maurizio belpietro giorgia meloni francesco saverio garofani

A CIASCUNO LA SUA “VERITÀ” - L’ARTICOLO PUBBLICATO DAL QUOTIDIANO DI BELPIETRO SUL "PIANO DEL QUIRINALE PER FERMARE LA MELONI” È PRATICAMENTE IDENTICO ALLA MAIL RICEVUTA DA MOLTI ALTRI QUOTIDIANI, DA UN ANONIMO CHE SI FIRMAVA "MARIO ROSSI", CHE HANNO DECISO DI IGNORARE LA VICENDA PERCHÉ NON VERIFICABILE - PERCHE' BELPIETRO HA DECISO DI DARE SPAZIO E RISALTO A UNA STORIA COSI' AMBIGUA? HA IN MANO ANCHE UN AUDIO O CI SONO ALTRE RAGIONI? DI CERTO, L'EX ALLIEVO DI VITTORIO FELTRI È UN PO' IN DIFFICOLTÀ: LE COPIE VENDUTE DAL SUO GIORNALE CALANO E "LA VERITÀ" STA DIVENTANDO POST-VERITÀ, CON LO SPAZIO CONCESSO A COMPLOTTISTI, NO VAX E PUTINIANI - FORSE CREARE UN PO’ DI CACIARA CON IL GAROFANI-GATE SERVE A RIPORTARE IL QUOTIDIANO SOTTO I RIFLETTORI - DI SICURO HA FATTO UN FAVORE A GIORGIA MELONI. DEL RESTO, FU LEI NEL 2023 A OPPORSI ALLA VENDITA DEL GIORNALE AD ANGELUCCI, E A TROVARE IN FEDERICO VECCHIONI, AD DI "BONIFICHE FERRARESI" E CARO A LOLLOBRIGIDA, IL "SALVATORE" PRONTO A RILEVARE IL 25% DELLA SOCIETA' EDITRICE BY BELPIETRO - DA ALLORA FIOCCANO INSERZIONI DELLE PARTECIPATE E PEZZI PRO-GIORGIA...

DAGOREPORT

maurizio belpietro giorgia meloni

Si parla sempre di Tele-Meloni, ovvero la Rai guidata dal filosofo di Colle Oppio Giampaolo Rossi, ma si considera sempre poco l'artiglieria "di carta" che copre il fianco di Giorgia Meloni e del suo Governo.

 

La presidente del Consiglio può contare sulle simpatie del “Corriere della Sera”, sempre più filo-governativo, sulla benevolenza dei tre quotidiani della famiglia Angelucci, “il Giornale”, “il Tempo”, “Libero”, sull’atteggiamento per nulla ostile del “Foglio” by Cerasa.

 

IL PIANO DEL QUIRINALE CONTRO GIORGIA MELONI - LA VERITA - 18 NOVEMBRE 2025

Poi c’è “La Verità”. Il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro è stato fondato nel 2016, e si è contraddistinto negli anni per gli scoop di Giacomo Amadori e un taglio “alternativo” al racconto mainstream, con molto spazio concesso ai negazionisti climatici e alla destra anti-abortista, anti-Lgbtq+ e turbo-cristiana.

 

Nel 2018, all’alba del Governo giallo-verde, il quotidiano è diventato l’house organ del primo esecutivo Conte, spingendo forte sulla battaglia anti-Mes e sospingendo la “Bestia” di Salvini con crociate anti migranti e di aperta ostilità alle teorie gender.

 

Tutto è cambiato con la pandemia: “La Verità” si è posizionata su una linea no-vax ai limiti del complottismo. Era un tentativo di andare a colmare un vuoto di mercato. Legittimo, per quanto discutibile. I virus passano, la diffidenza per i giornalisti resta, e così, di anno in anno, le battaglie di Belpietro e compagnia hanno fatto sempre meno presa sul lettorato italiano.

 

maurizio belpietro 02

Da successo editoriale (nel 2018 Belpietro ha rilevato “Panorama”, nel 2019 i profittevoli periodici “Confidenze”, “Cucina Moderna”, “Sale & Pepe”, “Starbene” e “TuStyle”, nel 2022 “Donna Moderna” e “CasaFacile”), “La Verità” si è trasformata in una zavorra.

 

Prova ne è stata la spericolata avventura editoriale del quotidiano economico “Verità&Affari”: fondato ad aprile del 2022, con la direzione di Franco Bechis, cessa le pubblicazioni cartacee dopo qualche mese, per poi chiudere definitivamente anche la versione online nell’aprile 2024.

 

vittorio feltri e maurizio belpietro 3

E così nel 2023 Belpietro, in crisi di copie e di liquidità, ha meditato il colpaccio: vendere tutto il suo gruppo editoriale agli Angelucci. È stato in quel momento che la strada dell’editore-direttore si è incrociata con quella di Giorgia Meloni.

 

La premier sarebbe infatti intervenuta a bloccare l’affare, non potendosi permettere di avere tutti i quotidiani di centrodestra nelle mani del deputato leghista Antonio Angelucci.

 

È in quel frangente che bussa alla porta di Belpietro Federico Vecchioni, buon amico di Francesco Lollobrigida e ad della ricca società "Bonifiche ferraresi", holding molto attiva nella filiera agro-industriale italiana che vale più di 1 miliardo di euro. A novembre del 2023, Vecchioni acquisisce una quota del 25% circa della Società Editrice Italiana (SEI), editrice di “La Verità” e “Panorama”, sborsando 2,5 milioni di euro.

 

giorgia meloni con antonio e giampaolo angelucci festa 80 anni il tempo

Contestualmente, iniziano a fioccare le inserzioni delle aziende partecipate dallo Stato di sulla “Verità”: appaiono regolarmente sul quotidiano paginate di Eni, Poste, Enel, Trenitalia, Gruppo Fs, Terna, oltre a Cassa depositi e prestiti, ministero dell’Agricoltura e altre, condite da articoli molto benevoli.

 

Come scriveva Alessio Mannino su “MowMag”, il 6 novembre 2023, “Lollobrigida, cognato della premier Giorgia Meloni, avrà senz’altro brindato al nuovo ruolo editoriale di Vecchioni. Il trait d’union fra l’industriale e il governo, infatti, è lui.  

 

Secondo Repubblica, anche la Meloni si sfregherebbe le mani perché non gradirebbe dover avere a che fare con un solo interlocutore sulla piazza mediatica: meglio che Belpietro si sia messo in sicurezza imbarcando un Vecchioni, che va d’amore e d’accordo con il cognato Lollo, che finire nell’abbraccio ecumenico, troppo ecumenico degli Angelucci”.

 

federico vecchioni

Il favore del Governo Meloni non ha però aiutato “La Verità” a risalire nella classifica di copie vendute.

 

Secondo i dati Ads, nel settembre 2024 il quotidiano vendeva in edicola 19.919 copie e la diffusione totale (cartacea + digitale) era di 26.570 copie.

 

Un anno dopo, nel settembre 2025, “La Verità” è scesa in edicola a 16.983 copie (–14,74% per cento) e la diffusione totale (cartacea + digitale) è calata a 22.893 copie (–13,84 per cento).

 

Se si considerano i dati dall’ingresso di Vecchioni (settembre 2023), “La Verità” è passata da 31.556 copie totali a 22.893 (–27,45% per cento).

 

FRANCESCO SAVERIO GAROFANI

Che c’azzecca questo con il Garofani-gate? Certamente non è con l’ipotesi di un maxi-complotto ordito da Sergio Mattarella (il leader più amato dagli italiani) che si vendono più copie. Anzi.

 

Ma di sicuro, creare un po’ di caciara, non puo' che far bene a un quotidiano finito fuori mazzetta nelle rassegne stampa di tutta Italia.

 

D'altronde la prima dichiarazione di Galeazzo Bignami è stata battuta dall’ANSA alle 12.46, nonostante “La Verità” fosse in edicola all'alba con lo "scoop" di Belpietro sparato in apertura a caratteri cubitali.

 

Della serie: non se ne sono accorti neanche i fratellini d’Italia, che probabilmente non hanno il quotiidano di Belpietro nella loro "dieta" editoriale. 

 

Inoltre, il Garofani-gate fornisce un assist alla solita lagna vittimista di Giorgia Meloni e camerati. Forse anche per fare questo favore al Governo, “La Verità” è stato l’unico giornale ad andare dietro alla storia del presunto discorso anti-Meloni di Garofani al ristorante.

 

alessandro sallusti

Come ha raccontato perfidamente “il Giornale” di Alessandro Sallusti (anche lui, come Belpietro, allievo di Vittorio Feltri), infatti, le “indiscrezioni” sulle frasi del consigliere di Mattarella erano a disposizione di molti altri cronisti che avevano ricevuto una mail con la segnalazione da parte di un certo "Mario Rossi".

 

Gil altri quotidiano però non hanno ritenuto affidabile la vicenda. “La Verità”, invece, non si è fatta sfuggire l’occasione, troppo ghiotta, per indispettire Mattarella, già nel mirino del quotidiano da anni, e si è buttata a pesce sulla "notizia".

 

Il condirettore della “Verità”, Massimo De Manzoni, ha affermato che, di quel colloquio, “è possibile che ci sia una registrazione”, e poi ha risposto acidamente ai colleghi del “Giornale”: “Si assumono la responsabilità di quel che scrivono ma certo mi sembra un po’ strana questa cosa. Lo scrive solo ‘il Giornale’ e temo che ci sia un po’ di invidia dietro…”.

 

massimo de manzoni

Peccato che non sia solo “il Giornale” a scrivere della mail di “Mario Rossi”. Anche Francesco Malfetano sul sito della “Stampa” racconta:

 

“L’articolo pubblicato da La Verità martedì mattina è stato inviato per e-mail a diversi giornali da stefanomarini@usa.com.

 

All'interno l'articolo a firma Mario Rossi con le esatte notizie riportate dal quotidiano di Maurizio Belpietro, in una forma quasi identica al testo ‘originario’ che accusa il consigliere del Quirinale Francesco Saverio Garofani, e con tanto di titolo altisonante: “Quirinale, quel cocktail che svela il gioco del Colle: così il Quirinale guarda al dopo-Meloni: ‘Serve una grande lista civica nazionale’”.

 

Consiglio supremo di difesa - CERCHIATO IN ROSSO FRANCESCO SAVERIO GAROFANI

Segue mail completa, praticamente identica all’articolo su "la Verità" firmato con il nom de plume di Ignazio Mangrano.

 

La mail dell'anonimo "Mario Rossi" deve essere stata ritenuta molto affidabile per essere pubblicata quasi per intero: era corredata da un audio, Belpietro sa qualcosa che noi non sappiamo o c'è qualche passaggio che ci sfugge? Ah, saperlo... 

 

IL TESTO INTEGRALE DELLA MAIL DI "MARIO ROSSI"

Da www.lastampa.it

 

Quirinale, quel cocktail che svela il gioco del Colle: così il Quirinale guarda al dopo-Meloni: «Serve una grande lista civica nazionale»

FEDERICO VECCHIONI

DI MARIO ROSSI

 

C’è una conversazione, avvenuta lontano dai riflettori, che sta agitando più di un palazzo romano. Una di quelle scene da Prima Repubblica, dove le verità più pesanti si dicono davanti a un cocktail, certi che l’alcol sciolga le lingue, ma non i telefoni.

 

E invece no. Protagonista: Francesco Saverio Garofani, consigliere per la difesa del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

 

Ex parlamentare del Pd, per tre legislature deputato dal 2006 al 2018. Uno che difficilmente parla a caso. E che, in un incontro conviviale di ieri, in un locale pubblico, dove, indisturbati, lo abbiamo ascoltato di straforo, si è lasciato andare a una serie di considerazioni che, messe in fila, raccontano molto di più degli umori personali di un consigliere. Raccontano la linea del Quirinale. E questa linea, oggi, è tutto fuorché tenera con il centrodestra.

 

IL POST DI FRATELLI DITALIA IN SOLIDARIETA A MAURIZIO BELPIETRO

Garofani dipinge un quadro chiaro. Se il contesto politico restasse quello attuale, Giorgia Meloni sarebbe destinata al Quirinale. Lo dice quasi sorridendo, sì, ma come chi sta dicendo una cosa che lo preoccupa parecchio. E soprattutto aggiunge un dettaglio non irrilevante: «In quell’area non c’è nessuno adeguato».

 

Tradotto: Meloni è l’unica. E questa unicità, secondo il consigliere del Colle, sarebbe un problema. Poi c’è il calendario, già definito. Si voterà nella tarda primavera del 2027, probabilmente maggio.

 

Manca un anno e mezzo. Un’era geologica per la politica. Ma al Colle — è questo il punto — non sembrano così convinti che il tempo basti a cambiare gli equilibri, se non interviene qualche provvidenziale scossone.

 

Non a caso Garofani si lascia scappare un commento che racconta un mondo: «Speriamo che cambi qualcosa prima delle prossime elezioni, io credo nella provvidenza. Basterebbe una grande lista civica nazionale». Non proprio una dichiarazione di neutralità istituzionale.

 

sergio mattarella giorgia meloni altare della patria 2 giugno 2025

E ancora. Per la costruzione di un nuovo centrosinistra, un “nuovo Ulivo”, Garofani vede in Ernesto Ruffini — ex grande capo dell’agenzia delle Entrate, da qualche mese in campo — una pedina utile.

 

Ma non sufficiente. «Serve un intervento ancora più incisivo di Romano Prodi» dice.

 

L’ex Professore, che evidentemente per il Quirinale non è solo una reliquia, ma ancora un potenziale regista politico in grado di rimettere insieme i cocci di un’opposizione incapace di alzare lo sguardo oltre i propri litigi.

 

Il consigliere arriva anche a toccare il terreno delle previsioni impossibili. Esagera perfino per gli standard dei retroscena: «Se non fosse morto, oggi il premier sarebbe David Sassoli o lo sarebbe dalla prossima legislatura».

 

Consiglio supremo di difesa - CERCHIATO IN ROSSO FRANCESCO SAVERIO GAROFANI

Una frase che peraltro è un’ammissione di debolezza degli attuale leader del centro sinistra: senza un leader moderato, europeo, rassicurante per l’establishment, l’Italia ha preso un’altra direzione. Indovinate quale. Il tutto, ripetiamolo, non in un’intervista né in una sede ufficiale. Ma in quella zona grigia dove i consiglieri parlano “a titolo personale” e intanto, però, mandano messaggi in bottiglia destinati a chi li deve capire.

 

Il punto politico, infatti, è questo: Garofani non è un opinionista qualsiasi, ma un consigliere di Mattarella, peraltro su dossier delicatissimi. E quando uno così arriva a prefigurare Meloni al Quirinale come un incubo istituzionale e a invocare «provvidenze» politiche contro il governo in carica, qualche domanda bisognerebbe porsela. Il Colle, insomma, non appare affatto indifferente al risiko politico che porterà al nuovo Capo dello Stato. E sta osservando, valutando, probabilmente orientando.

 

PAURA PER CHI SUCCEDERÀ A SERGIO «PRODI DEVE ESSERE PIÙ INCISIVO»

Ignazio Mangrano per “La Verità” – articolo di martedì 18 novembre 2025

 

giorgia meloni e sergio mattarella - consiglio supremo della difesa

C’è una conversazione, avvenuta lontano dai riflettori, che sta agitando più di un palazzo romano. Una di quelle scene da Prima Repubblica, dove le verità più pesanti si dicono davanti a un cocktail, certi che l’alcol sciolga le lingue, ma non i telefoni. E invece no. Protagonista: Francesco Saverio Garofani, consigliere per la difesa del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

 

Ex parlamentare del Pd, per tre legislature deputato dal 2006 al 2018. Uno che difficilmente parla a caso. E che, in un incontro conviviale di ieri, in un locale pubblico, dove, indisturbati, lo abbiamo ascoltato di straforo, si è lasciato andare a una serie di considerazioni che, messe in fila, raccontano molto di più degli umori personali di un consigliere.

 

sergio mattarella saluta romano prodi all assemblea annuale dell anci

Raccontano la linea del Quirinale. E questa linea, oggi, è tutto fuorché tenera con il centrodestra. Garofani dipinge un quadro chiaro.

 

Se il contesto politico restasse quello attuale, Giorgia Meloni sarebbe destinata al Quirinale. Lo dice quasi sorridendo, sì, ma come chi sta dicendo una cosa che lo preoccupa parecchio.

 

E soprattutto aggiunge un dettaglio non irrilevante: «In quell’area non c’è nessuno adeguato». Tradotto: Meloni è l’unica. E questa unicità, secondo il consigliere del Colle, sarebbe un problema.

 

Poi c’è il calendario, già definito. Si voterà nella tarda primavera del 2027, probabilmente maggio. Manca un anno e mezzo. Un’era geologica per la politica. Ma al Colle - è questo il punto - non sembrano così convinti che il tempo basti a cambiare gli equilibri, se non interviene qualche provvidenziale scossone.

 

ernesto maria ruffini

Non a caso Garofani si lascia scappare un commento che racconta un mondo: «Speriamo che cambi qualcosa prima delle prossime elezioni, io credo nella provvidenza. Basterebbe una grande lista civica nazionale». Non proprio una dichiarazione di neutralità istituzionale.

 

E ancora. Per la costruzione di un nuovo centrosinistra, un «nuovo Ulivo», Garofani vede in Ernesto Ruffini - ex grande capo dell’Agenzia delle Entrate, da qualche mese in campo - una pedina utile. Ma non sufficiente.

 

«Serve un intervento ancora più incisivo di Romano Prodi», dice. L’ex Professore, che evidentemente per il Quirinale non è solo una reliquia, ma ancora un potenziale regista politico in grado di rimettere insieme i cocci di un’opposizione incapace di alzare lo sguardo oltre i propri litigi.

 

FRANCESCO SAVERIO GAROFANI

Il consigliere arriva anche a toccare il terreno delle previsioni impossibili. Esagera perfino per gli standard dei retroscena: «Se non fosse morto, oggi il premier sarebbe David Sassoli o lo sarebbe dalla prossima legislatura».

 

Una frase che peraltro è un’ammissione di debolezza degli attuali leader del centrosinistra: senza un leader moderato, europeo, rassicurante per l’establishment, l’Italia ha preso un’altra direzione. Indovinate quale. Il tutto, ripetiamolo, non in una intervista, né in una sede ufficiale.

 

Ma in quella zona grigia dove i consiglieri parlano «a titolo personale» e intanto, però, mandano messaggi in bottiglia destinati a chi li deve capire. Il punto politico, infatti, è questo: Garofani non è un opini onista qualsiasi, ma un consigliere di Mattarella, peraltro su dossier delicatissimi.

 

E quando uno così arriva a prefigurare Meloni al Quirinale come un incubo istituzionale e a invocare «provvidenze» politiche contro il governo in carica, qualche domanda bisognerebbe porsela. Il Colle, insomma, non appare affatto indifferente al risiko politico che porterà al nuovo capo dello Stato. E sta osservando, valutando, probabilmente orientando.

 

LE PRESUNTE DICHIARAZIONI ANTI-MELONI DEL CONSIGLIERE DI MATTARELLA, FRANCESCO SAVERIO GAROFANI (“SERVE UNO SCOSSONE”), CHE HANNO SCATENATO LA FAIDA TRA FRATELLI D’ITALIA E IL QUIRINALE, AIZZANO UNA GUERRIGLIA TRA I GIORNALI DI DESTRA, IN CRISI DI VENDITE – “IL GIORNALE” DI SALLUSTI SPUTTANA “LA VERITÀ” RIVELANDO CHE LE "INDISCREZIONI" PUBBLICATE DA BELPIETRO IN REALTA’ ERANO A DISPOSIZIONE DI ALTRI CRONISTI, CHE EVIDENTEMENTE LE HANNO CESTINATE NON RITENENDOLE CREDIBILI: “IL RETROSCENA SCRITTO DA BELPIETRO È CORREDATO DA UN ARTICOLO FIRMATO IGNAZIO MANGRANO CHE CORRISPONDE A UN TESTO SPEDITO IL GIORNO PRIMA A VARI GIORNALI DA UN TAL MARIO ROSSI. VIENE RIPORTATA UNA CONVERSAZIONE DI GAROFANI. FRASI ASCOLTATE ‘DI STRAFORO’ DURANTE ‘UN INCONTRO CONVIVIALE IN UN LOCALE PUBBLICO’” – A PARTE UNA MAIL ANONIMA, BELPIETRO HA ALTRE PROVE? “REPUBBLICA” RIVELA: “PIÙ ESPONENTI DI FDI PARLANO A TACCUINI CHIUSI DI UN PRESUNTO ‘AUDIO’ IN POSSESSO DI BELPIETRO. REGISTRAZIONE CHE AVREBBE ‘RICEVUTO DA UNA FONTE’. E NON IERI L’ALTRO. MA ‘DIVERSI GIORNI FA’…”

https://www.dagospia.com/cronache/caso-garofani-aizza-guerriglia-giornale-verita-rivelazione-454471

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