RCS, L’ULTIMO FORTINO (INDEBITATO) DI POTERI STORTI, BANCHE SBANCATE E CAPITALISTI ALLE VONGOLE

Alessandro Penati per Repubblica

RCS è il caso esemplare dei problemi che le strutture proprietarie bizantine e i conflitti di interesse delle banche creano alle aziende quando devono ristrutturare per sopravvivere alla crisi. Una gestione industriale poco attenta ai costi, il declino del settore provocato da Internet, e acquisti dissennati finanziati col debito, hanno portato Rcs al dissesto. Dal 2002, quando è nata dalle ceneri di HdP (altro disastro), Rcs ha perso un quarto del fatturato, e accumulato 1 miliardo di debiti per comprare attività che nel 2012 hanno prodotto una perdita complessiva di 510 milioni (dopo 322 nel 2011).

Il piano triennale per il rilancio è semplice: crescita zero del fatturato, con i ricavi digitali che compensano il declino di quelli tradizionali; e taglio dei costi per riportare il margine operativo a un livello accettabile. Venduto il facilmente vendibile (Dada e Flammarion), in futuro sono previste generiche dismissioni per 250 milioni, in gran parte destinati al rimborso del debito, come richiesto dall'accordo con le banche.

Fine del piano. Non si parla di cessione delle disastrate attività spagnole; né si ipotizza la strada delle fusioni, tipica dei settori con eccesso di capacità produttiva. O meglio, non se ne parla esplicitamente perché qui si tocca il primo conflitto di interessi: Fiat ha il 100% de La Stampa e sarebbe naturale se tentasse di usare la partecipazione al controllo di Rcs per studiare una possibile concentrazione dei propri investimenti nei media.

Conflitti e problemi maggiori nascono però dalla ristrutturazione finanziaria. La situazione è di chiaro dissesto. Il debito attuale (circa 850 milioni) è insostenibile anche a piano di rilancio industriale realizzato: equivale a 5,5 volte il margine operativo previsto per il 2015, un livello che nessun finanziatore accetterebbe mai. In una ristrutturazione tradizionale, i creditori negozierebbero la conversione (volontaria o concorsuale) del debito in azioni, acquisendo il controllo della società, per poi vendere le attività poco redditizie, tagliare i costi e cederla rapidamente al miglior offerente. Credo sia questo che avesse in mente Della Valle.

Ma in Rcs non s'ha da fare: le banche dovrebbero contabilizzare
sofferenze; i soci del patto, responsabili del dissesto, perderebbero il premio di controllo; e la Fiat una possibile soluzione futura per La Stampa.

In Italia, però, le banche, grazie ai conflitti di interesse, possono trovare la quadratura del cerchio. Intesa e Mediobanca, sono grandi creditori di Rcs, ma anche azionisti del patto: una duplice veste che le ha messe al posto di guida della ristrutturazione del debito.

Così hanno imposto ai vecchi soci un aumento di capitale (400 milioni) che per metà serve a ridurre l'esposizione verso le banche (più il rimborso di altri 200 milioni fra tre anni garantito dalla cessione di attività), che pertanto non devono contabilizzare alcuna sofferenza. Per i soci del patto è l'obolo da pagare per preservare il valore del premio di controllo; e per la Fiat il modo di mantenere aperta l'opzione per i suoi media.

Ma il titolo Rcs non ha flottante e difficilmente il mercato può assorbire i 182 milioni non sottoscritti dal patto: necessario un consorzio di garanzia, inevitabilmente guidato da Intesa e Mediobanca (e remunerato profumatamente); in questo modo concedendo loro, di fatto, il potere di decidere il prezzo delle nuove azioni. Avranno tutto l'interesse a emetterle a forte sconto, per diluire chi è fuori dal patto, aumentando così il valore delle quote sindacate (comprese le loro).

Inoltre, nel caso probabile che il consorzio dovesse farsi carico delle azioni non collocate sul mercato, possono anche puntare a sfilare il controllo, per poi rivenderlo a chi offre di più o a chi fa loro comodo. Per esempio, ipotizzando un collocamento a sconto del 25% sul prezzo teorico post aumento, e l'intervento di Intesa e Mediobanca per la loro intera quota nel consorzio, le due banche insieme supererebbero il 30%.

Con Fiat arriverebbero quasi alla maggioranza, con gran parte del premio di controllo da incassare, avendo dimezzato la loro esposizione debitoria, e senza contabilizzare un euro di sofferenze. Meglio che Della Valle, Rotelli, Benetton non si lamentino di aver bruciato milioni per uno strapuntino al tavolo del potere: non si grida allo scandalo, uscendo da un cinema a luci rosse; basta non entrarci.

 

SEDE CORRIERE DELLA SERA DELLA VALLE Alberto Nagel e Roberta John Elkann Giuseppe Rotelli RENATO PAGLIARO E ALBERTO NAGEL DAL CORRIERE jpeg

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