MINISTRI COI BADANTI - CARFAGNA, PRESTIGIACOMO, ALFANO, RONCHI: ALLE "NUOVE LEVE" DEL GOVERNO SONO STATI AFFIANCATI TECNICI ESPERTI, PER EVITARE GAFFE E COLPI DI TESTA - TUTTI I NOMI DEI "TUTOR".

Marco Damilano ed Emiliano Fittipaldi per "L'espresso"


C'è chi se li porta da casa, per non sentire la nostalgia: come i famigli nei tempi andati. C'è chi li invoca per alleviare lo scotto dell'inesperienza. E c'è chi se li ritrova affiancati senza neppure sapere da dove sono arrivati: ordini superiori. Nel governo Berlusconi li chiamano i Badanti: funzionari governativi di lungo corso, capi di gabinetto, direttori generali, capi di segreteria chiamati ad aiutare i ministri alle prime armi ad assolvere ai compiti istituzionali. Non tutti ne hanno bisogno, per carità.

Giulio Tremonti, per esempio, è ormai un veterano, dirige il ministero di via XX Settembre come se fosse casa sua e già che c'è passa pure qualche fidato collaboratore a ministeri più scoperti. Anche Maurizio Sacconi o Franco Frattini sono esperti di corridoi ministeriali. Altri ministri, invece, hanno bisogno di essere accompagnati per mano. Letteralmente.

Prendiamo il titolare delle Politiche comunitarie Andrea Ronchi, per esempio. Abilissimo comunicatore, da quando ha indossato la grisaglia ministeriale ha cominciato a perdere colpi. Nell'aula di Montecitorio si è rivolto al presidente della Camera Gianfranco Fini, suo leader di riferimento, assicurando che il governo avrebbe accolto il suo parere su un emendamento al decreto su Retequattro: roba da cortocircuito istituzionale, in grado di risvegliare perfino la sonnacchiosa opposizione del Pd.

Poi un paio di interviste di sfida contro l'Europa e il Vaticano sul reato di immigrazione clandestina, subito smentito dal premier. Al ministero lo trovano molto simpatico e gioviale, si fa dare del tu da tutti, peccato che lo vedano così poco: a vigilare c'è il capo di gabinetto Maurizio Fiorilli, un compassato ex avvocato di Stato.

Oppure prendiamo il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna: classe 1975, non pare aver cominciato l'avventura con il tacco giusto. Nonostante la laurea e le cariche 'rosa' in Forza Italia, i media restano più attratti dal suo passato di sexy starlette al fianco di Magalli. Più che le dichiarazioni sui diritti negati delle donne, fanno notizia le foto osé pubblicate dalla 'Bild'.

Le prime uscite non l'hanno aiutata: la ministra non ha concesso il patrocinio al Gay Pride, poi ha annunciato tranquilla che "in Italia gli omosessuali non sono discriminati", infine ha lanciato l'idea delle cooperative dell'amore. Conclusione: si è piazzata in fondo alla classifica che misura l'indice di gradimento dei ministri. Per evitare altri scivoloni, i capi del Pdl le hanno messo alle calcagna Simonetta Matone, a cui toccherà definire de facto la linea politica del ministero.

Il giudice del tribunale dei minori di Roma è strafamosa: insieme allo psicologo in cachemire Paolo Crepet e al criminologo Francesco Bruno fa parte del trio ospite fisso nei dibattiti su Cogne, la strage di Erba, Garlasco e "via ammazzando" (copyright del 'Giornale'). Tempo fa ha confessato a Barbara Palombelli, sua compagna di talk, di "soffrire fisicamente per il suo lavoro". Anche fare da badante alla Carfagna non sarà una passeggiata.

Tre figli in due matrimoni, esperta in adozioni, un tempo vicedirettore del carcere di Firenze, ha lavorato già con Giuliano Vassalli, che l'ha voluta al suo fianco quand'era Guardasigilli, fine anni '80. Cattolica (ma ha criticato aspramente la legge sulla fecondazione), amica insospettabile di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, favorevole alla castrazione chimica dei pedofili, stanca di tv ha provato a tornare in politica dalla porta principale, ma alle ultime elezioni la sua candidatura nelle file dell'Udc è saltata dopo il divorzio tra Casini e Berlusconi.

Ora la nuova chance. La Matone non sarà sola: la Carfagna potrà contare anche sui consigli del capodipartimento Isabella Rauti, tosta moglie di Gianni Alemanno, e di Italo Bocchino, aennino doc che la segue da tempi non sospetti. Pare che lui abbia scelto personalmente la portavoce, Raffaela Viglione, giornalista prelevata da 'L'Opinione', e che il battibecco sulla candidatura di Mara come prossimo governatore della Campania ("Sono contrario, è troppo inesperta, la vogliono bruciare", ha detto Italo) sia in realtà solo un gioco delle parti tra due vecchi amici.

Se la Carfagna è alla sua prima esperienza, Stefania Prestigiacomo ha fatto il salto, atterrando sul ministero-chiave dell'Ambiente, strappato alla rossa Brambilla. Le prime uscite non sono piaciute molto ai puristi (sì incondizionato al nucleare, richiesta alla Ue di rivedere i tetti per le emissioni imposti da Kyoto), mentre Legambiente è su tutte le furie perché la forzista di Siracusa ha dato buca alla presentazione del rapporto sulle ecomafie. Il neoministro, però, ha ben altro per la testa.

Rifiuti ed inceneritori, Alta velocità, rigassificatori e atomo: il potere d'interdizione del dicastero e della commissione Via sui progetti del governo è enorme, così Tremonti ha chiesto (e ottenuto) totale controllo sulle stanze di via Cristoforo Colombo. Che rischiano di trasformarsi in una succursale di via XX Settembre.



Il professore di Sondrio ha già stoppato la squadra femminile che accompagnava la Prestigiacomo alle Pari opportunità, e ha chiesto a Vincenzo Fortunato, tornato dopo l'esperienza con Di Pietro a guidare il gabinetto dell'Economia, di designare un uomo di fiducia. Il prescelto è Giancarlo Montedoro, nato 46 anni fa a Catania, anche lui commis d'Etat per tutte le stagioni: fino all'altro ieri era alla corte della democrat Linda Lanzillotta. Prima magistrato ordinario, poi al Tar, Montedoro da qualche anno è al Consiglio di Stato, ed è finito nel giro giusto: quello di Fortunato, vero e proprio ras della 'lobby dei consiglieri'.

"È una persona a modo, un teorico del diritto davvero in gamba", dice chi lo conosce bene. Inserito nello staff giuridico del Tesoro in quasi tutti i governi della Seconda Repubblica (da Prodi I al Berlusconi III), esperto di banche e appalti, Montedoro di inquinamento ne sa poco. Ma Tremonti, che gli ha perdonato un saggio con cui il giudice demoliva l'idea a lui cara di una Banca del Mezzogiorno, non se ne cruccia più di tanto: le decisioni importanti le prenderà lui in prima persona.

Altro personaggio di punta con cui dovrà fare i conti il neoministro è Camillo Scoyni, imposto da An come capoufficio stampa. Ex Fronte della Gioventù, giornalista al Secolo, un tempo vicino a Francesco Storace ed ex portavoce del Cotral, è finito alle cronache per aver firmato l'esposto per annullare le ultime regionali del Lazio. Un profilo non proprio in linea con quello moderato della Prestigiacomo.

Altro ministro 'commissariato' è Angelino Alfano, di Agrigento, a cui è toccata la Giustizia. Sconosciuto alla maggior parte degli operatori del diritto, giovane, stimato ma inesperto, secondo i maligni ha un solo compito: appoggiare senza remore le volontà del Cavaliere, dalla stretta sulle intercettazioni alla riforma dei codici. Il consigliere occulto (o meglio il ministro ombra) sarà ovviamente Niccolò Ghedini, legale di fiducia del premier e regista delle varie Cirami, Cirielli e le altre norme ad personam.

Molti s'aspettano nuovi colpi di teatro per bloccare o silenziare i processi ancora aperti: quello contro Dell'Ultri e quelli (corruzione con Mills e falso in bilancio per Mediaset) contro il premier. Se il dominus Ghedini si farà aiutare probabilmente da Piero Longo, suo vecchio mentore eletto in Senato, i badanti 'tecnici' di Alfano sono invece Stefano Dambruoso e Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa, intima di Gianni Letta e promossa capo dell'ufficio legislativo.

I due faranno riferimento a Settembrino Nebbioso, un nome che gli esperti hanno imparato a conoscere già durante il regno di Castelli: il pm è stato già capo di gabinetto del guardasigilli leghista. 'Rino', come lo chiamano gli amici, infanzia a Mergellina, ha il compito di gestire via Arenula. In carriera ha fatto di tutto e di più: vicesegretario del Csm, magistrato a Roma, Direzione distrettuale antimafia con Italo Ormanni. Segue Ustica, passa agli omidici eccellenti, presta servizio come giudice sportivo comminando multe e squalifiche ai dilettanti. Il calcio è un vero pallino, tanto che il commissario Guido Rossi lo voleva suo vice per riscrivere le regole del pallone dopo Calciopoli: ma il Csm gli negò l'autorizzazione. Pare che i colleghi non abbiano mai mandato giù la sua amicizia con Cesare Previti.

Se alla Giustizia c'è l'affollamento degli esperti, alla Difesa Ignazio La Russa ha stabilito una rigida separazione dei ruoli. A lui le parate e le interviste, al suo capo segreteria la gestione del ministero e i rapporti con i poteri che contano: l'apparato militare e le industrie belliche. Nel primo mese da ministro Ignazio ha dato il meglio di sé: una passeggiata a Tibnin in Libano di fronte alle truppe schierate, cominciata in jeans e tuta mimetica - stile 'Vogliamo i colonnelli' - e conclusa in maglietta nerazzurra, con il ministro a saltellare in mezzo ai soldati interisti come lui.

A vigilare a Roma resta l'uomo di fiducia Roberto Petri, abruzzese di origine e romagnolo di adozione, presidente provinciale di An a Ravenna. Una vita nel Msi, immancabili foto giovanili con Giorgio Almirante, poi l'incontro con il federale locale Filippo Berselli che lo piazza un po' ovunque. E quando nel 2001 il suo capo arriva alla Difesa come sottosegretario, Petri fa il grande balzo nei palazzi romani: capo della segreteria di Berselli, nel cda in Fintecna nel 2002 e poi, dal 2006, la poltrona più strategica, consigliere di amministrazione in Finmeccanica. Carica che ha abbandonato il 23 maggio, meno di un mese fa, per traslocare direttamente nelle stanze del ministero della Difesa: dalle commesse industriali alla guida delle stellette, andata e ritorno.

Prima manovra: aumentare lo staff a disposizione del ministro - erano tre persone con Arturo Parisi, ora sono già salite a dodici - dando vita a un complicato giro di scrivanie. E poi rimuovere l'attuale capo di gabinetto, il generale Biagio Abrate, e il capo dell'ufficio legislativo Tullio Del Sette. I sostituti, raccontano, saranno arruolati tra gli uomini del generale dei carabinieri Clemente Gasparri, il fratello di Maurizio.

Al confronto, il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi è un uomo fortunato. Lui il suo badante l'ha trovato in casa, al ministero di via del Collegio romano: il nuovo capo di gabinetto Salvatore Nastasi, l'enfant prodige della cultura italiana. Barese, 35 anni appena compiuti, ha già alle spalle un curriculum di rispetto: commissario straordinario al teatro Petruzzelli, commissario del Maggio fiorentino e del San Carlo di Napoli, direttore generale dello spettacolo dal vivo al ministero.

E può contare su una rete di appoggi trasversali: è entrato ai Beni culturali nell'ufficio legislativo di Giuliano Urbani e non ne è più uscito. Anzi, Francesco Rutelli è intervenuto di persona per segnalarlo a Bondi. E dunque non l'avrà presa a male se il primo atto del nuovo ministro, firmato dal suo capo di gabinetto, è stato l'azzeramento di 200 nomine di seconda fascia targate Rutelli. Con i buoni badanti si fa così: si tramandano di famiglia in famiglia.


Dagospia 13 Giugno 2008