"NON MI SPORCO LE MANI PER 20 MILA EURO, PER ME È ARGENT DE POCHE" - LA MAZZETTA? "BENEFICENZA" - LE SQUILLO? "USO PERSONALE" - LA GALERA? MEGLIO DI UNA BEAUTY-FARM: "CIBO OTTIMO, ACQUA DIURETICA, E POI UN PERIODO SENZA BERE ALCOOL È UN BENE".
Francesco Grignetti per "La Stampa"
«Ma figurarsi se mi sporco le mani per ventimila euro, per me è argent de poche». Un re è sempre un re, anche quando è detenuto in un carcere. E così Vittorio Emanuele di Savoia s'è messo il vestito buono di quando l'hanno arrestato («Scusate se non ho la giacca, sapete il caldo») ed è andato all'interrogatorio con i magistrati a testa alta. Noblesse oblige. Ha voluto rispondere alle domande nonostante le mille perplessità dei suoi avvocati. E da vero condottiero s'è preso tutte o quasi le responsabilità dei suoi, salvo precisare che lui è un Savoia e dunque di certe quisquilie, o di quanto fanno le persone del suo entourage, non sa niente. La storia della corruzione ai Monopoli, però, quella l'ha negata. Con una motivazione di gran classe, appunto: «Per me è argent de poche».
Magistrati in abito scuro (anche lo scapigliato John Henry Woodwock). Avvocati in grisaglia. Imputato tirato a lucido. L'interrogatorio del principe è durato cinque ore nel carcere di Potenza. Lui, Vittorio Emanuele, è uomo che non china la testa. E dunque giù batte: «Ma qui si sta benissimo... la cucina italiana è ottima... buona pure questa acqua minerale che ci danno. Diuretica. E poi un periodo senza bere alcool è un bene». Già, meglio di una beauty farm.
Interrogatorio con tuti i crismi di legge. Ma surreale, a tratti. Con il giudice che si fa dare le generalità. E con l'imputato che trova il modo di fare un lungo inciso sulle teste coronate e sui blasoni. «Ha risposto a tutte le domande. E' stata una sua scelta. Certo, qualche volta non sapeva o non ricordava. Ma è normale», commenta il difensore, Lodovico Isolabella. Su questa scelta di dialogare con i magistrati inquirenti, però, s'è consumata una brutta rottura tra avvocati. Piervito Bardi, che è un legale in vista a Potenza, ed è per la linea dura, è stato revocato. Ieri ha potuto solo salutare per qualche minuto il principe, poi è uscito dalla sala dell'interrogatorio. Ora il suo posto potrebbe essere preso dal professor Coppi. Che però non ha deciso se accettare la difesa.
Di queste questioni procedurali, però, Vittorio Emanuele non sa e non s'interessa. A lui preme di precisare alcune cose con i magistrati. Come se la questione fosse una disputa tra gentiluomini. Sulla corruzione, e sui suoi rapporti con il messinese Rocco Migliardi, il re dei videopoker, non ha negato (né avrebbe potuto, viste le foto e le intercettazioni) i contatti, ma ha precisato: «E' vero che Migliardi mi ha consegnato una busta durante un incontro a Villa d'Este, ma dentro non c'erano diecimila euro bensì mille. Erano la quota di iscrizione all'Ordine Mauriziano. Per l'esattezza, seicento euro di quota e quattrocento di beneficenza. Sapete, Migliardi ci teneva tanto a diventare cavaliere...». Di corruzione ai Monopoli, e delle manovre del suo faccendiere di fiducia, Achille De Luca, invece, ha detto di non saperne nulla. «Queste cose dovete chiederle a lui».
Quanto agli accessi indebiti nella banca dati del ministero dell'Interno, effettuati da almeno tre sottufficiali dei carabinieri che ora sono nei guai, s'è preso la responsabilità. «L'avevo chiesto io. Sapete, una forma di controllo per chi chiedeva di diventare Cavaliere dell'Ordine».
E le prostitute? Il principe s'è agitato sulla sedia. «Uso personale». Racconta chi c'era: Vittorio Emanuele non ha ben chiaro che sui giornali è uscito di tutto e di più. E quindi ha chiesto un po' di riservatezza. «Sapete, mia moglie...».
Dopo quattro giorni di detenzione, ovviamente, il principe è provato. Però non ha voluto dare soddisfazione agli inquirenti. E quindi sempre impeccabile, ossequioso («Ah, lei è il dottor Woodkock. Piacere»), al mattino aveva pulito la cella che divide con il segretario Narducci, una buona colazione, e poi via verso il momento della verità. Alla fine, però, è apparso affaticato.
«Valuterò l'interrogatorio di Vittorio Emanuele di Savoia con molta attenzione così come è stato valutato il materiale probatorio acquisito prima di emettere l'ordinanza di custodia», dice al termine della giornata il gip, Alberto Iannuzzi, che ovviamente rifiuta di esprimere giudizi «Ritengo che il principe abbia cercato di fornire la sua versione dei fatti». E conclude: «Mi pronuncerò sulle istanze che verranno presentate dai difensori. Per quanto riguarda il principe Vittorio Emanuele di Savoia non mi risulta che sia stata presentata una istanza in tal senso». Pare che sia stato il principe stesso a rifiutare una richiesta di arresti domiciliari. Troppo umiliante. Come ha detto ai familiari: «Ci vediamo presto. Ma da uomo libero».
Ieri sì è costituito Ugo Bonazza, l'industriale amico del principe. Subito interrogato, ha ammesso: «Sapevo della dazione di denaro a Catania, e sapevo che servivano per la questione dei Monopoli: ne avevo informato il principe».
Dagospia 21 Giugno 2006
«Ma figurarsi se mi sporco le mani per ventimila euro, per me è argent de poche». Un re è sempre un re, anche quando è detenuto in un carcere. E così Vittorio Emanuele di Savoia s'è messo il vestito buono di quando l'hanno arrestato («Scusate se non ho la giacca, sapete il caldo») ed è andato all'interrogatorio con i magistrati a testa alta. Noblesse oblige. Ha voluto rispondere alle domande nonostante le mille perplessità dei suoi avvocati. E da vero condottiero s'è preso tutte o quasi le responsabilità dei suoi, salvo precisare che lui è un Savoia e dunque di certe quisquilie, o di quanto fanno le persone del suo entourage, non sa niente. La storia della corruzione ai Monopoli, però, quella l'ha negata. Con una motivazione di gran classe, appunto: «Per me è argent de poche».
Magistrati in abito scuro (anche lo scapigliato John Henry Woodwock). Avvocati in grisaglia. Imputato tirato a lucido. L'interrogatorio del principe è durato cinque ore nel carcere di Potenza. Lui, Vittorio Emanuele, è uomo che non china la testa. E dunque giù batte: «Ma qui si sta benissimo... la cucina italiana è ottima... buona pure questa acqua minerale che ci danno. Diuretica. E poi un periodo senza bere alcool è un bene». Già, meglio di una beauty farm.
Interrogatorio con tuti i crismi di legge. Ma surreale, a tratti. Con il giudice che si fa dare le generalità. E con l'imputato che trova il modo di fare un lungo inciso sulle teste coronate e sui blasoni. «Ha risposto a tutte le domande. E' stata una sua scelta. Certo, qualche volta non sapeva o non ricordava. Ma è normale», commenta il difensore, Lodovico Isolabella. Su questa scelta di dialogare con i magistrati inquirenti, però, s'è consumata una brutta rottura tra avvocati. Piervito Bardi, che è un legale in vista a Potenza, ed è per la linea dura, è stato revocato. Ieri ha potuto solo salutare per qualche minuto il principe, poi è uscito dalla sala dell'interrogatorio. Ora il suo posto potrebbe essere preso dal professor Coppi. Che però non ha deciso se accettare la difesa.
Di queste questioni procedurali, però, Vittorio Emanuele non sa e non s'interessa. A lui preme di precisare alcune cose con i magistrati. Come se la questione fosse una disputa tra gentiluomini. Sulla corruzione, e sui suoi rapporti con il messinese Rocco Migliardi, il re dei videopoker, non ha negato (né avrebbe potuto, viste le foto e le intercettazioni) i contatti, ma ha precisato: «E' vero che Migliardi mi ha consegnato una busta durante un incontro a Villa d'Este, ma dentro non c'erano diecimila euro bensì mille. Erano la quota di iscrizione all'Ordine Mauriziano. Per l'esattezza, seicento euro di quota e quattrocento di beneficenza. Sapete, Migliardi ci teneva tanto a diventare cavaliere...». Di corruzione ai Monopoli, e delle manovre del suo faccendiere di fiducia, Achille De Luca, invece, ha detto di non saperne nulla. «Queste cose dovete chiederle a lui».
Quanto agli accessi indebiti nella banca dati del ministero dell'Interno, effettuati da almeno tre sottufficiali dei carabinieri che ora sono nei guai, s'è preso la responsabilità. «L'avevo chiesto io. Sapete, una forma di controllo per chi chiedeva di diventare Cavaliere dell'Ordine».
E le prostitute? Il principe s'è agitato sulla sedia. «Uso personale». Racconta chi c'era: Vittorio Emanuele non ha ben chiaro che sui giornali è uscito di tutto e di più. E quindi ha chiesto un po' di riservatezza. «Sapete, mia moglie...».
Dopo quattro giorni di detenzione, ovviamente, il principe è provato. Però non ha voluto dare soddisfazione agli inquirenti. E quindi sempre impeccabile, ossequioso («Ah, lei è il dottor Woodkock. Piacere»), al mattino aveva pulito la cella che divide con il segretario Narducci, una buona colazione, e poi via verso il momento della verità. Alla fine, però, è apparso affaticato.
«Valuterò l'interrogatorio di Vittorio Emanuele di Savoia con molta attenzione così come è stato valutato il materiale probatorio acquisito prima di emettere l'ordinanza di custodia», dice al termine della giornata il gip, Alberto Iannuzzi, che ovviamente rifiuta di esprimere giudizi «Ritengo che il principe abbia cercato di fornire la sua versione dei fatti». E conclude: «Mi pronuncerò sulle istanze che verranno presentate dai difensori. Per quanto riguarda il principe Vittorio Emanuele di Savoia non mi risulta che sia stata presentata una istanza in tal senso». Pare che sia stato il principe stesso a rifiutare una richiesta di arresti domiciliari. Troppo umiliante. Come ha detto ai familiari: «Ci vediamo presto. Ma da uomo libero».
Ieri sì è costituito Ugo Bonazza, l'industriale amico del principe. Subito interrogato, ha ammesso: «Sapevo della dazione di denaro a Catania, e sapevo che servivano per la questione dei Monopoli: ne avevo informato il principe».
Dagospia 21 Giugno 2006