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BJÖRK, UNA METAMORFOSI DA MUSEO - UMANA, ALIENA, MUTANTE: ALL’EX PUNKETTINA DEI GHIACCI NON BASTAVA ESSERE DONNA. HA VOLUTO ESSERE OPERA D’ARTE (SURREALISTA) - ALTRO CHE ELFO: A GUARDARE I SUOI VIDEO VENGONO IN MENTE MAGRITTE E IL MAX ERNST PIÙ PERTURBANTE

. LA SAGA DI BJÖRK

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Enrico Arosio per “l’Espresso”

 

Con Björk non ci si annoia. Già il nome, una stranezza. Björk, in islandese, è "betulla", l'albero più pallido e buono che ci sia: neanche parla, perché i venti da nord lo piegano in silenzio. Mentre lei è magma vulcanico prodotto dalle terre nere della sua isola di fuochi nascosti. E questo magma dapprima le ribolle nella testa, per poi schizzare, in forma di idee-lapilli, in ogni direzione.

 

Chi è Björk, la chanteuse-compositrice-performer-artista-ecologista che quest'anno compie cinquant'anni e una critica musicale puerile continua a chiamare elfo o folletto? È una signora che sull'ultimissimo album, "Vulnicura", uscito in anticipo dopo una tempesta di download irregolari, è stata fotografata così dalla coppia avanguardistica Inez van Lamsweerde e Vinoodh Matadin:

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una femmina dalle lunghe gambe robotiche avvolta in una guaina di lattice nero, mani incluse; sul petto, in verticale tra i seni, si apre una fenditura quasi vaginale, che sconcerta e forse allarma; la testa, le spalle irradiano un alone vibrante giallo e blu come l'efflorescenza di un soffione gigante. Associazioni: botanica, chimica, ferita, lutto, rito, sacrificio, santità.
 

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Björk è indefinibile. Non le bastava essere donna. Ha voluto essere opera d'arte. Spesso ha sbandato, verso il kitsch, l'informe; spesso ci è riuscita. Così tanto che dall'8 marzo, a New York, si trasformerà in una mostra. Il titolo è "Björk", punto. Al Museum of Modern Art, punto. «Una retrospettiva su grande scala dedicata alla sua opera sfaccettata di compostrice, musicista, performer e artista», la definisce Klaus Biesenbach, chief curator al Moma e direttore del PS1, lo spazio dell'arte contemporanea. È un fatto inedito, per un museo nato come tempio del modernismo del XX secolo.

 

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Oltre venti anni di carriera dell'ex ragazzetta punk di Reykjavik, dal primo album "Debut" all'opera multimediale "Biophilia", saranno narrati attraverso musiche, video, strumenti, oggetti, costumi. Si rintracceranno i suoi incroci creativi con varie figure delle arti visive (in primis l'americano Matthew Barney, suo marito fino al 2013).

 

«Björk è un’artista straordinariamente innovativa i cui contributi alla musica contemporanea, a film e video, alla moda e all'arte hanno avuto un impatto notevole sulla sua generazione ovunque nel mondo», aggiunge Biesenbach.

 

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Al Moma parlano di una mostra «altamente sperimentale». Hanno commissionato alla performer un nuovo lavoro tra musica e film, insieme al regista Andrew T. Huang e Autodesk, la software company leader nel design in 3 D; ma di quest'opera non anticipano nulla prima dell'inaugurazione.
 

Il caso Björk esiste. E allora facciamo il punto su una carriera così spericolata. Sono rare oggi le figure davvero trasversali tra musica e visual arts. Forse Laurie Anderson (ma siamo più nell'avant-garde); forse David Lynch (ma partiva dal cinema). Non è facile afferrarla, Björk. Dire che è un unicum suona banale.

 

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Dire che è un elfo è ridicolo: c'è un video, "Hidden Place", dove dagli occhi le escono lacrime gelatinose che come bisce le scendono in bocca per poi infilarsi nelle narici («L'orrore», direbbe il colonnello Kurtz). Ce n'è un altro, "Pagan Poetry", diretto da Nick Knight, dove fluide forme astratte tratteggiano dettagli del suo corpo che man mano si materializzano, collo, orecchie, seni; Björk appare a torso nudo avvolta in collane di strass, piercing scintillanti ai capezzoli e nella schiena, come in uno schema rituale. La stessa cover di "Vulnicura", l'ultimo album, di favolistico ha ben poco.

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Il titolo, dal latino vulnus, allude a "guarigione dalla ferita", ossia la separazione da Matthew Barney. Con lui ha avuto una figlia, Isadora, e vissuto 10 anni a Brooklyn Heights, quartiere hip oltre il fiume dove abitano anche attori da Javier Bardem a Paul Giamatti, da Matthew Broderick a Sarah Jessica Parker. Björk continua ad abitarci, alternandosi con Reykjavik, dove ha madre e molti amici, e con Londra, dove ha la sua casa di produzione, One Little Indian.
 

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Come musicista, la bimba dagli occhi lapponi cresciuta in una comune post hippy, precocissima nel punk e pop alternativo (a 13 anni già suonava in un gruppetto, Exodus), ha contaminato i generi, con l'uso innovativo degli archi, ritmiche cupe, sofisticate campionature elettroniche.

 

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Nella sua discografia (scheda a pagina 113) "Debut", "Homogenic"e "Vespertine" hanno influito fortemente sui gusti di inizio secolo. Ma con i suoi atteggiamenti eccentrici ha indotto fenomeni imitativi pericolosi. Nel 1996, anno in cui soffrì di esaurimento, a Bangkok aggredì una troupe tv che stava riprendendo il suo primo figlio, Sindri; e uno spostato prima le recapitò un pacco bomba, per fortuna intercettato, poi si suicidò.
 

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«I'm a fountain of blood in the shape of a girl», canta in "Bachelorette": sono una fontana di sangue, in forma di ragazza. Ai suoi look avventurosi, ora neo barocchi, ora biomorfi, ora futuristi, hanno collaborato stilisti come Alexander Mc Queen; però hanno prodotto tra i fan anche emulazioni imbarazzanti sul piano del gusto. 
 

Meno noto, in Italia, è il suo côté di artista-performer. Con Barney ha firmato una delle sue opere più discusse, in forma di film, "Drawing Restraint 9", commissionato da un museo d'arte giapponese. Sono 135 minuti senza parole, solo i suoni ipnotici di lei, mixando elettronica e sonorità nipponiche. È un astruso rito di coppia, la vestizione, il bagno, il tè; finché i due iniziano a divorarsi a vicenda, trasformandosi in creature marine.
È la metamorfosi, in fondo, a ossessionarla.

BJORKBJORKBjork vestita da cigno Bjork vestita da cigno

 

Per alcuni osservatori, più che nel circo aleatorio dell'arte contemporanea, le sue matrici vanno ricercate in un'avanguardia storica come il surrealismo. A esaminare video e costumi di Björk vengono in mente certi quadri del belga Paul Delvaux, per esempio le donne-sirene scaturite da tronchi della "Nascita del giorno". C'è qualcosa del Max Ernst più «unheimlich», perturbante. O di Magritte: "L'invention collective", del 1934, la "sirena invertita", busto di pesce e gambe di donna, è idea curiosamente alla Björk.

 

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Che, quanto a forme zoo e biomorfe, è recidiva. Nell'ambizioso (o cervellotico?) progetto "Biophilia", basato sulla trasmutazione in musica di dieci fenomeni naturali, dalle fasi lunari alla struttura dei cristalli, un suo costume di scena è un corpo argenteo da mollusco, tutto bolle, piuttosto ripugnante. "Biophilia", "esplorazione multimediale dell'universo" (nientemeno), sta diventando anche un educational program sui temi dell'ecologia destinato alle scuole scandinave, con opportuno sponsor politico.
 

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Sì, perché Björk non è un folletto pazzoide su YouTube. In Islanda è una gloria nazionale, una figura identitaria. Più dei formidabili Sigur Rós, l'altra formazione musicale di culto. Un ex premier ha dichiarato che «ha rimesso l'Islanda moderna sulla mappa del mondo». L'autrice di "Homogenic" è paladina dell'impegno ecologista, necessario anche nella democrazia dei geyser, dove, come dice, «alle terme puoi incontrare il primo ministro nudo sotto la doccia».

 

Björk non solo fa più pubblicità al brand Islanda di quattro ministri degli Esteri, ma si batte contro le mire dell'industria estrattiva e dell'alluminio, e l'espansione urbana negli ambienti ancora vergini della sua terra di sorgenti, lave e ghiacci. Difende il modello dell'energia geotermica, attacca le multinazionali petrolifere. Ha coinvolto amici come Patti Smith in concerti di raccolta fondi per la green economy.

 

Björk è un tipo strano che ancora oggi può camminare per ore cantando nella tundra; mastica le bistecche crude; sguscia gli astici a mani nude; crede nel soffio di Madre Terra. Una volta ha raccontato alla Tv tedesca che gli islandesi escono volentieri da Reykjavik in due jeep, fino ai ghiacciai. «Perché se una cade in un crepaccio, c'è l'altro equipaggio a salvare il primo. E così ci sono un sacco di cose da raccontare». 
 

Insomma, è un magma che sobbolle, la piccola ragazza senza età che affascinerà New York anche con una serie di concerti, almeno sette tra marzo e giugno, a cominciare dalla Carnegie Hall. Che non sia del tutto umana, con un lato lievemente alieno, è un sospetto che rimane. Forse, per dirla con Clarice Lispector, ha il «cuore selvaggio». Leggete le parole scritte nel 1944, a soli 19 anni, da questa scrittrice d'avanguardia brasiliana che fu scoperta in Italia da Adelphi: «Sentiva dentro di sé un animale perfetto, pieno di contraddizioni, di egoismo e di vitalità». È lei, è Björk.

 

2. LA DONNA CHE PLASMÒ SE STESSA

Maria Luisa Frisa per “l’Espresso”

 

Il Daily Telegraph lo ha votato come il nono abito maggiormente ricordato di tutti i tempi. È il vestito con cui Björk arrivò nel 2001 alla consegna degli Oscar. L'oggetto, a forma di cigno, assolutamente realistico, progettato dal designer macedone Marjan Pejoski, plasmava il corpo dell'artista grazie al tulle carne elasticizzato. Björk camminando lasciava una scia di candide uova.

 

Molti scrissero che era orrendo. Dimenticando che quando si parla di un autore così complesso, selvaggio e soprattutto unico come Björk, non si possono usare categorie scontate come bello/brutto o elegante/inelegante. Così cantò "Selma Songs", la canzone di "Dancer in the Dark" di Lars Von Trier con cui era candidata all'Oscar. A Cannes, alla presentazione del film che le valse il premio per la migliore interpretazione femminile, indossava, sempre di Pejoski, l'abito lanterna, un complesso origami rosso arancio.
 

Lei è catalizzatrice di emozioni, capace di restituire amplificata l'intensità del suo sentire in ogni declinazione della sua straordinaria forza creativa. Forse solo chi viene da una terra magica e lontana come l'Islanda può essere così libera da regole e preconcetti. Björk prende quello che le serve, quello che ritiene utile per esprimersi al meglio. In questa narrativa che prende forme inquiete e ipnotiche anche il corpo, intero o frammentato, diventa materia viva in continua evoluzione. Un corpo e un volto cangianti, femminili, ma non ingabbiati negli stereotipi  di genere. Plasmabili e allo stesso tempo sempre inconfondibili. 
 

Sono moltissimi e appartengono alle diverse declinazioni delle industrie creative i designer visionari che hanno collaborato con lei, e hanno agito non nella continua messa a fuoco di una serie di personaggi schiavi delle leggi dello spettacolo come nel caso di Lady Gaga, ma come coautori di una identità in transito,  alla ricerca dell'opera d'arte vivente. Intenso il rapporto con Alexander McQueen, conosciuto nel 1997, con cui divideva l'interesse per le relazioni possibili tra natura  e tecnologia: sua la trasformazione in una geisha techno per la copertina di "Homogenic". La ricordiamo ancora nella cattedrale di Saint Paul mentre intona "Gloomy Sunday" compressa da rigide ali in uno spettacolare abito piumato dell'amico suicida. 
 

Era naturale che nella "moda al limite" Bjork potesse trovare compagni capaci di seguirla nella progettazione non di un corpo ma di molti corpi. Ci sono Comme des Garçons, Jeremy Scott, Iris van Herpen, solo per fare alcuni nomi. Bernhard Willhelm, designer della scuola di Anversa, arriva a costruirle per  il progetto "Volta" una specie di involucro colorato dai grandi piedi blu, come quelli  di un hobbit, dove lei s'infila lasciando apparire solo il volto.

 

Quel suo volto così speciale sintesi di diversi mondi con quegli occhi allungati 
e liquidi, che non ha paura di coprire o stravolgere. Coperto da una sorta di velo/tenda di cristalli neri e lucenti progettata dal turco-cipriota di base a Londra Hussein Chalayan, o ancora chiaroscurato da un copricapo maschera  di capelli pensata  dagli M/M Paris, gli art director più interessanti degli ultimi anni,  per Medúlla. 
 

In questa factory, unica e labirintica, ci sono anche i fotografi: da Nick Knight a Inez van Lamsweerde e Vinoodh Matadin, da Juergen Teller ad Anton Corbijn che insieme a fashion designer, art director e video maker danno forma e immagine a ogni sua prodigiosa avventura. 
 

Il regista Chris Cunningham nel video del singolo "All is Full of Love" la trasforma 
su sua richiesta in un robot lattiginoso e desiderante memore delle indicazioni del Kamasutra. Con Matthew Barney, l'artista americano che racconta le grandi imprese umane impastate di sforzo e disciplina, esso stesso performer della trasformazione, condivide un pezzo di vita.

 

L'ultimo progetto "Vulnicura" mette a nudo il dolore più intimo e crudo, quello della separazione da lui. Un titolo che allude al difficile viaggio verso la cura del vulnus, la ferita, che sulla cover squarcia il petto di Björk. Nel 2005, in "Drawing Restraint 9", Björk recitava insieme a Barney. Nel film epico e intimo, per il quale Björk aveva realizzato anche le musiche, i due salgono in una baleniera giapponese, nella baia di Nagasaki, dove viene plasmata una gigantesca scultura di vasellina. Abbigliati con abiti della tradizione scintoista Björk e Barney si abbracciano: nella cabina inondata da vasellina inizia la trasformazione. Un bacio consuma le loro labbra, mentre i loro coltelli spappolano la carne. Verso una radicale trasformazione.

 

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