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BRIGATISTI DA ESPORTAZIONE – ESPONENTI DEL MONDO ANTAGONISTA ITALIANO COMBATTONO IN UCRAINA PER I FILORUSSI CONTRO KIEV - SLOGAN COMUNISTI E ARMI SOVIETICHE, GLI OCCIDENTALI “IMPARANO TECNICHE MILITARI DA ESPORTARE NEL LORO PAESE” - PER LA LEGGE ITALIANA SONO TERRORISTI

Giacomo Amadori per "Libero Quotidiano"

 

UCRAINA COMBATTENTIUCRAINA COMBATTENTI

Non c' è solo il terrorismo di matrice islamica a preoccupare gli inquirenti italiani. Per esempio il gruppo antiterrorismo della procura di Roma guidato da Giancarlo Capaldo non ha mai smesso di tenere sotto controllo la minaccia interna del brigatismo rosso. Anche nella sua versione da esportazione. La Digos di Roma in gran segreto sta monitorando da mesi diversi foreign fighters italiani che stanno combattendo sul confine Orientale dell' Ucraina e in particolare a difesa delle neonate repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk nella regione del Donbass.

 

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Un' enclave socialista staccatasi dall' Ucraina filo-occidentale con l' aiuto della confinante Russia. Diversi estremisti italiani sono partiti per combattere nella cosiddetta Brigata fantasma del "commissario" (generale faceva poco sovietico) Alexey Markov, il cui motto è: «L' arrivo del Comunismo è inevitabile come il sorgere del Sole». Prima si sono arruolati nell' Unità 404 dei "comunisti combattenti" e da ottobre anche nell' Interunit, il gruppo internazionalista (all' inizio erano solo sette soldati) che conta tra le proprie fila italiani, spagnoli, serbi, statunitensi e israeliani.

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Studiando le mosse dei nostri "rivoluzionari" la procura, una decina di mesi fa, ha aperto un fascicolo con 4-5 indagati per l' articolo 270 bis del codice penale (associazione con finalità di terrorismo anche internazionale), oltre che per il 270 quater, quello che dal 2015 punisce pesantemente i foreign fighters e per detenzione e porto d' armi abusivi. Gli indagati hanno un' età media di trent' anni, sono uomini e provengono da diverse regioni italiane.

 

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Il profilo ideologico è quello marxista-leninista e il concetto della lotta armata come strumento di battaglia politica è il minimo comun denominatore del gruppo. La Digos di Roma ha effettuato intercettazioni telefoniche e telematiche che hanno permesso di esaminare preoccupanti scambi di informazioni tra i combattenti "ucraini" e i loro compagni italiani, quelli che gli investigatori nei colloqui riservati definiscono «brigatisti», nonostante che per età e curriculum non appartengano alla vecchia guardia dell' estremismo rosso. Le email partite dall' Ucraina contengono veri e propri expertise sulle armi da parte di chi le usa in combattimento. Una specie di manuale per la guerriglia scritto da chi la sta facendo per chi, al momento, si limita a sognarla davanti al computer.

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Gli investigatori stanno indagando non solo su arruolati ed eventuali arruolatori, ma pure sui loro legami con il ribollente mondo dell' antagonismo di casa nostra che sostiene i suoi eroi con collette, carovane antifasciste, concerti e manifestazioni sulla rotta Roma-Donbass. Non sfuggono all' attenzione degli inquirenti nemmeno i contatti tra foreign fighters e personaggi con precedenti specifici per reati contro l' ordine pubblico.

DAVIDE ROSCI UCRAINADAVIDE ROSCI UCRAINA

 

Per esempio il trentatreenne teramano Davide Rosci, leader di Azione antifascista, condannato a 6 anni per i disordini di Roma dell' ottobre del 2011 e per un cumulo di altre pene, dal carcere scriveva così ai compagni della Brigata fantasma: «Un saluto a pugno chiuso agli eroici combattenti del battaglione "Priznak" dell' unità 404 e a tutti i partigiani della Novorossiya insorti contro il governo filo-nazista ucraino».

 

Il congedo è in climax ascendente: «La vostra resistenza è un esempio per tutti noi comunisti! Fino alla vittoria! Fino alla libertà! Morte al fascismo, libertà ai popoli!». Per tutta risposta, il compagno "Bozambo", nome di battaglia del veneziano Edy Ongaro, si è fatto fotografare con un cartello con scritto: «Davide resisti».

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Questi gli scambi ufficiali. Ma evidentemente, sottotraccia, scorrono comunicazioni più allarmanti. Che però sono ancora protette dal segreto investigativo. Per quanto risulta a Libero nel fascicolo della procura di Roma c' è traccia dell' intervista rilasciata sul Web dal misterioso combattente Ivan, uno dei guerriglieri italiani più restii a rendere pubblica la propria identità, tanto che nelle foto il suo volto è sempre coperto da un passamontagna.

 

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Il giornalista, un certo Alexander Chalenko, lo interroga: «Per quanto ne so, lei è un comunista. Che cosa ha fatto in Italia, prima di venire in Donbass?». La risposta è evasiva: «Non posso dirlo per motivi di sicurezza, ma posso dire che sono un militante comunista«. Chalenko a un certo punto pone una domanda che ha molto incuriosito la Digos: «Cosa ne pensa delle Brigate Rosse? Possiamo dire che la sinistra europea sta facendo addestramento militare in Alchevsk di modo che saranno poi in grado di utilizzare queste capacità in Europa o nei loro rispettivi paesi, se necessario?».

 

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Alexander sembra mettere per iscritto i timori degli inquirenti e non si capisce bene perché lo faccia. Forse conosce i precedenti dell' interlocutore? Comunque l' intervistato si mantiene vago: «Loro, le Brigate Rosse, non sono con noi, anche perché probabilmente la polizia li arresterebbe appena entrati negli aeroporti italiani. Il nostro compagno spagnolo ad esempio voleva imparare tecniche militari da "esportare" nel suo paese. Naturalmente acquisire una certa esperienza militare è una buona idea, ma per me, ora, il compito principale è quello di lavorare qui: sono un idealista, ma anche persona pratica».

 

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A febbraio dell' anno scorso otto giovani iberici sono stati arrestati nel loro Paese con l' accusa di essere dei foreign fighters, nella cosiddetta operazione "Danko", ma a novembre sono stati liberati non essendo dimostrata la loro partecipazione a scontri armati al fianco delle milizie filorusse. E gli italiani? Militano gomito a gomito con gli spagnoli e molti di loro, come ha assicurato Ivan, preferiscono «rimanere sotto copertura».

 

Quanti sono? Non è dato saperlo. Però, dopo quello iberico, dovrebbero essere il contingente europeo più numeroso e negli ultimi mesi operano nella zona di Lugansk. L' anarchico Ludwig su Internet si definisce un «fuciliere d' assalto» e, a suo modo, rivolge una chiamata alle armi ai «compagni italiani»: «Stare a casa a impazzire sui social network, terribile, non credete?».

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Anche Nemo, «combattente comunista» della Interunit non ha un volto: «Io sono una persona normale che faceva una vita normale. Mi sono unito alla Resistenza perché sono un antifascista: non potevo stare seduto a casa a guardare il ritorno dei nazisti in Europa» ha spiegato in un' intervista di qualche settimana fa. Dove ha descritto il suo lavoro: «La mia giornata in questo preciso momento non è molto intensa. I bombardamenti sono rari e non ci sono grandi battaglie, ma soltanto alcuni combattimenti tra piccoli gruppi. Quindi, per ora, la nostra attività principale consiste nel pattugliare e proteggere questa terra. Lavoriamo più di 15 ore al giorno per le attività politiche e militari».

 

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In quale parte dell' Ucraina opera l' Interunit e quali attività militari deve portare avanti? «Operiamo nella Repubblica popolare di Lugansk in uno dei punti più caldi del fronte.

Non posso dire altro», è stata la replica. I foreign fighters italiani utilizzano vecchie armi di epoca sovietica, «ma ancora perfettamente funzionanti» e hanno ricevuto in dono da alcune associazioni locali preziose «uniformi invernali»: «Qui non abbiamo bisogno di denaro, la nostra Brigata ci fornisce tutto di cui abbiamo bisogno» ha trillato Nemo, con il tono dell' imbonitore.

 

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Nella Brigata fantasma ci sono pure italiani che non si travisano, come il già citato Ongaro, muratore ferocemente antileghista (sul sito di Libero è possibile ascoltare il Bozambo pensiero), soprannominato anche «food and kalashnikov», o il bresciano "Spartaco", già filoserbo nella guerra nell' ex Jugoslavia. Su Youtube, con il petto addobbato di medaglie, ha proclamato: «Quando finisce la guerra resterò qua e in Italia tornerò solo a trovare la famiglia…».

 

Poi un sospiro: «Sempre se potrò farlo, perché probabilmente sono considerato un terrorista anche là ormai…». È chiaro che gli italiani che combattono e uccidono in Ucraina sanno bene che la nostra giustizia non li considera né partigiani, né eroi, ma semplicemente criminali.

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