BELLA ’STA BULLA! - ELISA VARDONI, 19ENNE CHE SFILA ALLE SELEZIONI DI MISS ITALIA, RACCONTA IL SUO PASSATO DA TEPPISTELLA TRA I BANCHI DELLE SCUOLE MEDIE: “AVEVO 13 ANNI E HO PICCHIATO TRE RAGAZZINE. I RAGAZZI DEL BRANCO MI INCITAVANO E RIPRENDEVANO CON IL TELEFONINO. HO CHIESTO SCUSA ALLE MIE VITTIME" - “DAI MIEI COMPAGNI DI CLASSE ERO SEMPRE STATA ESCLUSA PER VIA DEI GENITORI ALBANESI, NONOSTANTE IL MIO ACCENTO SIA TOSCANISSIMO. AVEVO ANCHE COMINCIATO A FUMARE DI NASCOSTO E A BERE ALCOLICI, PER SENTIRMI PIÙ GRANDE” - IL SOGNO NEL CASSETTO? "ENTRARE NELL’ACCADEMIA MILITARE E DIVENTARE PARACADUTISTA”
Estratto dall’articolo di Elvira Serra per il “Corriere della Sera”
«Sono stata una bulla. Avevo 13 anni e ho picchiato tre ragazzine, mentre i ragazzi del branco mi incitavano e riprendevano con il telefonino. Ma ho fatto un percorso con le psicologhe e con i servizi socialmente utili e ho chiesto scusa alle mie vittime. Miss Italia per me è una ripartenza».
È tranquilla mentre ce ne parla al telefono da casa Elisa Vardoni, della Nobile Contrada del Nicchio, nata a Siena 19 anni fa da genitori albanesi, Arnisa e Aldo. «Mia mamma ha una impresa di pulizie e babbo è occupato nei servizi ecologici», racconta. Il fratello Diego, invece, ha tre anni meno di lei.
Elisa è tra le concorrenti di Miss Italia che domani a Forte dei Marmi e il prossimo weekend a Castelfiorentino si giocheranno un posto tra le finaliste al concorso nazionale di bellezza più longevo di sempre. Studia all’Istituto Tecnico Sallustio Bandini e gioca a calcio nella squadra femminile del Siena Calcio, in Promozione. [...]
«Considero Miss Italia un momento di rinascita. Dopo le brutte azioni che ho commesso, è stato bello sentirmi parte di un gruppo, benvoluta dalle altre nonostante la mia storia». Che comincia quando aveva 13 anni. «Ero alle medie. Dai miei compagni di classe ero sempre stata esclusa per via dei genitori albanesi, nonostante il mio accento sia toscanissimo, come può sentire. Così, accettai di integrarmi in un gruppo di ragazzi e ragazze più grandi che, però, mi chiesero subito di fare cose contro la mia volontà».
Per esempio? «Un giorno hanno voluto che picchiassi una mia coetanea perché aveva dato della poco di buono a mia madre, aveva insultato me e il mio Paese di origine. In realtà erano loro ad avermi riferito così, ai tempi mi facevo manipolare facilmente. Ricordo la prima volta, tutti in cerchio intorno a me e alla vittima che gridavano “dài, dài, dài!”».
I bulli ripresero tutto con il telefonino e i video cominciarono a girare. «Picchiai altre due ragazze. Fu un periodo buio. Mi sentivo in colpa, sapevo che quello che facevo non era bello, eppure non riuscivo a confidarmi con nessun adulto.
Avevo anche cominciato a fumare di nascosto e a bere alcolici, per sentirmi più grande». I genitori notarono che il carattere era cambiato, senza riuscire ad approfondirne le ragioni. «Quando fumavo e bevevo, andavo a dormire dalla nonna paterna. In genere succedeva il sabato pomeriggio: uscivo alle quattro e rientravo alle nove».
Poi un giorno i poliziotti bussarono alla porta di casa, alle 6 del mattino. «Mia madre venne a svegliarmi e mi chiese subito cosa avessi fatto. Gli agenti in salotto mi dissero di consegnare il cellulare: per i due anni successivi non ne ho potuto avere uno. [...]
«Sognavo sempre le ragazzine che avevo picchiato». La famiglia ha fatto la sua parte. E sono state preziose le psicologhe Lisa e Tiziana. «Grazie a loro ho trovato la forza per chiedere scusa alle vittime, una l’ho ritrovata nella squadra di calcio dove gioco». [...]
Il suo sogno? «Entrare nell’Accademia militare e diventare paracadutista. È una passione che mi ha trasmesso mio nonno paterno: tutti, nella sua famiglia in Albania, sono stati militari». [...]
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