LA MAREA SI RITIRA E SI VEDE CHI NUOTA NUDO – LA LIQUIDITÀ CON CUI GLI USA HANNO INONDATO I MERCATI HA GONFIATO LE BOLLE SPECULATIVE SUI PAESI EMERGENTI CHE ORA STANNO ESPLODENDO

Federico Rampini per ‘La Repubblica'

L'alta marea del credito facile made in Usa si ritira, lo spettacolo che rivela nelle zone rimaste a secco fa paura. La presidente Dilma Roussef si pavoneggia a Davos raccontando un miracolo- Brasile. E a casa sua riesplode la protesta contro la mala-gestione del prossimo Mondiale. E' una scena emblematica: uno dei tanti segnali di inadeguatezza delle classi dirigenti di fronte a nuove tensioni e scenari di crisi. I mercati riaprono in allarme, dopo che la settimana scorsa ha visto cadere tante valute dei Paesi emergenti. Quello che fino a pochi mesi fa era l'arco della crescita globale, è diventato l'arco della crisi.

Tutto ciò che porta l'etichetta "emergente" diventa sinonimo di fragilità improvvisa. Sono crollate anche le Borse di Dubai e Abu Dhabi, emirati da Mille e una notte, dove i visitatori occidentali rimangono trafitti dalle meraviglie di un boom immobiliare sfarzoso, di uno hub aeroportuale che è il nuovo cancello verso l'India o l'Estremo Oriente. Tutto ciò che luccica, oggi è sospetto. Li chiamavano Brics (Brasile Russia India Cina Sudafrica), oggi Cinque Fragili è la nuova definizione in voga a Wall Street. Il più malato tra gli altri emergenti resta l'Argentina. Dove si sono susseguiti annunci contradditori: blocco all'esportazione di valuta, poi revocato.

Oggi si vedrà se il peso continuerà il tracollo dopo aver perso il 25% del suo valore sul dollaro. L'Argentina è un'economia piccola, non può infliggere gran danno da sola: ma è un test, il caso patologico che acuisce l'attenzione sulle malattie di altre nazioni emergenti ben più grandi. La Cina rallenta la sua crescita e soffre di un sistema bancario opaco, oberato di investimenti sbagliati. L'India subisce da mesi la fuga dei capitali. Russia, Indonesia, Turchia, hanno valute che precipitano. In alcuni casi le tensioni economiche si sovrappongono a quelle politiche e sociali: Brasile e Ucraina.

La chiave sta qui negli Stati Uniti. Il mondo intero subisce la marea che si ritira. E' la marea artificiale creata dalla Federal Reserve stampando dollari per curare la recessione. Più di 4.000 miliardi di liquidità aggiuntiva, dal 2009 ad oggi. Una terapia estrema, che ha funzionato discretamente. Quanto basta perché l'America sia di nuovo in crescita, e quindi la Fed debba tornare alla normalità. Ma l'esaurirsi della "pompa" americana crea sconquassi in ogni altra parte del mondo.

I dollari stampati a Washington avevano allagato il pianeta, gonfiato bolle speculative da Shanghai a Johannesburg, da Istanbul a San Paolo. Bei tempi, quando il ministro brasiliano dell'economia Guido Mantega si lamentava per la "guerra delle valute", cioè la svalutazione competitiva del dollaro, effetto collaterale della massiccia liquidità. Erano tempi in cui i Brics ricevevano troppi capitali, pertanto i loro mercati immobiliari, le loro Borse e le loro monete si rafforzavano troppo. Oggi è in atto il movimento inverso. Con la bassa marea i capitali rifluiscono, abbandonano le piazze calde. Le nazioni più vulnerabili sono quelle che negli anni d'oro investirono troppo e male, con progetti faraonici, spesso occasioni per vaste corruzioni.

I vasi di coccio, come l'Argentina, hanno pesanti deficit nella bilancia dei pagamenti con l'estero. Ma anche la corazzata cinese è in difficoltà, e impoverisce tutto l'emisfero Sud abituato a campare di export verso Pechino. L'eurozona rimane "missing in action", da cinque anni si sono perse le sue tracce nei radar della crescita mondiale.

Resta al comando l'America, dove domani si riunisce l'ultimo comitato monetario della Fed, prima della staffetta tra Ben Bernanke e la nuova presidente, Janet Yellen. La turbolenza dei mercati globali può indurre la banca centrale americana a una pausa di riflessione, prima di effettuare nuovi tagli ai suoi acquisti di bond?

E' poco probabile che la Fed si prenda a cuore le economie emergenti, finché queste non siano così malate da minacciare la stessa ripresa americana. E' comunque zoppa anche quest'America, con la sua politica economica affidata quasi esclusivamente alla banca centrale, perché la Casa Bianca è bloccata in ogni iniziativa dall'ostruzionismo della destra alla Camera.

Ne parla domani Barack Obama, nel suo discorso sullo Stato Unione. Con due temi al centro: come far ripartire una crescita diversa, non più squilibrata dalle diseguaglianze sociali. E come riprendere iniziativa in capo all'esecutivo, aggirando i veti del Congresso. Con il resto del mondo che entra in fibrillazione, gli Stati Uniti hanno un gran bisogno di recuperare l'intera potenza di fuoco: un governo dell'economia degno di questo nome.

 

DOLLARO NEL PANICO DOLLARO BRUCIATOORO NELLA FEDERAL RESERVE BANK DI NEW YORK BERNANKE YELLEN OBAMA

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