LA DURA “VERITAS” SUL VINO ITALIANO: ESSERE I PRIMI PRODUTTORI DI VINO AL MONDO È UNA FREGATURA! – LO CONFERMANO I VIGNAIOLI, CHE HANNO IN CANTINA MIGLIAIA DI BOTTIGLIE INVENDUTE - IL SETTORE DEL VINO ITALIANO È IN CRISI PERCHÉ SI PRODUCE TROPPO RISPETTO A QUANTO SI RIESCE A PIAZZARE SUL MERCATO: I CONSUMI SONO IN CALO, SOPRATTUTTO TRA I GIOVANI, LE SCORTE AUMENTANO E L’EXPORT NON BASTA PIÙ A COMPENSARE, PERCHÉ I MERCATI ESTERI SONO SATURI E LA CONCORRENZA È FORTE – LA "SOLUZIONE" FRANCESE: MENO VIGNETI, MA VINI DI QUALITÀ SUPERIORE…
Estratto da “La rivoluzione dopodomani”, di Francesco Maselli (NR edizioni)
FRANCESCO MASELLI - LA RIVOLUZIONE DOPODOMANI
In Italia abbiamo una certa propensione a celebrare i primati mondiali, spesso condita da retorica e fanfare. Ma non sempre essere i numeri uno porta benefici. Lamberto Frescobaldi, presidente dell'Unione Italiana Vini, lo dice chiaramente, commentando la crisi di vendite: "Facciamola finita con questa storia del primato produttivo dell'Italia nel vino. La leadership produttiva non è un primato, è una iattura".
Le sue parole incrinano la narrazione trionfalistica, soprattutto da parte della politica, che accompagna il settore e impongono una domanda più scomoda: ha ancora senso produrre così tanto vino?
Il mondo del vino italiano, e anche quello mondiale, attraversa un periodo di profondo cambiamento. In primo luogo, i consumi sono in calo da anni, un vero e proprio stravolgimento culturale, prima ancora che industriale: infatti, dall'Unità d'Italia fino agli anni Settanta, la quantità di vino consumata in Italia è stata piuttosto stabile, intorno ai 100 litri pro capite ogni anno; oggi, invece, gli italiani ne bevono circa 37 litri l'anno, come i francesi.
Ma è un calo che riguarda tutto il mondo occidentale.
E il problema non è solo la quantità, ma anche il profilo di chi consuma. Una ricerca dell’Osservatorio italiano del vino, basata sui dati di otto paesi, mostra come la curva demografica stia riscrivendo le regole del gioco. Negli anni Novanta, over 65 e under 25 erano in equilibrio; oggi, i primi rappresentano il 30 per cento dei consumatori, i secondi solo il 13.
[…] Anche la produzione mondiale è in calo: nel 2024 si sono registrati 225 milioni di ettolitri, il 12 per cento in meno rispetto alla media 2019-2023, quando invece i volumi crescevano. Ma il taglio dell'offerta è stato più lento rispetto al calo della domanda, in atto da tempo.
Uno squilibrio che colpisce i principali produttori: secondo lo studio dell'Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino, nel 2024 l'Italia ha prodotto il 19,5 per cento del vino mondiale, davanti a Francia (16 per cento) e Spagna (13,7 per cento).
"Abbiamo sempre celebrato il fatto di essere il primo produttore di vino per quantità", racconta Jacopo Cossater, giornalista e profondo conoscitore del settore, "ma non è sinonimo di produzione di valore. I francesi sono primi per valore, e con
distacco".
Il calo dei consumi, osserva, ha cause sfaccettate: "I giovani bevono meno, e la generazione che ha trainato i consumi, quella dei baby boomer, sta smettendo di bere; c'è più sensibilità sull'alcol, più attenzione all'alimentazione. E poi ci sono le alternative: gli hard seltzer, il mondo delle bevande analcoliche evolute, la birra. A ciò si aggiunge l'inflazione post pandemica".
In breve: il vino non si vende più come prima. Secondo le stime di diversi produttori, si rischia di avere in magazzino oltre l'equivalente di un'intera annata: la produzione 2025 si è attestata a 44 milioni di ettolitri, stabile rispetto al 2024 e coerente con un'annata definita "scarsa". Il dato che preoccupa, però, è la dinamica delle scorte: nelle cantine italiane risultano 61 milioni di ettolitri di vino, in aumento del 6 per cento rispetto all'anno precedente.
Non è solo un problema di giacenze, ma di un equilibrio saltato tra produzione e capacità di assorbimento del mercato. "Ormai riceviamo regolarmente chiamate da produttori che ci chiedono di aiutarli a smaltire il vino invenduto", racconta Luca Cuzziol, distributore
attivo a livello internazionale. "Ma questo eccesso di offerta non è un incidente: è il frutto di una crescita disordinata, spesso scollegata dalla domanda reale, senza alcuna programmazione".
[…] Come si fa dunque a controllare meglio la produzione ed evitare la crisi che tutti paventano? Una possibile strada - comune a molti settori produttivi italiani - è puntare sull'export e competere nei mercati internazionali. Ma quanto è realistico pensare che il mercato estero possa assorbire l'eccedenza?
Per Cuzziol non è una strada percorribile da tutti: "Troppe aziende nascono senza una vera struttura e intendono il vino come un di più. Non è semplice andare sui mercati esteri. Senza contare che molti non hanno la dimensione necessaria. Il settore è molto frammentato".
Oltre ai limiti strutturali di molte aziende italiane, c'è un altro ostacolo: l'estero si sta saturando. Non siamo gli unici a cercare rifugio nell'export per compensare il calo della domanda interna.
"Tutti vogliono esportare, ma non si può. Ed è ulteriormente complicato dalla questione geopolitica", osserva Carlo De Biasi, direttore generale di San Felice, azienda toscana da un milione di bottiglie con vigneti in Chianti, a Bolgheri e a Montalcino. Spingere verso i mercati esteri non è affatto semplice, anche perché i produttori francesi restano, per tradi zione, posizionamento e forza commerciale, più attrattivi degli italiani.
Il problema si amplifica se si guarda agli Stati Uniti, che da soli rappresentano il 15 per cento del consumo mondiale di vino. In America si beve meno, e il vino ha perso centralità nelle abitudini quotidiane anche perché, come spiega Cossater, "ha sempre più concorrenza: la birra ha retto meglio di fronte all'inflazione, ma anche quelli che potremmo definire dei rivali, anche se più improbabili, come la marijuana legale o perfino l'Ozempic, il farmaco contro il diabete che sopprime l'appetito e, di riflesso, anche il desiderio di bere".
Queste difficoltà si sommano all'instabilità legata ai dazi introdotti da Donald Trump, che disorienta gli operatori e ostacola ogni pianificazione; al cambio euro-dollaro, sfavorevole per chi vende in dollari e si trova con margini erosi; e, infine, alla saturazione di un mercato ormai maturo.
"Per noi gli Stati Uniti sono, insieme all'Italia, il mercato più importante, e sappiamo bene che la domanda in entrambi è in calo. Per ora abbiamo deciso di tenere invariati i volumi delle esportazioni; ma una cosa è esportare, un'altra è vendere", prosegue De Biasi.
Abbandonare una posizione costruita in cinquant'anni, specie per i vini toscani - i più apprezzati oltreoceano - significherebbe perdere terreno difficilmente recuperabile, i produttori quindi tengono duro, e scaffali.
[…]
È anche per questo che, di fronte a un mercato interno stagnante e uno estero sempre più incerto, qualcuno guarda a soluzioni più radicali. Una di queste è l'espianto, naturalmente sussidiato dallo Stato e dall'Unione europea: pagare i produttori perché rinuncino a coltivare una parte dei vigneti, riducendo così strutturalmente il potenziale produttivo.
È la strada scelta in Francia, dove l'eccesso di offerta è stato affrontato così, e il governo ha lanciato un grande piano nazionale per ridurre la superficie vitata. A Bordeaux, una delle principali zone vitivinicole del paese, sono stati espiantati oltre 8.000 ettari solo nel 2024.
Il vigneto si è ridotto di oltre 30.000 ettari rispetto all'inizio degli anni Duemila e la produzione attuale è la metà rispetto al 1990. Per avere un termine di paragone: si tratta di una superficie equivalente a quella del Prosecco, il vino italiano più esportato al mondo. "I francesi sono pragmatici", osserva Cuzziol.
"Quando si sono trovati con un eccesso di produzione, hanno espiantato. In Italia dubito che si arriverà a questo, ma il problema resta: dobbiamo puntare con più convinzione sulla qualità, e smettere di pensare che basti andare all'estero con l'idea che costiamo meno"
Non tutti, però, condividono questa visione. De Biasi invita a guardare più in là: "Il punto è avere un orizzonte di medio-lungo periodo. Ognuno ha strategie diverse: la Francia ha scelto l'espianto, ma non è detto che funzioni anche da noi. In azienda abbiamo quasi 200 ettari e vendiamo tutto quello che produciamo. Il patrimonio viticolo è fondamentale: senza, non guadagniamo. Non credo sia un'idea sostenibile portare avanti un piano nazionale per ridurre i vigneti"
E poi c'è la questione immobiliare. In un contesto di svalutazione diffusa nelle aree lontane dalle grandi città, una vigna mantiene o rafforza il valore del fondo agricolo. I vignaioli, per questo, sono restii a espiantare. Ma c'è anche un altro elemento, meno economico e più territoriale: in molte zone collinari, dove lo spopolamento avanza da decenni, la presenza di vigneti svolge un'importante funzione ambientale. "È vero, la vite è una monocoltura intensiva. Ma è comunque una coltura che richiede presenza, manutenzione, presidio umano. Se togli anche quella, rischi l'abbandono del territorio, e l'abbandono in collina significa dissesto idrogeologico, frane, degrado", analizza Babini.
Un'altra strada, meno drastica rispetto all'espianto, è quella della "vendemmia verde", una pratica agricola che consiste nell'eliminare parte dei grappoli ancora acerbi, prima della maturazione. […]
[…] Angelo Peretti, direttore di Internet Gourmet, rovescia una parte del dibattito corrente:
"Oggi l'industria dice che c'è troppo vino. Ma chi chiedeva più uva per competere sul prezzo negli anni passati? L'industria stessa. L'aumento dei vigneti è stato causato da quella domanda, ed è stata l'industria a beneficiarne. Allora oggi dovrebbe dire quanto è disposta ad assorbire dei maggiori costi. Non può semplicemente dire 'espiantiamo i vigneti' e lasciare tutto sulle spalle dei viticoltori"
Una quarta strada, più strutturale ma anche più lenta, è ridisegnare i meccanismi attraverso una revisione dei disciplinari, quell'insieme di norme che ne regolano la produzione. Non solo i disciplinari delle Denominazioni d'Origine, ma anche quelli del vino generico, dove si annidano le rese più alte e meno controllate. "Avere tanti ettari vitati non è di per sé un problema", dice ancora Babini. "Ma bisogna assumersi la responsabilità di ciò che questo comporta. Una parte della soluzione sta nella gestione delle rese per migliorare la qualità generale, e questo può passare proprio dalla ridefinizione dei disciplinari. Così facendo, peraltro, si ridurrebbe automaticamente una parte del vigneto, perché eviteremmo un'inflazione di uva dove non c'è una vera vocazione viticola".
Puntare sulla qualità è un mantra spesso abusato in Italla, ma nel caso del vino assume un significato più concreto e necessario. In un'economia globale dove il paese è quasi sempre un attore di piccola scala, la viticoltura rappresenta un'eccezione: un settore in cui l'Italia è ancora grande, per volumi, reputazione e radicamento territoriale. E proprio questa anomalia a rendere più delicata la transizione in corso.
Perché se il mercato non è più in grado di assorbire automaticamente tutto ciò che viene prodotto, allora il nodo non è soltanto quante bottiglie fare, ma quali vini saranno ancora in grado di difendere il proprio valore in un contesto più competitivo, più frammentato e più selettivo. L'alternativa, altrimenti, è lasciare che sia il mercato a imporre da solo la correzione, con tutta la sua brutalità. […]








