NON TROVATE LAVORO? COLPA VOSTRA, NON SAPETE PRESENTARE NEANCHE UN CURRICULUM: 1 SU 3 È SBAGLIATO - GLI ERRORI PIÙ COMUNI? TESTI LUNGHI, LINGUE MILLANTATE, SELFIE E MOLTI DIMENTICANO DI INSERIRE ANCHE I DATI DI CONTATTO

Corrado Zunino per “la Repubblica

 

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I selezionatori sono cattivi, ma i neolaureati che aspirano a un lavoro sanno farsi male da soli. Uno su tre presenta un curriculum vitae, su carta o digitato in una piattaforma aziendale, cronologicamente sballato. Difficile comprendere il percorso scolastico del neolaureato, individuare il momento in cui ha fatto esperienze formative extra: master, stage. Difficile comprendere, pure, se un viaggio all’estero sia il qualificante Erasmus o una gita universitaria.

 

Lo hanno riferito trenta aziende — tra cui diverse multinazionali, c’era la Apple, c’erano Toyota, Cameo, H&M, L’Oréal, poi Calzedonia, Luxottica, il gruppo Coin — al settore replacement dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, che è l’ufficio che si occupa di orientare i neolaureati verso il primo colloquio e il primo impiego.

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Il 28 per cento dei cacciatori rivela, infatti, che nei “cv” dei nostri ventiseienni ci sono «date discordanti». Molti dimenticano di inserire i dati di contatto: la mail, il numero di telefono. Il luogo di nascita e la residenza. Il 18 per cento dei selezionatori di fronte a queste dimenticanze mette il curriculum nel tritacarte.

 

Un selezionatore ogni sette segnala, ancora, che nel foglio che dovrebbe dischiudere un lavoro a un giovane non c’è l’indicazione del diploma, né il voto di laurea. A volte si preferisce nasconderlo, un datore di lavoro lo considera un segnale negativo.

 

L’incontro al “Career day” di Ca’ Foscari con le aziende operanti in Italia è diventato una lezione di buon curriculum vitae, atto fondamentale — certo non unico — per trovare l’impiego. Si scopre che i nostri candidati, una minoranza però larga e rumorosa, mettono foto inappropriate, anche estive, scattate in spiaggia e al pub. Sono prolissi, ridondanti e caotici. Hanno sovrastima di sé e non si capisce se è arroganza o tensione all’automarketing.

 

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«Al primo colloquio il falso profilo crolla subito», spiega Barbara Benedetti, coordinatrice del placement in Ca’ Foscari. Già, troppi scivolano sull’inglese. Scrivono “fluente” e quando — accadde in un famoso colloquio di lavoro in Telecom, anni fa — il recruiter dice «Have a sit», ovvero «Si sieda», l’aspirante resta in piedi guardando lontano. «Il novanta per cento dei selezionatori verifica il livello della lingua, chi non la conosce come ha dichiarato è bruciato».

 

E chi spedisce un curriculum in lingua straniera, inglese innanzitutto, è necessario, primo, che si assicuri che sia corretto dall’attacco alla chiusa e, secondo, deve sapere che le aziende da un dipendente che parla e scrive in lingua straniera si attendono che possa andare a lavorare all’estero. Molti al primo colloquio impallidiscono: «Preferirei restare in Italia...».

 

DISOCCUPAZIONE GIOVANILE DISOCCUPAZIONE GIOVANILE

Le trenta compagnie contattate dall’università veneziana ricevono tra le venti e le cinquanta candidature a settimana. Sono cinquantamila curriculum l’anno, buona base statistica. Otto su dieci vanno subito alla sintesi del profilo e alla descrizione degli obiettivi professionali: bisogna indicare presto le competenze da offrire, provare a metterle in sincrono con il ruolo ricercato dalle aziende.

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Il 71 per cento delle “company” ritiene un’indicazione sovrastimata dei ruoli ricoperti un elemento che compromette l’esito della candidatura. «Non puoi fare tre mesi di stage in azienda e qualificarti come responsabile del marketing», spiega la Benedetti, «purtroppo accade». I recruiter sono falchi addestrati a cogliere l’autovalutazione gonfiata.

 

La novità al tempo dei social è che metà dei selezionatori va a controllare Facebook, Twitter, soprattutto LinkedIn, ed è tra i post e i commenti che inizia a valutare il candidato. C’è un mito da sfatare, poi. Il modello cronologico, il racconto di sé, è preferito da un terzo rispetto al curriculum Europass, quello preordinato e da completare (“informazioni personali”, “posto per il quale si concorre”).

 

Non è sepolto, insomma. Una buona esposizione indica una conoscenza dell’italiano e una predisposizione al ragionamento. Una veste grafica personalizzata, infine, non solo aiuta la presentazione, ma dimostra che chi si presenta sa utilizzare le tecnologie.

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