egemonia senza cultura di andrea minuz giorgia meloni alessandro giuli antonio gramsci

“E’ TEMPO DI UNA NUOVA EGEMONIA” – NEL LIBRO DI ANDREA MINUZ SI IRONIZZA SULLA BATTAGLIA DELLA DESTRA CHE PROCLAMA L’EGEMONIA PER DECRETO, “CALATA DALL’ALTO, INFILATA NELLA FINANZIARIA, ANZICHÉ SEDIMENTATA NELLA STORIA E NEI CONGEGNI DELLE IDEE, NEL LINGUAGGIO, NEI MITI CULTURALI.  MA NON C’È NEANCHE BISOGNO DI LEGGERE GRAMSCI PER SAPERE CHE UNA QUALCHE EGEMONIA CULTURALE SI ORCHESTRA PRIMA DELLA CONQUISTA DEL POTERE, NON DOPO, DI SICURO MAI DURANTE E DI CERTO NON ANNUNCIANDOLA AL TG1”

 

 

 

Estratto da “Egemonia senza cultura”, di Andrea Minuz (Silvio Berlusconi editore) 

https://www.amazon.it/Egemonia-culturale-Andrea-Minuz/dp/B0DSYBPF17 

 

Egemonia senza cultura DI ANDREA MINUZ

[…] Mi domando se tutto questo fantasioso attaccamento all’egemonia culturale non tradisca anche una certa nostalgia per l’autorità. Il languore per quel grande passato mitico, quando la cultura era davvero cultura.  

 

Quel tempo che forse non è mai esistito se non nella nostra fantasia. Una cultura alta e venerata oggi sparita. Una cultura maestosa, severa, organica, controllabile, certo più chiusa e sorvegliata da pochi magistrati del Gusto.  

 

Bei tempi! È  la nostalgia di un mondo dove la gente leggeva veri libri e guardava film bellissimi e non viaggiava low-cost. Mica il blob, mica il caos, mica il magma sottoculturale e incontrollabile di oggi: senza autorità centrale, senza piramide culturale, senza «canone occidentale», senza niente di niente.  

 

In effetti può essere terrificante. È un po’ come ritrovarsi all’improvviso in un supermercato gigantesco con diecimila tipi diversi di merendine, e soprattutto molte marche scadenti, dopo essere cresciuti nel culto della monomarca autorevole. Fa girare la testa. Più la cultura scompare dai radar, più ci si affanna nello sperpero discorsivo dell’egemonia culturale.  

 

T.S. Eliot, alla fine degli anni Quaranta, su questo punto era stato chiarissimo:   

 

GIORGIA MELONI ALESSANDRO GIULI

Possiamo asserire con una certa sicurezza che il nostro è un periodo di declino; che la media della cultura è più bassa che non cinquanta anni or sono; e che le prove di questo declino sono evidenti in ogni settore dell’attività umana. Non vedo ragione perché il decadere della cultura non debba procedere assai oltre, e perché non possiamo prevedere un periodo d’una certa durata del quale sarà possibile dire che non ne avrà alcuna.  

 

Allora la cultura dovrà ricrescere dalle radici. E con questo non intendo dire che essa potrà venir portata alla luce da una qualsiasi attività di demagoghi politici.   

 

Galateo dell’egemonia   

Fatto sta che oggi in un ipotetico manuale di conversazione sull’egemonia culturale si dovrebbe partire da due regolette semplici:   

1. nessuno sa più bene cosa sia;   

2. egemoni sono sempre gli altri.   

 

Alessandro giuli - gramsci e vivo

Ovviamente tutti conoscono la formula magica, il «dominio basato sul consenso» che è meglio della «forza», più elegante della censura. È il principio su cui, senza scomodare Gramsci, si reggono i matrimoni felici e i rapporti tra colleghi in ufficio, dove la gente non si spara a vicenda durante il meeting del lunedì mattina. Ma anche quando la nozione si tira in ballo con nonchalance e consapevolezza, le tante incertezze restano lì.  

 

Per i «non iniziati», quelli che si sintonizzano solo ora sulle ultime stagioni del dibattito, la Grande Battaglia per l’Egemonia ha regole complesse e incomprensibili. L’egemonia culturale sembra un talismano che incenerisce gli avversari (Lenin, animale-guida di Gramsci, si vantava che nei dibattiti non si trattava di confutare tesi o idee, ma di distruggere l’interlocutore e basta).  

 

La scuola di pensiero sviluppata a destra lancia la sua protesta accorata contro il «giogo dell’egemonia», espressione di una cultura a lungo occupata dalla sinistra prima comunista poi buonista poi progressista. Contro la GLE (Grande Lamentazione dell’Egemonia) insorgono i teorici della PEC (la Presunta Egemonia Culturale).  

 

gramsci

Agnostici radicali, i fautori della PEC sostengono che «l’egemonia culturale della sinistra» non è mai esistita. È un’invenzione piagnona e paranoica della destra. Una corrente possibilista ammette che sì, forse, magari una volta, ai tempi del grande PCI, ma è stata sostituita da quarant’anni almeno dall’«egemonia del neoliberismo».  

 

Qui si viene presi in contropiede.  Si immagina un paese venuto su tra collettivi anarcocapitalisti, antagonisti futuristi, appelli degli intellettuali per il libero mercato, saggi di Hayek e Milton Friedman in tutte le case degli italiani, speech dei registi premiati ai  David contro la pressione fiscale, Alba Rohrwacher che  fa Ayn Rand in un biopic di Martone in gara a Cannes o «Biennali del dissenso» che celebrano «la forza propulsiva dell’individuo creativo e la dinamica generativa del  libero scambio».   

 

Altrettanto strabiliante è proclamarne una nuova di zecca da destra: «È tempo di una nuova egemonia!» fatta così, per decreto, calata dall’alto, infilata nella finanziaria, anziché sedimentata nella storia e nei congegni delle idee, nel linguaggio, nei miti culturali.  Ma non c’è neanche bisogno di leggere Gramsci per sapere che una qualche egemonia culturale si orchestra prima della conquista del potere, non dopo, di sicuro mai durante e di certo non annunciandola al Tg1.  […] 

 

 

 

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