MA DUBAI SE IL PETROLIO NON CE L’HAI? L’USCITA DEGLI EMIRATI ARABI DALL’OPEC, SVENTOLATA DAGLI AMERICANI NEO-CON COME UNA SVOLTA PER DISINNESCARE IL CONTROLLO DI IRAN, RUSSIA E ARABIA SAUDITA SUL MERCATO DEL GREGGIO, È AMPIAMENTE SOPRAVVALUTATA – ABU DHABI POTRÀ ARRIVARE A ESTRARRE 4,5 MILIONI DI BARILI AL GIORNO, MA NON BASTANO A COMPENSARE I 10 CHE MANCANO PER IL BLOCCO DELLO STRETTO DI HORMUZ. SECONDO PROBLEMA: È FINITA LA PAX TRA I PAESI DEL GOLFO. I SAUDITI, PRINCIPALI PRODUTTORI DELL’OPEC, MEDITANO DI SUPPORTARE TENDENZE SEPARATISTE NELL’EMIRATO DI FUJERIRAH, DOVE SBOCCA UN OLEODOTTO CHE AGGIRA HORMUZ…
Estratto dell’articolo di Giordano Stabile per "La Stampa"
TENSIONE NELL OPEC - MERCATO MONDIALE DEL PETROLIO
Il potere dell'Opec e i petrodollari nascono entrambi da una doppia crisi.
La guerra arabo-israeliana del 1973, con l'Arabia Saudita che decide l'embargo sulle esportazioni di greggio per mettere pressione sull'Occidente.
La crisi finanziaria americana, con lo sganciamento del dollaro dall'oro, […] e la necessità di trovare un nuovo equilibrio monetario.
Il colpo di genio dell'Amministrazione Nixon, […] è legare il dollaro ai barili del Golfo. Risolve due problemi in una singola mossa. Tutti i Paesi sono obbligati a procurarsi la moneta americana per acquistare il petrolio dai sauditi e dai loro satelliti. […]
Il surplus viene usato per acquistare titoli di Stato americano, e ciò permette a Washington di coprire deficit interni ed esterni senza problemi. [...]
L'equilibrio ha retto con molti scossoni, […] ma non ha retto ai sommovimenti degli ultimi anni. Le guerre in Afghanistan e Iraq hanno mostrato i limiti del controllo militare americano nella regione. Subito ne ha approfittato l'Iran. L'eliminazione di Saddam Hussein ha permesso ai Pasdaran di prendersi, se non tutto, i due terzi dell'Iraq. E questo ha aperto la strada a un'asse sciita sempre più minaccioso per Gerusalemme.
I Paesi del Golfo hanno cominciato a nutrire dubbi sull'affidabilità americana e si sono guardati intorno.
E cioè a Mosca e a Pechino. Nel 2016 nasce l'Opec+, con l'ingresso di altri 10 Paesi, ma soprattutto della Russia. Nel 2017 la Cina firma i primi acquisti di petrolio in yuan.
È un aggiramento del sistema dei petrodollari studiato in particolare per Paesi sotto sanzioni, come la stessa Russia e l'Iran. Ma anche una sfida all'egemonia finanziaria americana.
La guerra del 28 febbraio ha accelerato il processo di ristrutturazione. Già durante la prima Amministrazione Trump, Usa e Israele avevano immaginato un reset del Medio Oriente con la creazione di un'alleanza Stato ebraico-Golfo, incardinata sugli Accordi di Abramo. Ma alla fine solo gli Emirati, e il minuscolo Bahrein, avevano firmato.
donald trump - stretto di hormuz
Il conflitto scoppiato dopo il 7 ottobre ha affossato ogni speranza di adesione dell'Arabia Saudita.
Benjamin Netanyahu e Donald Trump hanno allora optato per una prova di forza militare, per piegare l'Iran e convincere gli altri Stati arabi e musulmani che quella era l'unica strada. Ma dopo due mesi la situazione è ancora più ingarbugliata. Assistiamo a un doppio blocco energetico.
Il Pentagono impedisce alle navi iraniane di lasciare i loro porti ed esportare il loro greggio. Ma i Pasdaran impediscono a tutte le altre petroliere, tranne quelle dirette in Cina e pochi altri Paesi, di fare altrettanto. Stiamo tornando al 1973. Siamo di fronte alla necessità di risolvere una crisi energetica e al contempo di risistemare gli equilibri globali.
donald trump - stretto doi hormuz
I neocon contemporanei sono convinti che l'uscita degli Emirati dall'Opec è l'equivalente della mossa di Nixon del 1974. L'analista Patrick Wood ha tracciato un quadro trionfale, con il greggio emiratino che inonderà i mercati a scapito di Mosca, Riad, Pechino, preludio di un corridoio Imec, dall'India all'Europa, con il porto israeliano di Haifa come perno.
E una criptovaluta legata alla trumpiana World Liberty Financial, che sostituirà e privatizzerà il sistema dei petrodollari. Il trionfalismo neocon sottovaluta però alcuni limiti. Primo. Gli Emirati producono 3,5 milioni di barili, possono arrivare a 4,5, in un mercato che perde 10-12 milioni di barili al giorno per il blocco iraniano. E se la quota mondiate di produzione dell'Opec, amputata, è scesa a circa il 40 per cento, bisogna aggiungerci la Russia e altri Opec+.
Secondo. L'Arabia Saudita è furiosa. Non è stata avvertita, come ha confermato il ministro dell'Energia emiratino, Suhail Mohamed al-Mazrouei. La guerra strisciante tra Riad e Abu Dhabi è sempre più esplicita. I sauditi guardano con favore alle tendenze separatiste dell'Emirato di Fujeirah, strategico, perché lì sbocca l'oleodotto che aggira Hormuz. Uno scontro aperto farebbe saltare l'intero piano Trump-Netanyahu.


