DELITTO O SOFFRITTO? - IL DNA POTREBBE NON BASTARE PER INCHIODARE BOSSETTI: MANCANO ARMA E MOVENTE - E I TABULATI TELEFONICI NON PROVANO CHE L’UOMO SI TROVASSE A CONTATTO CON YARA

Stefano Filippi per “il Giornale”

massimo giuseppe bossetti il presunto killer di yara gambirasiomassimo giuseppe bossetti il presunto killer di yara gambirasio


Più che il 99 e rotti per cento sulla compatibilità del Dna, l’unica vera certezza nelle indagin­i sull’uccisione di Yara Gam­birasio è che siamo di nuovo al­l’inizio dell’inchiesta. Se non c’è dubbio sul Dna, restano tut­tavia moltissimi elementi da chiarire: mancano il movente, l’arma del delitto, una ricostru­zione di quei tragici fatti. Il qua­dro investigativo è una tela bian­ca. E anche gli elementi-chiave in mano agli inquirenti contro Massimo Giuseppe Bossetti, il 43enne muratore di Mapello in carcere da lunedì per l’omici­dio, presentano rovesci della medaglia che la difesa dell’inda­gato potrebbe volgere a proprio favore. 

bossetti arrestato per l omicidio di yara gambirasiobossetti arrestato per l omicidio di yara gambirasio


Il Dna 
Gli investigatori ne sono certi: il Dna di «Ignoto 1» è quello di Massimo Giuseppe Bossetti. Esiste una piena compatibilità di 21 marcatori quando, nelle in­dagini di genetica forense, ne vengono considerati sufficienti 16/17. Il Dna è un semplice indi­zio o una prova? La questione non è chiara. Perché il materiale biologico di Bossetti si trovava su leggings e slip di Yara? L’uo­mo non se lo spiega.

 

Ma la difesa potrebbe eccepire su altro. Le tracce da analizzare dovrebbe­ro essere prelevate in un am­biente non contaminato, men­tre il corpo di Yara è rimasto al­l’aperto nel campo di Chignolo d’Isola per tre mesi. E da quale li­quido organico è stato estratto il Dna? Mistero. Esclusi sperma, saliva e sudore, si ritiene si tratti di sangue soltanto per deduzione. La natura del materiale bio­logico esaminato non si cono­sce e non si conoscerà mai, per­ché le tracce di Dna erano tal­mente microscopiche da esser­si esaurite. E così non si potran­no effettuare altre verifiche, nep­pure in sede processuale. 

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La polvere di calce 

Negli indumenti e nei polmo­ni di Yara sono state ritrovate «polveri riconducibili a calce», materiale largamente usato nel­l’edilizia. Secondo gli investiga­tori sarebbe escluso che la ragaz­za le abbia inalate a casa, in pale­stra, in piscina o nel campo do­ve è morta. Bossetti fa il murato­re, dunque maneggia abitual­mente sacchi di calce. Ma an­che il papà di Yara lavora, come geometra, nel campo dell’edili­zia. 


I tabulati telefonici 
Il telefonino di Yara (che non è stato ritrovato) riceve l’ultimo sms da un’amica alle 18,49. Un’ora prima,alle 17,45 il telefo­nino di Bossetti è agganciato al­la stessa cella di via Natta a Ma­pello: il muratore parla con il co­gnato. Poi l’apparecchio si spe­gne fino alle 7,44 del giorno do­po: Bossetti dice che era scarico.

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Ciò tuttavia non prova che l’uo­mo si trovasse a contatto con Yara, perché la cella cui sono ag­ganciati i due telefonini copre sia la zona della palestra di Brembate sia la casa di Bossetti a Piana di Mapello, a 7 chilome­tri di distanza. E il telefonino di Bossetti non aggancia l’area di Chignolo d’Isola dove è stato ri­trovato il corpo. Ma se il telefoni­no di B­ossetti si trovava nei pres­si di quello di Yara, come mai gli investigatori non hanno convo­cato Bossetti quando hanno condotto il massiccio «scree­ning » sul Dna di 18mila berga­maschi? 


La presenza a Brembate 
Secondo vari negozianti Bos­setti si recava spesso a Bremba­te ed era loro cliente: l’hanno te­stimoniato, tra gli altri, un bari­sta e la titolare del centro esteti­co dove l’uomo si abbronzava. Il fratellino di Yara ha racconta­to che lei era pedinata da un uo­mo «che aveva la barbettina ap­pena tagliata e una macchina grigia lunga».

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Ma Brembate era meta frequente di Bossetti: ha abitato in paese fino al matrimo­nio e lì risiedono il fratello Fabio e vari amici. Non c’è traccia di frequentazione con la famiglia di Yara ed è escluso che Bossetti frequentasse la stessa palestra. La testimonianza del fratellino è contraddittoria, perché egli ha anche riferito che il pedinatore era «cicciottello» e non ha rico­nosciuto Bossetti quando gli so­no state mostrate le foto. 

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