesco, ma pur sempre dubbio sul piano formale.

Curzi che discute di palinsesti e della conduzione di «Affari tuoi». Curzi che censura una ipotetica fiction tratta da un libro di Giampaolo Pansa (ma non è un atteggiamento un po' berlusconiano?) e ne suggerisce una tratta da un libro di Giorgio Bocca.

Curzi che pranza al Grand Hotel per ingaggiare la bella conduttrice. Curzi che costringe Flavio Cattaneo, il direttore generale scelto dalla destra, a venire a patti con la sinistra, secondo le sacre regole di Viale Mazzini. Curzi che manifesta soddisfazione per «l'acquisizione di un artista della notorietà di Teocoli» mentre ai più, l'affare, pare un colossale pacco rifilato alla Rai. Curzi che dimentica le battaglia contro la lottizzazione. Curzi di qua, Curzi di là.

Più che un consigliere di amministrazione sembra «er Figaro de Saxa Rubra». Facente funzione, pro tempore, pro forma, ma pur sempre Figaro. Ah, il perfido Veneziani!

3 - MELISSA STUFA DELL'AMORE
Giuseppe Scaraffia per "Io Donna" del "Corriere della Sera"

Neanche in catene, fossi quel paffuto genietto di Melissa P., mi sarei lasciata andare a dire: "Una cosa è certa: a lungo andare l'amore stufa". Come sarebbe stufa? e stufa proprio lei, che con le sue fiabesche trasgressioni erotiche ha fatto sognare milioni di lettori in tutto il mondo? lei che ha regalato l'impagabile illusione di penetrare i segreti di una sfrenata vita minorenne? lei che, con la delicata grazia di una di quelle bamboline di biscuit messe al centro dei letti delle nostre bisnonne, ha steso il più abile catalogo delle ossessioni erotiche del nostro tempo? lei che ha trovato un editore di razza come Elido Fazi per salvarla dalla sorte di baby scrittrici siciliane come lei, ragazze che "volevano i pantaloni" e adesso nessuno si ricorda più di loro? lei che è riuscita a evadere dall'odiata-amata Catania, per di più da ricchissima? No, lei, Melissa P., non può deluderci. Sarà pure diventata maggiorenne ma non ha ancora il permesso di abbandonare il sesso per la letteratura. Ha scritto "Cento colpi di spazzola", mica "Anna Karenina".


Dagospia 04 Luglio 2005