LAVITOLA HA FATTO TUTTO DA SOLO? QUALCUN ALTRO HA SAPUTO, DOPO L'ESPLOSIONE, CHE DIETRO LA BOMBA C'ERA LAVITOLA? QUALCUNO, CONOSCENDO LA VERITÀ, PUO’ AVERLO CONSIGLIATO O GUIDATO NELLA GESTIONE DI QUELLO CHE SAREBBE ACCADUTO? – “REPUBBLICA”: “IL SOSPETTO NON È PEREGRINO, SPIEGANO GLI INVESTIGATORI, CONSIDERATI I TRASCORSI DI LAVITOLA E SOPRATTUTTO LA RETE DEI SUOI CONTATTI. ED È ANCORA UNA VOLTA IL TELEFONO A DIVENTARE DECISIVO. LAVITOLA POTREBBE AVER ANCHE ‘RIPULITO’ I DISPOSITIVI: È UN FATTO PER ESEMPIO CHE NON RISULTA NESSUN CONTATTO CON UOMINI DELLA NOSTRA INTELLIGENCE, CIRCOSTANZA BIZZARRA VISTI ANCHE I SUOI TRASCORSI” – LA TELEFONATA IN PORTOGHESE, ATTRAVERSO UN SISTEMA DI COMUNICAZIONE TELEMATICO NON INTERCETTABILE CON GLI STRUMENTI CONVENZIONALI, CON UN UOMO DI NOME IVAN: GLI RACCONTA DI ESSERE RIMASTO PER CIRCA DUE ORE AL TELEFONO CON RANUCCI DOPO LA PERQUISIZIONE E DICE…
Estratto dell’articolo di Giuliano Foschini per “la Repubblica”
sigfrido ranucci e valter lavitola
Valter Lavitola ha mentito, dunque. Seppure in parte. Ma c'è qualcosa che potrebbe ancora raccontare la verità: il suo telefono. «Milioni di dati, seppure con qualche stranezza», ragiona un investigatore con Repubblica. È da qui, dall'enorme quantità di materiale estratto dai dispositivi sequestrati all'ex editore dell'Avanti!, che parte adesso la seconda parte dell'indagine sull'attentato a Sigfrido Ranucci.
Quella che dovrà provare a rispondere alle domande rimaste aperte dopo la confessione.
La prima riguarda il movente. Lavitola sostiene di aver organizzato l'attentato per aiutare il suo amico. Nell'interrogatorio, secondo gli investigatori mentendo, ha parlato dell'innalzamento della scorta. La procura e il gip sono convinti che invece dietro ci sia l'idea di lanciarlo in politica.
Ma c'è anche un'ulteriore ipotesi: è possibile che Lavitola avesse interesse a proteggere Ranucci e soprattutto Report nel momento in cui il giornalista e la trasmissione attraversavano una fase di grande difficoltà, essendo sotto assedio dalla politica. E questo perché, come emergerebbe proprio dal suo telefono, Lavitola considerava Report […] anche una possibile vetrina per le proprie faccende.
Ma c'è una seconda domanda, forse ancora più importante: Lavitola ha fatto davvero tutto da solo? Su un punto gli investigatori sono certi che Ranucci sia parte lesa e non esiste alcun elemento che faccia pensare che sapesse dell'attentato. Secondo l'avvocato di Lavitola, durante l'interrogatorio il suo assistito avrebbe detto di «non poter escludere» che Ranucci possa aver intuito qualcosa dopo.
Una sfumatura che la procura non sembra aver colto […] il problema […] è un altro: capire se qualcun altro abbia saputo, dopo l'esplosione, che dietro la bomba c'era Lavitola. E se qualcuno, conoscendo la verità, possa averlo consigliato o guidato nella gestione di quello che sarebbe accaduto.
Il sospetto non è peregrino, spiegano gli investigatori, considerati i trascorsi di Lavitola e soprattutto la rete dei suoi contatti. Ed è ancora una volta il telefono a diventare decisivo. I carabinieri ritengono infatti di aver accertato che, quando ha capito che l'indagine stava arrivando a lui, Lavitola non si sia limitato a depistare. Avrebbe provato ad accompagnare gli investigatori verso piste false, arrivando anche a tirare dentro persone che con questa vicenda non avevano nulla a che fare.
Potrebbe aver anche "ripulito" i dispositivi: è un fatto per esempio che non risulta nessun contatto con uomini della nostra intelligence, una circostanza bizzarra visti anche i trascorsi dell'ex direttore dell'Avanti!.
In quest'ottica una conversazione che per gli investigatori è esemplare. Quasi una pre-confessione, nello stile di Lavitola: un pezzo di verità mescolato al tentativo di costruire una via d'uscita. È il 5 luglio, il giorno dopo la perquisizione. Lavitola è sulla sua Toyota Aygo (immagina certamente di poter essere ascoltato in ambientale) e parla in portoghese, attraverso un sistema di comunicazione telematico non intercettabile con gli strumenti convenzionali, con un uomo di nome Ivan, considerato «di elevato interesse investigativo».
Gli racconta innanzitutto di essere rimasto per circa due ore al telefono con Ranucci dopo la perquisizione. Dice che il giornalista si era infuriato con gli investigatori e lo aveva difeso: «Ora io spero che continui a fare questo. Questo è il giornalista più potente, più vicino ai giudici che c'è in Italia». Per Lavitola quella difesa è fondamentale anche per la propria «reputazione»: «Già se lui mi difenderà sarà diverso. Sarà la stessa cosa di Berlusconi». E se non fosse così, si chiedono? «Dovrò attaccare un mio fratello?
- dice Lavitola - Cavolo, sempre con mio fratello? Dovrò mettermi contro un fratello?».
Qualche ora dopo, alle 22,02, parla ancora in portoghese con una donna che chiama «meu amor».
Questa volta è ancora più esplicito.Considera molto probabile finire in carcere «per qualche anno». «Loro sono sicuri che io ho messo questa bomba per questo mio amico. La loro idea è che io l'ho fatto per aiutarlo e non per ucciderlo». Poi torna sulle due ore trascorse al telefono con Ranucci e dice che quella conversazione gli è servita: «Mi ha dato molte informazioni, mi ha aiutato a chiarire le cose». Informazioni che avrebbero avuto un effetto sull'inchiesta: «Questo porterà ad una confusione terribile». Appunto.





