tata baby sitter

SI FA PRESTO A DIRE “TATA” – ESSERE DISPONIBILI A TRASFERTE, CAPACITÀ DI SAPER NUOTARE E SCIARE, CONOSCENZA DELLL’INGLESE, MEGLIO SE BRITISH, E UNA LAUREA: SONO LE REFERNZE MINIME PER ACCEDERE AL “DORATO” MONDO DELLE NANNY MENEGHINE, TATE CHE CRESCONO I PARGOLI DELLA MILANO CHE CONTA E SI PORTANO A CASA STIPENDI ANCHE DI CINQUEMILA EURO AL MESE - LE RICHIESTE PIÙ ASSURDE: NIENTE PROFUMO, PERCHÉ “LA BAMBINA SI AGITA”. VESTITI NEUTRI, NIENTE LOGHI, “IL BRAND LO SCEGLIAMO NOI”. RISATE SOLO A VOCE BASSA, NIENTE AMMORBIDENTE, SOLO PERCARBONATO…

Estratto dell'articolo di Allegra Ferrante per www.corriere.it

 

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«Potrebbe evitare le parole con la R? Il piccolo Achille le pronuncia male». […] Fare la nanny («dirlo così a Milano funziona meglio») significa anche questo: assecondare i genitori dei bambini di cui si prende cura. «Sa nuotare, sciare? È disponibile a trasferirsi a Saint Moritz due settimane e a Forte dei Marmi per le vacanze estive?», prosegue Lucrezia, avvocato d’affari, tailleur sartoriale, voce che non inciampa. In collegamento da Singapore, il marito Edoardo, consulente finanziario: «La mia assistente le invierà l’NDA da firmare (l’accordo di riservatezza, ndr) per l’eventuale settimana di prova».

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Anna appartiene a una categoria particolare: le tate professioniste dell’élite milanese. La chiama «borghesia in giacche su misura»: rientrano tardi e vogliono bambini che ridano bene, dormano presto, parlino inglese. Ne custodisce segreti, manie, piccole e grandi vanità. Dai primi di ottobre è di nuovo sul mercato. L'abbiamo «affiancata» per una settimana nella ricerca di una nuova famiglia. Ha 46 anni e pratica il mestiere da 20. […]Non vuole che la si confonda con una colf: «Non lucido pavimenti né vetri. Mi occupo di bambini, e soltanto di loro». 

 

Anna organizza attività adeguate all’età, segue lo svezzamento, mette ordine in camerette e armadi, imposta ritmi di sonno-veglia. Ovunque si rechi, porta con sé un’agenda a fiori: nomi, orari, svezzamenti, allergie, note su ninne e filastrocche. In Porta Romana ha comprato un bilocale, ma non ci abita: «Cresco i figli degli altri: l’accordo è convivere con loro», dentro mondi domestici pensati su misura. Stanze dei giochi grandi come una scuola.

 

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Guardaroba con body piegati per colore. Passeggini gemellari comprati per un figlio solo, «così dorme meglio». Baby monitor collegati alla domotica, che mandano notifiche se la luce non è al 30 per cento. Cani da 7mila euro addestrati a non salire sul divano e nonni che promettono di badare ai piccoli, ma poi chiamano l’autista per farsi portare al ristorante. 

 

[…] Le videochiamate hanno un copione riconoscibile: quindici minuti per capire tono di voce e tenuta. Meglio concentrarle in pochi giorni per avere più scelta. «Formazione?», le chiede Audry, londinese vincolata a Milano per le start-up che segue. Le famiglie internazionali hanno fatto salire i compensi: cercano figure specializzate, poliglotte, che lavorino anche su turni di 24 ore. 

 

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«Scienze dell’educazione, tirocinio al nido. Corsi annuali di disostruzione pediatrica. Uso il defibrillatore». E poi a raffica: «Mi descriva una giornata tipo». Anna risponde con frasi brevi, non utilizza mai aggettivi superflui: «Mattino fuori, attività motorie. Pranzo con proteine vegetali, riposo con rituale fisso. Pomeriggio manualità, lettura dialogica, giochi di ritmo. Alle 17, routine serale: luci basse, storia, niente schermi». 

 

Nel weekend preferisce organizzare gli incontri di persona. Una coppia di architetti la riceve nella sala riunioni del loro studio in via Manzoni: tavolo di vetro, modelli in scala alle pareti. Chiedono un piano trilingue: lunedì e mercoledì inglese, martedì e giovedì italiano, venerdì francese. 

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L’approccio educativo in cui credono si fonda sul rapporto con la natura: anche con la pioggia meglio uscire, «ma rientrare asciutti e senza portare foglie».

 

Muoversi, per una tata, è logistica e immaginazione: arrivare puntuale e saper leggere la casa. Conoscere il quartiere. Farmacia che consegna, panificio che fa la focaccia sottile, parco col bagno pulito.

 

«Possiamo mettere un AirTag nel passeggino per ragioni di sicurezza? Niente foto dei bambini, niente tag geolocalizzati», le chiede Letizia, manager di multinazionale olandese con sede a Milano. Ha 5 figli, tre da matrimoni precedenti. Nell’attico di corso Magenta in cui abita, si alternano stiratrici, housekeeper e cuochi a chiamata. «Metodo Montessori o Reggio Emilia? Ci tenga lontani dal baby talk, per favore, e introduca i fonemi corretti». 

 

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[…] «Interazione con la famiglia?». Anna è preparata: due pagine di routine e obiettivi, micro-report giornaliero e un check di dieci minuti il venerdì. Poi la domanda che spiazza: «Può mostrare le mani?». Le appoggia sul tavolo: curate, senza smalto acceso. Le domande classiche sono sempre quelle, la liturgia dell’ingaggio: orari («8–20, ma elasticità»), referenze («può mettere in contatto le famiglie precedenti?»), salute («allergie? schiena a posto?»), mobilità («taxi fatturati?»), lingue («inglese con noi, italiano con i nonni»), cucina («pappe senza sale, niente zucchero fino ai tre anni»), gestione digitale («zero schermo, ma podcast sì»). 

 

Le «fisime» arrivano presto. Anna se le appunta tutte: niente profumo, «la bambina si agita». Vestiti neutri, niente loghi, «il brand lo scegliamo noi». «Può ridere piano? Il padre della baby è in call». Divisa, «per non confonderla con una zia». «La nostra casa è low tox: niente ammorbidente, solo percarbonato. La nostra Ines le mostra come si diluisce […]

 

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«Vai da loro, però attenta: ti fanno la prova con il manichino», le scrive una collega. Nel pomeriggio, entra in una nuova agenzia di collocamento per collaboratori domestici di alto profilo. «Una boutique agency con la lista d’attesa». La scena milanese è affollata di definizioni: tata live-in/live-out, puericultrice per i neonati, educatrice per i più grandi. Gli inglesismi non sono vezzi: in certe agenzie, fanno salire il prezzo e le aspettative.

 

[…] Gli stipendi variano molto. «Una tata convivente parte da 1.800 euro al mese; con lingue, trasferte e responsabilità arrivano a 4.000, anche 5.000 mensili». Tredicesima, Tfr, contributi. Senza intermediazione, la trattativa è più grezza: «Fattura? Preferiremmo no. Facciamo un forfettario». Anna incrocia le braccia: «Regolare, grazie». A volte includono la formazione: «Corso di disostruzione per i nonni, lo seguirebbe anche lei?».

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Le figure come Anna si affidano alle agenzie. «Si crea un rapporto di fiducia: gestiamo la negoziazione del contratto, valutiamo le referenze. Costruiamo un profilo completo, non solo tecnico ma umano», spiega Garroni Parisi. Sul sito dell’agenzia, le regole sono nette: «La camera della tata non può essere una lavanderia, un garage o una stanza di passaggio. Deve avere una finestra, una porta, e garantire privacy».

 

Funzionano bene le chat chiuse di quartiere — Pagano, Brera, Risorgimento. Le colleghe si ereditano i posti: se una famiglia si trasferisce a Londra, il contatto vola all’amica. È il canale più rapido nel mondo altospendente. E poi le parrocchie in zona Magenta o San Siro, le scuole internazionali […]

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[…]

La prova dura un pomeriggio e termina a casa: «Se arriva un corriere, non apra. Se suona la porta, non apra. Se suonano i nonni, apra, ma solo dopo che mi ha scritto». Le pause sono uno sguardo alla chat delle colleghe: «A voi hanno chiesto di usare la macchina per il latte di avena?», «A me di cantare con l’accento british». Si ride, ci si passa contatti. È una corporazione gentile, la confraternita invisibile che fa girare le case.

[…]

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