OPPIO DEI POPOLI! ALTRO CHE LA STORICA SEDE DEL MSI DOVE "E’ NATA" POLITICAMENTE GIORGIA MELONI, COLLE OPPIO CONQUISTA IL MONDO CON I SUOI TESORI - SOTTO LE TERME DI TRAIANO TORNA ALLA LUCE LA ROMA DI NERONE. LO SPETTACOLARE VIAGGIO ARCHEOLOGICO TRA “LA CITTA’ DIPINTA” E “IL GRANDE MOSAICO”, ORA PRESENTATI AL PUBBLICO, CHE APPARTENGONO A UNO DEI PADIGLIONI DELLA DOMUS AUREA NERONIANA – I RESTI DEL SEPOLCRO DI SERVIO TULLIO, RE DELLA GRANDE ROMA DEI TARQUINI, TROVATI CASUALMENTE NEGLI ANNI '80 DURANTE LA COSTRUZIONE DI UN EDIFICIO DEL SISDE - LA RICOSTRUZIONE DEI TESORI DELL'AREA SU “LA REPUBBLICA” DA PARTE DELL’EX SOVRINTENDENTE ALLE ANTICHITÀ DI ROMA ADRIANO LA REGINA… - VIDEO
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LA CITTA RITROVATA DI COLLE OPPIO
Adriano La Regina per “la Repubblica – Ed. Roma”
Tra le alture di Roma che in antico formavano il Septimontium (i Sette Colli) il Monte Oppio era considerato una propaggine dell'Esquilino, oggi uno dei quartieri più vitali della città.
Lo nobilitano, fin dal tardo impero e per tutte le epoche successive, monumenti straordinari incapsulati nell'edilizia moderna e abitualmente frequentati dai residenti.
Per lo più ancora ignorati dal turismo di massa con l'eccezione, naturalmente, di Santa Maria Maggiore e di pochi altri come San Pietro in Vincoli con il Mosè di Michelangelo, si possono ancora visitare nel rispettoso silenzio della devozione religiosa e della contemplazione artistica.
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Tra essi la chiesa di Santa Prassede con i mosaici bizantini del IX secolo, S. Eusebio, con l'affresco di A. Raphael Mengs, S. Bibiana di G. Lorenzo Bernini, S. Antonio Abate, di rito orientale, già parte di un ospedale medievale, dove si svolgeva la benedizione degli animali domestici.
Non vi mancano, d'altra parte, sorprendenti memorie monumentali dell'antichità, quali il cosiddetto Auditorium di Mecenate, la Porta Esquilina delle mura repubblicane, detta anche Arco di Gallieno, con uno dei fornici murati nella chiesa di S. Vito, la quale si sovrappone pure ai resti del macellum Liviae, il grande mercato di epoca augustea.
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L'interesse della Casa imperiale per l'attuazione di imprese edilizie sull'Esquilino, e in particolare sul versante del Monte Oppio, era stata assai precoce, fin dall'epoca di Augusto con la porticus Liviae e poi con Nerone, Tito e Traiano. Del resto quel settore urbano aveva una grande tradizione come luogo di residenze elitarie; basti pensare che vi aveva abitato ed era stato ivi anche sepolto Servio Tullio, il re della grande Roma dei Tarquini.
Venticinque anni or sono l'archeologo Filippo Coarelli ne identificò il tumulo sepolcrale in monumentali resti trovati casualmente negli anni Ottanta durante la costruzione di un edificio del SISDE (si chiamavano così fino al 2007 i servizi segreti per la sicurezza). Purtroppo non si sa più che fine abbiano fatto queste importanti reliquie della Roma dei re, rimaste del tutto ignote al grande pubblico.
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La prima grande operazione edificatoria sull'Oppio, dopo quella di Augusto, si deve a Nerone, che approfittò delle devastazioni provocate dall'incendio del 64 d.C. per ampliare il palazzo dei Cesari sul Palatino con la sua Domus Aurea.
Solo in parte scavata, ne resta oggi visibile un grande padiglione che occupa buona parte delle pendici meridionali del Monte Oppio sulla valle del Colosseo, allora ancora inesistente e dove si trovava un grande specchio d'acqua, lo stagnum Neronis. I mosaici ora presentati al pubblico appartengono di certo ad uno dei padiglioni della Domus Aurea, come ben visto da Eugenio La Rocca, che a suo tempo li fece recuperare.
Il padiglione della Domus Aurea sull'Oppio, noto fin dal Rinascimento e scavato a partire dal Settecento, si compone di almeno 150 ambienti non destinati ad uso residenziale.
La parte abitabile, se vi era, doveva essere ubicata nel livello superiore in gran eliminato per la costruzione delle terme di Traiano.
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L'articolazione degli spazi rende del tutto probabile la loro destinazione all'esposizione delle opere d'arte che Nerone aveva fatto raccogliere, depredando città della Grecia e dell'Asia Minore, e che successivamente furono trasferite nel Foro della Pace. Tra queste vi erano gli originali bronzei del gruppo pergameno dei Galati vinti, di cui è stata suggerita una collocazione al centro dell'aula ottagona: ne abbiamo copie in marmo del Galata suicida, nel Palazzo Altemps del Museo Nazionale Romano, e del Galata morente, nei Musei Capitolini.
Il nome di domus aurea, che traduceva il greco domos chrysios "aurea dimora" (di Zeus, in Saffo), introduceva così la nozione di dimora divina per la sede del potere imperiale. Le residenze degli dei sono infatti definite "auree sedi celesti" da Pindaro, e "auree sedi astrali" da Euripide. Se in questo sia da scorgere il segno di una progressiva adesione dell'imperatore alla tendenza di una sua divinizzazione, manifestatasi fortemente nelle provincie orientali, è del tutto incerto.
È invece indubbio che l'amministrazione imperiale favorisse con cautela, e quindi soprattutto in forma indiretta attraverso l'adozione di modelli culturali, l'assimilazione di Nerone ad alcune divinità. In particolare fu fortissima l'associazione con Apollo, nel tipo del dio che suona la cetra, il quale venne anche raffigurato su monete coniate dopo l'anno 65, e che tramite l'identificazione con Helios favoriva l'affermazione di una teocrazia solare di ispirazione egizia.
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Seneca, maestro e consigliere del principe, nel suggerirgli il modello degli dei, dice «a te non è permesso di stare nascosto, come non lo è al sole; attorno a te vi è molta luce, tu credi di apparire in pubblico, ma sei un astro che si leva». La domus aurea era la sede ufficiale del potere imperiale. Con essa si era inteso dare un assetto razionale alla città per far fronte alle accresciute esigenze di uffici e di ambienti di rappresentanza per quella parte dell'amministrazione dell'impero che faceva capo direttamente al principe. In precedenza queste necessità si erano tradotte in soluzioni del tutto particolari, al di fuori di qualunque previsione complessiva.
Il fallimento del programma neroniano, travolto con l'abbattimento del tiranno, non impedì tuttavia che i suoli da lui espropriati avessero comunque una destinazione pubblica, di cui poterono farsi vanto i successivi imperatori: con Vespasiano lo stagnum Neronis divenne sede dell'amphitheatrum novum (il Colosseo), e fu inoltre costruito il tempio della Pace che divenne il più grande museo pubblico con le opere d'arte che Nerone aveva fatto razziare nelle provincie.
Traiano fece poi costruire sopra la Domus Aurea da Apollodoro di Damasco, il suo architetto preferito, le Terme che portano il suo nome, adiacenti alle terme di Tito.
Ne restano ancora le grandiose rovine che dominano le visuali del Monte Oppio, e le immense cisterne dette Sette Sale, formate da nove grandi serbatoi d'acqua comunicanti e capaci di far funzionare le terme.
Nasceva così una concezione nuova degli stabilimenti termali romani, che sarà poi mantenuta nelle Terme di Caracalla e di Diocleziano. I luoghi del bagno divenivano enormi spazi pubblici occupati anche da musei d'arte, biblioteche, auditori per la musica oltre che piscine e palestre.
Un modello architettonico e funzionale che non è stato raccolto dal mondo moderno per due motivi, uno strutturale e uno ideologico: il primo consiste nella mancanza di risorse idriche adeguate nella Roma pontificia, quando gli architetti rinascimentali raccolsero le eredità del mondo antico;
l'altro sicuramente nel rigetto di interesse per strutture promiscue, quali dovevano esser considerate le antiche terme. Le poderose fondazioni gettate da Apollodoro per costruire le Terme di Traiano affondano nelle sale della Domus Aurea, senza distruggerla.
È evidente che l'architetto arabo volle agire rispettando, almeno in parte, l'opera di Severo e Celere, architetti di Nerone, i cui spazi rimasero accessibili per chi volesse esaminarli, e così poterono ancora fare dopo oltre un millennio il Pinturicchio, Filippino Lippi, il Ghirlandaio, Giovanni da Udine e Raffaello, che si calavano con le torce nelle ‘grotte' del Monte Oppio.
Da repubblica.it - Estratti
Roma torna a stupire il mondo. E questa volta lo fa da sottoterra, restituendo alla luce una città che per quasi duemila anni è rimasta nascosta sotto uno dei monumenti più imponenti dell’antichità. L’apertura del Museo in cui è possibile ammirare la Città Dipinta e del Grande Mosaico negli ambienti sotterranei delle Terme di Traiano sul Colle Oppio, ha superato rapidamente i confini italiani.
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La notizia è stata ripresa dalle principali testate internazionali: dall’Associated Press al Washington Post, dal Times al Telegraph, dall’Independent ad ABC News, fino al Boston Globe e all’Irish Times. È soprattutto la scala della scoperta ad aver acceso l’attenzione dei media. Il New York Post ha scelto un titolo che contiene già tutto il fascino della storia: il mosaico romano più grande del mondo riportato alla luce dopo duemila anni, ma con una parte ancora sepolta.
Il Times ha parlato invece del "più grande di sempre” tra i mosaici murali romani, concentrandosi sulle dimensioni monumentali dell’opera: circa dieci metri per sedici. E soprattutto sul fatto che gli scavi non abbiano ancora restituito l’intera composizione. Il Washington Post, The Independent, ABC News e il Boston Globe hanno inserito la vicenda nel circuito della grande cronaca culturale internazionale: una scoperta rimasta per decenni sotto Roma e ora trasformata in un nuovo luogo accessibile al pubblico.
Il cuore più enigmatico della scoperta è la Città Dipinta. L’affresco raffigura dall’alto una città fortificata affacciata sul mare: mura, torri, porte, edifici, un teatro, statue dorate e spazi pubblici compongono una veduta urbana di straordinario dettaglio, con l’Associated Press cheha sottolineato proprio la qualità della conservazione della scena urbana.
basilica di santa prassede a roma
AUDITORIUM MECENATE
ADRIANO LA REGINA
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