franco nero

NERO SU BIANCO - FRANCO NERO A 80 ANNI SI GUARDA INDIETRO: "PER DJANGO SERGIO CORBUCCI E I PRODUTTORI LITIGAVANO SULLA FACCIA GIUSTA, POI PUNTARONO IL DITO SULLA MIA FOTO - CON VANESSA REDGRAVE NON FU AMORE A PRIMA VISTA. 'MA QUELLA È UN MOSTRO', DISSI QUANDO LA VIDI - HO FATTO RECITARE KEVIN SPACEY DOPO IL METOO... A HOLLYWOOD ERANO TANTI I GAY O I MEZZI GAY, MA TUTTO SCORREVA. ORA LE ACCUSE ABBONDANO, A VOLTE LA RICERCA DELLA VERITÀ SEMBRA ANCHE UNA QUESTIONE DI SOLDI. QUANDO UNA PERSONA È ACCUSATA 28 ANNI DOPO I FATTI QUALCOSA NON VA"

Maurizio Caverzan per "La Verità"

 

Franco Nero in persona?

franco nero il giorno del cobra

«Francesco Clemente Giuseppe Sparanero».

 

Tre nomi di battesimo hanno un motivo preciso?

«Clemente è il santo del giorno in cui sono nato, Francesco si chiamava mio nonno materno, Giuseppe non lo so».

 

franco nero in django unchained

Per fortuna non è diventato Castel Romano.

«Sarebbe stato un dramma. Dino De Laurentiis aveva sentenziato sul set della Bibbia che si girava a Roma: “Debutti in via Castel Romano dove ci sono i nostri studi: ti chiamerai Castel Romano”. Mi salvò Luigi Luraschi, un suo assistente, che cominciò ad anagrammare nomi e cognome. Alla fine tagliammo Francesco e Sparanero e venne fuori Franco Nero».

 

franco nero

Perché ha messo un proverbio africano come esergo del suo libro Django e gli altri (Rai Libri), scritto con Lorenzo De Luca?

«L’ho imparato molti anni fa, l’ho appeso anche sul muro in cucina».

 

«Puoi alzarti all’alba, ma il tuo destino si è svegliato prima di te».

«Ognuno ha un destino nella vita, ma bisogna anche saperselo costruire. Trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Il grande regista Joshua Logan cercava una faccia nuova per Lancillotto di Camelot e John Huston, che mi aveva fatto fare Abele nella Bibbia, mi segnalò. “Fisicamente sei perfetto, ma il tuo inglese è incerto e questo film è il più costoso della storia, non posso rischiare”, mi disse. Arrivato sulla porta mi voltai: “Ma io so recitare Shakespeare in inglese”».

 

franco nero

Aveva imparato ascoltando i dischi in vinile che le aveva prestato Huston.

«Li avevo consumati a forza di ascoltarli e di ripetere la pronuncia dei più grandi attori del teatro inglese».

 

Voleva fare a tutti i costi l’attore?

«E il destino mi ha aiutato. Per Django Sergio Corbucci e i produttori litigavano sulla faccia giusta. C’erano altri due candidati oltre a me, così decisero di andare da Fulvio Frizzi, il papà di Fabrizio, che distribuiva il film. E lui puntò il dito sulla mia foto. Se quel fotografo non avesse insistito per farmi qualche primo piano che finì sulla scrivania di Huston la mia vita sarebbe stata diversa».

 

Il destino ci precede?

franco nero

«Da bambino, a 5 o 6 anni, sognavo sempre un cavaliere su un cavallo bianco in cima a una montagna».

 

Un ragazzo nato a Parma, figlio di un maresciallo dei carabinieri pugliese che diventa una star del cinema non è male come sogno.

«Non mi posso lamentare. La mia vita è stata avventurosa perché sono sempre stato curioso. Ho lavorato molto all’estero. Sono stato in America e in Sudamerica, dovunque ho una storia bella. Sono un privilegiato. A questa mia giovane età sono appena tornato da Londra e sto per partire per Los Angeles».

 

Come si sta davanti alla cinepresa «nonostante la congenita timidezza»?

«Le ho sempre detto: “Cara cinepresa, io e te dobbiamo essere amici, farò di tutto per impressionarti”. Laurence Olivier, il più grande attore del mondo, una volta mi disse: “Con il tuo fisico puoi fare l’eroe un film all’anno, ma che monotonia. Oppure puoi cambiare e spaziare in tutti i generi”. Ho fatto tutti i ruoli, mi mancava quello del Papa».

 

franco nero keoma

Ma ora…

«Una compagnia spagnola mi ha proposto The men from Rome».

 

franco nero keoma

Il suo primo benefattore è stato John Huston o Sergio Corbucci?

«Tutti e due. Ho incontrato prima Huston e subito dopo Corbucci. Negli hotel in Sudamerica e in Giappone scrivevano Django, non Franco Nero».

 

Quindi Corbucci?

«Corbucci nel cinema mondiale, Huston in quello di lingua inglese. Huston fece il mio nome a Logan. Così entrai nella produzione di Camelot con Richard Harris e Vanessa Redgrave».

 

vanessa redgrave e franco nero

La sua Ginevra: come avvenne l’incontro lei?

«Non fu amore a prima vista. Mentre giravamo le battaglie dei cavalieri della Tavola rotonda, chiedevo a Logan chi avrebbe interpretato Ginevra? Finalmente, un giorno negli studi della Warner me la indicò. Avevo 24 anni e mi aspettavo una bellezza tipo Sophia Loren. Invece, mi vedo arrivare una ragazza con jeans strappati e occhiali da vista.

 

franco nero e vanessa redgrave

Fui molto freddo. “Ma quella è un mostro”, dissi a Logan. Rientrato nel mio appartamento trovai un biglietto scritto in perfetto italiano in cui m’invitava a cena a casa sua. Decisi di andarci e, quando bussai, alla porta apparve una donna splendida. “Sono stato invitato da Vanessa Redgrave”. “Franco, Vanessa sono io”. Ero stupefatto».

 

Amore alla seconda vista?

«La nostra storia decollò un mese dopo, in America. Una sera, mentre andavo alla mia auto, lei mi chiese se potevo accompagnarla all’aeroporto insieme a Benjamin Spock che doveva partire. Quando rimanemmo soli scoprimmo che il giorno dopo entrambi non lavoravamo. “Perché non andiamo da qualche parte?”. Prendemmo un volo per San Francisco, dove noleggiai una macchina e andammo in giro tutta la notte finché, all’alba, affittammo una camera in un motel di quinta categoria».

 

vanessa redgrave e franco nero nel film la vacanza

Qual è il segreto della durata del vostro rapporto?

«La lontananza, non stare sempre assieme. Parlandoci molto al telefono, desideriamo sempre vederci».

 

Condividete la stessa visione politica?

«Ma… In gioventù lei era una troskista incredibile. Io la rispetto, ha sempre aiutato i più deboli come anch’io faccio da tutta la vita. No, in politica non la pensiamo allo stesso modo. Lei è una donna eccezionale, ha avuto vita dura anche in America per le sue idee. Furono Arthur Miller, Tennessee Williams e Sidney Lumet a difenderla e valorizzarla con ruoli importanti perché la stimavano molto».

 

Franco Nero

È vero che una volta Clint Eastwood le manifestò la sua invidia?

«Ci eravamo conosciuti quando recitava per Sergio Leone. Una volta venne sul set americano di Camelot e commentò: “A Hollywood c’è un giovanissimo italiano che gira un grande musical, mentre io tornerò in Europa a girare un film italiano…”».

 

Perché dopo Camelot interruppe il contratto con la Warner?

«Gli amici storici con cui avevamo iniziato a girare i primi corti, Luigi e Camillo Bazzoni, Gianfranco Transunto e Vittorio Storaro, mi chiamavano per convincermi a tornare. La mia popolarità poteva aiutarci a girare i film che sognavamo da tempo.

 

franco nero con parruccone ne il cacciatore di squali

Anche Vanessa rientrava in Europa. Così andai da Jack Warner e gli dissi che mi mancava l’Italia. “Sei un pazzo, potresti diventare il nuovo Rodolfo Valentino, ho già due film pronti per te”. Alla fine cedette, anche lui stava per vendere la Warner».

 

Nella sua autobiografia Django è un uomo solo.

«Dev’esserlo, l’eroe del west non si sa da dove viene e dove va. Non per niente Quentin Tarantino ne ha fatto il remake».

 

Chi sono i suoi amici?

franco nero foto di bacco (1)

«Nel mondo del cinema non è facile averne, c’è l’invidia. In Inghilterra, in America, in Sudamerica ho più amicizie. In Italia frequento professori, medici e i contadini con cui gioco a briscola e tresette. Non faccio parte dei clan del cinema italiano».

 

Sono un po’ chiusi?

«E io sono un outlaw, un fuorilegge, non appartengo a nessun clan».

 

franco nero foto di bacco

Ha conosciuto John Wayne, John Huston, Paul Newman, Anthony Quinn e tanti altri, ma scrive che l’incontro più importante della sua vita è stato con un prete.

«Don Nello Del Raso. Avevo 23 anni e sbarcavo il lunario facendo l’aiuto fotografo e lavorando di notte da un panettiere che preparava i cornetti. Un giorno Luigi Bazzoni mi chiese di accompagnarlo a Tivoli.

 

Al villaggio Don Bosco conobbi don Nello, un cappellano dell’esercito che aveva raccolto i bambini orfani della Seconda guerra mondiale. M’innamorai subito di questo piccolo grande uomo che insegnava loro un lavoro. Gli promisi che, sebbene squattrinato, gli sarei stato vicino. Da quando è morto e il suo posto è stato preso da don Benedetto Serafini, continuo ad aiutare il villaggio».

 

kevin spacey a torino 1

Perché nel suo ultimo film da regista, L’uomo che disegnò Dio, recita Kevin Spacey, incriminato per molestie sessuali?

«Conosco Spacey da quando dirigeva il teatro Old Vic di Londra. Qualche volta siamo anche andati a cena insieme con Vanessa. Un giorno il produttore Louis Nero (solo un omonimo ndr), mi disse che a Spacey sarebbe piaciuto essere diretto da me. Per il ruolo del commissario era perfetto. Perciò ho accettato, sapendo che è incriminato.

 

kevin spacey a torino 2

Penso che nella vita bisogna saper perdonare e dare una chance a chi è in difficoltà. Lui mi ha detto che si è sempre dichiarato omosessuale e che molte cause le ha vinte. Si sa, i maschi eterosessuali ci provano con le donne, i maschi gay con gli uomini. Con me ha lavorato con grande umiltà».

 

il cast di l'uomo che disegno' dio

È stato criticato per questa scelta?

«Ho avuto contro tutta la stampa americana e inglese. Spacey è stato sfortunato perché coinvolto nel momento del Metoo... A Hollywood, in passato, erano tanti i gay o i mezzi gay, ma tutto scorreva. Ora le accuse abbondano, a volte la ricerca della verità sembra anche una questione di soldi. Quando una persona è accusata 28 anni dopo i fatti qualcosa non va».

 

kevin spacey e franco nero

Un certo puritanesimo soffoca la creatività di sceneggiatori e registi?

«Assolutamente. Anni fa erano il produttore e il distributore a decidere. Oggi non si fa cinema senza i diritti televisivi. Se un film è un po’ spinto bisogna tagliare e l’autore non può scrivere ciò che vorrebbe. Per questo ho fatto poca tv».

 

Quando vedremo L’uomo che disegnò Dio?

«È ispirato alla storia vera di un cieco che, sentendo parlare le persone, riesce a riprodurne i tratti. Abbiamo finito di montarlo in marzo. Vorrei portarlo a un grande festival prima di farlo uscire, ma non dico niente per scaramanzia».

 

Nuovi progetti come attore?

«Ho letto diverse sceneggiature, l’unica che mi ha convinto è quella di Black beans and rice, un film che gireremo in America, ma ambientato a Cuba. È la storia on the road di un padre e un figlio che non si conoscono.

 

Nel testamento la madre chiede che il ragazzo ritrovi il padre e, insieme, portino e disperdano le ceneri nel posto dov’è nata. Lo interpreteremo io e mio nipote, figlio di Liam Neeson e di Natasha, mia figlia morta 13 anni fa in un incidente stradale».

 

Negli ultimi anni ha lavorato meno?

«Anche a causa della pandemia. Però ho interpretato Il caso Collini, trasmesso in Italia da Rai 3, e The Match, visibile su Prime video».

 

La sorte delle sale cinematografiche è segnata?

«Lo temo, adesso ci sono queste piattaforme».

 

Si professa cattolico e scrive che gli italiani sono attenti a rispettare tutte le religioni fuorché la loro.

«Sono religioso, non praticante. Ogni tanto entro in una chiesa e sto lì a pensare. Non manco alla messa di Natale al villaggio Don Bosco. Anche a Pasqua».

 

Il cristianesimo ha lo stesso destino delle sale cinematografiche?

«Ah ah ah, speriamo di no».

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