MONTE DEI PACCHI (E DEI MISTERI) - COME MAI SACCODANNI NON RENDE NOTA LA DECISIONE CON CUI DUE MESI FA LA COMMISSIONE UE CHIEDE A MPS DI RESTITUIRE 3 DEI 4 MILIARDI DI MONTI BOND?

Giorgio Meletti per ‘Il Fatto Quotidiano'

Il documento chiave è secretato. Da due mesi il governo italiano impedisce agli uffici di Bruxelles di rendere nota la decisione con cui la Commissione europea ha imposto il 27 novembre scorso al Monte dei Paschi di Siena di restituire entro il 2014 tre dei quattro miliardi di prestito statale (i cosiddetti Monti bond) ottenuti un anno fa. Il ministro dell'Economia Fabrizio Saccomanni si avvale del diritto di espungere dal testo "informazioni considerate confidenziali". Un lavoro di sbianchettatura evidentemente laborioso che indica come la vicenda Mps sia ormai affare di Stato.

Il triangolo delle Bermude
Il comunicato emesso lunedì scorso dalla Banca d'Italia lo conferma. Il governatore Ignazio Visco e il direttore generale Salvatore Rossi hanno ricevuto - con un rappresentante del ministero dell'Economia - il presidente di Mps Alessandro Profumo con l'amministratore delegato Fabrizio Viola e il presidente della Fondazione Mps (azionista di controllo della banca) Antonella Mansi con il direttore generale Enrico Granata.

Banca, vigilanza e governo - intorno a un tavolo triangolare sempre più somigliante al triangolo delle Bermude - comunicano la loro compattezza: "L'incontro si è svolto in un clima costruttivo, nella responsabile consapevolezza di tutte le parti che il Monte possa continuare a rappresentare una realtà bancaria importante nell'economia del Paese, a condizione di poter contare su un adeguato supporto patrimoniale e su un assetto azionario stabile". In termini calcistici lo schema di gioco adottato è il catenaccio. Adesso tenete bene a mente l'espressione "adeguato supporto patrimoniale" per capire che cosa c'è sotto.

Tutto comincia nell'autunno del 2011. Lo spread supera quota 500, nasce il governo Monti. L'Eba (European banking authority) ordina a Mps una trasfusione di capitali freschi da 3,3 miliardi di euro. La banca senese è pesantemente esposta sui titoli di Stato italiani, la cui perdita di valore è misurata dall'impennata dello spread. Scatta l'allarme. Il direttore generale Antonio Vigni viene sostituito con un uomo di fiducia della Banca d'Italia, Viola. Il presidente del Monte, Giuseppe Mussari, prima minaccia un ricorso alla Corte di giustizia europea contro la raccomandazione Eba, ma poco dopo si dimette. I suoi amici del Pd senese e nazionale chiamano Profumo.

Per quasi tutto il 2012 il nuovo vertice tratta la crisi Mps come difficoltà fisiologica. Il 9 ottobre 2012, agli azionisti che invocano l'azione di responsabilità contro Mussari, Profumo replica seccamente: "Non abbiamo elementi". È vero che già dai primi di maggio il Monte dei Paschi è oggetto di perquisizioni a tappeto per l'inchiesta sulla acquisizione della banca Antonveneta, l'operazione del novembre 2007 che segna l'inizio della fine. Ma il 20 giugno Mussari è stato confermato presidente dell'Abi, l'associazione delle banche, all'unanimità.

E, soprattutto, il 9 ottobre Profumo non ha elementi, però il 10 ottobre Viola scova in fondo a una cassaforte in uso al suo predecessore Vigni l'ormai celebre mandate agreement, la prova che inchioderebbe Mussari, oggi a processo per ostacolo alle autorità di vigilanza. Nei giorni scorsi la dirigente della Consob Guglielmina Onofri ha testimoniato al tribunale di Siena che gli uomini di Viola avevano già trovato il 20 settembre - venti giorni prima - copia di contratto, con l'indicazione che l'originale si trovava in quella cassaforte. Elio Lannutti, presidente dell'associazione di risparmiatori Adusbef, ha denunciato Viola per falsa testimonianza.

Per capire tante stranezze va spiegato il mandate agreement. Nel 2009 Mussari sta andando con i conti in rosso sotto il peso della sciagurata acquisizione di Antonveneta, pagata 9 miliardi quando ne valeva forse la metà. Per rinviare i problemi convince Nomura e Deutsche Bank a ricontrattare operazioni che vedono Mps in forte perdita. Le due banche fanno il favore, ma a fronte della ricontrattazione con cui rinunciano ai guadagni di due operazioni (rispettivamente Alexandria e Santorini) ottengono una nuova complicata manovra su titoli di Stato (Btp a scadenza 2034) con cui si rifanno abbondantemente ma a lungo termine, consentendo a Mussari di nascondere per un po' il buco del bilancio.

Gli ispettori di Consob e Bankitalia notano già a fine 2011 queste operazioni in pesante perdita, ma fare cattivi affari non è vietato. E al processo, incalzati dalle domande della difesa di Mussari, argomentano che senza il mandate agreement, il contratto che appunto lega lega le due operazioni (Btp 2034 e ristrutturazione Alexandria), l'operazione in Btp restava un'operazione in Btp, anche se somigliava terribilmente a un "derivato sintetico" con perdita automatica incorporata.

Come cambia il pensiero di Profumo
La distinzione è decisiva per capire la portata dell'affare di Stato. L'esistenza del mandate agreement viene rivelata dal Fatto il 22 gennaio 2013, con un articolo di Marco Lillo. Lo scandalo esplode e Mussari si dimette dall'Abi. Due giorni dopo a Siena si svolge un'infuocata assemblea degli azionisti, chiamati a un aumento di capitale da 4,1 miliardi al servizio della eventuale conversione dei Monti Bond. Infatti a dicembre 2012, prima dello scandalo, Profumo ha avuto dal governo Monti un prestito di quell'importo, perpetuo ma convertibile in azioni quando lo decida la banca.

Trattandosi di un aiuto di Stato, la Commissione europea dà la necessaria approvazione, provvisoria in attesa di un piano di ritrutturazione della banca. All'assemblea del 25 gennaio, nonostante la fresca scoperta dei derivati nascosti di Mussari, Profumo non perde l'aplomb: "La necessaria richiesta del supporto pubblico si riconduce prevalentemente alla crisi del debito sovrano e solo in misura minore anche alle attività di verifica ancora in corso sulle operazioni Alexandria, Santorini e Nota Italia di cui tutti parlano". Profumo ha dunque chiesto gli aiuti di Stato lamentando difficoltà esogene, come si dice in gergo, cioè non dovute alla gestione di Mussari ma alla crisi mondiale. Il commissario europeo alla Concorrenza, Joaquin Almunia, se ne ricorderà.

Il 6 febbraio Mps comunica di aver calcolato in 730 milioni la perdita su Alexandria e Santorini. All'assemblea degli azionisti del 29 aprile successivo torna in ballo l'azione di responsabilità contro Mussari, e Profumo sfodera un argomento opposto rispetto a tre mesi prima: "La rilevazione operata a fini Eba a fine settembre 2011 ha evidenziato per la Banca una riserva AFS negativa per 3,2 miliardi circa (di cui 1,2 miliardi imputabili all'operazione Nomura e 870 milioni imputabili all'operazione Deutsche Bank) costringendo la Banca a ricorrere a onerose azioni di rafforzamento patrimoniale". Dunque le operazioni di Mussari hanno lasciato in eredità un buco patrimoniale di 2,07 miliardi, che Profumo fino a quel giorno aveva ascritto alla "crisi del debito sovrano".

Qui parte l'attacco di Almunia. A luglio 2013 scrive a Saccomanni (fino a due mesi prima direttore generale della Banca d'Italia) minacciando l'Italia di una procedura d'infrazione sugli aiuti di Stato a Mps. Ai primi di settembre, a Cernobbio, scopre le carte. Prima dichiara che l'aumento di capitale da un miliardo prospettato da Profumo è insufficiente.

Poi concorda con Saccomanni che l'aumento dovrà essere da tre miliardi, finalizzati alla rapida restituzione del 74 per cento dei Monti Bond. Strano. Profumo lavora su un rafforzamento patrimoniale da 5,1 miliardi (4,1 di Monti Bond più un miliardo di aumento di capitale). Almunia invece impone di restituire 3 miliardi di Monti Bond, e, siccome un decimo dell'aumento di capitale da 3 miliardi va in spese, la banca ci deve mettere 300 milioni suoi, mentre svanisce anche il miliardo di maggior patrimonio che Profumo voleva chiedere al mercato. Risultato: il di cui sopra "adeguato supporto patrimoniale" scende da 5,1 a non più di 3,8 miliardi, e per Mps non è una bella notizia.

Le ragioni del castigo inflitto da Almunia a Mps - compreso il ridimensionamento da terza banca italiana a banca regionale - sono scritte nel documento che il governo italiano non vuole rendere pubblico. All'assemblea del 28 dicembre scorso l'azionista Giuseppe Bivona, rappresentante del Codacons, ha sostenuto, logica e Trattato europeo alla mano, che Almunia, imponendone la restituzione, ha di fatto bocciato gli aiuti di Stato ai sensi dell'articolo 108 del trattato europeo, secondo il quale una mazzata simile è ammessa se "tale aiuto e` attuato in modo abusivo".

Ma attenzione: la scelta di rimborsare i Monti Bond, indebolendo la banca e ribaltando una decisione di pochi mesi prima, è tutta italiana. Per Almunia andava bene anche la conversione in azioni dei Monti Bond, che avrebbe nazionalizzato il Monte quasi azzerando gli azionisti attuali, a cominciare dalla Fondazione. Per Bruxelles basta che gli azionisti non risolvano i loro problemi con i soldi di Pantalone. Perché dunque gridare in coro "tutto ma non la nazionalizzazione!", visto che i soldi dei contribuenti erano stati già versati senza rimpianti un anno fa? Forse per evitare che un giorno emergano altre sorprese che - trattandosi di banca controllata dallo Stato - gravino sui conti pubblici. Qui si può solo formulare un'ipotesi, visto che il documento ufficiale è segretato nell'evidente imbarazzo di banca, vigilanza e governo.

Fino a che Mussari era presidente dell'Abi...
Per tutto il 2012 Profumo e Viola, in sintonia con Bankitalia e Consob, non hanno visto i perniciosi derivati del presidente dell'Abi in carica, continuando a battezzarli come operazioni in Btp. Così anche dopo la scoperta del mandate agreement Mps ha continuato a contabilizzare quelle operazioni esattamente come le contabilizzava Mussari, che è sotto processo per ostacolo alla vigilanza ma non per falso in bilancio.

Lo ha confermato Viola il 28 dicembre scorso: "In data 10 dicembre 2013, la Consob ha di fatto confermato il trattamento contabile applicato dalla banca, che risulta conforme ai principi contabili IAS/IFRS ed e` stato concordato con i revisori esterni Kpmg sino al 2010 e Ernst & Young dal 2011". È quel "di fatto" a segnalare una continuità quantomeno sospetta.

Infatti, a dimostrazione di una situazione confusa, la stessa Consob ordina a Mps anche di allegare al bilancio i cosiddetti prospetti pro-forma, che mostrano il bilancio come sarebbe se quelle operazioni in Btp fossero considerate derivati: con miliardi di euro che vanno e vengono da una partita all'altra. Adesso l'unico obiettivo del triangolo Mps-Bankitalia-governo è portare a casa al più presto l'aumento di capitale da 3 miliardi: eviterebbe le insidie della nazionalizzazione e coprirebbe tutto, prima che dal nuovo esame europeo di fine anno (in gergo asset quality review) emerga un nuovo fabbisogno di capitale. O che dal documento secretato di Almunia i mitici mercati scoprano qualche scomoda verità.
Twitter@giorgiomeletti

 

mpsFABRIZIO VIOLA MONTEPASCHI montepaschi siena sedeALESSANDRO PROFUMO E FABRIZIO VIOLA Alessandro Profumo Fabrizio ViolaMUSSARI MARCEGAGLIA MANSI ELIO LANNUTTIelio lannutti lucio dubaldo e edward luttwak SACCOMANNI E LETTA

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