“SENTO LE VOCI, FORSE LO SPARO DEL G8 È PARTITO TROPPO VICINO AL MIO ORECCHIO” - PARLA MARIO PLACANICA, L'EX CARABINIERE AUSILIARIO CHE UCCISE CARLO GIULIANI AL G8 DI GENOVA, E FU CONGEDATO NEL 2005 PER DISTURBI DELL’ANSIA, ATIPIE DEL PENSIERO: “SONO MORTO ANCHE IO QUEL GIORNO. ERO UN PESSIMO TIRATORE. NON HO PRESO LA MIRA. NON PENSO SIA STATO IL PROIETTILE DELLA MIA PISTOLA A UCCIDERE GIULIANI, UNA SCHEGGIA SOTTO UN OCCHIO NON PUÒ AMMAZZARE UNA PERSONA. CARLO RESPIRAVA ANCORA QUANDO È CROLLATO A TERRA, LO HANNO TRAMORTITO DOPO - OGGI HO IL CERVELLO MORTO, SE STO IN SILENZIO NON HO UN PENSIERO. SONO STATO TORTURATO DA TROPPE PERSONE. DI SICURO, I CARABINIERI HANNO CERCATO DI FARMI PASSARE PER PAZZO, MA SONO SOLO UN UOMO DISTRUTTO. VADO AL BAR. SLOT MACHINE, QUALCHE SCHEDINA, MA NON HO AMICI. SONO STATO ABBANDONATO DA TUTTI, LE FIDANZATE, LA MOGLIE. IL G8 DI GENOVA MI HA DEVASTATO. SONO IN CURA AL CENTRO DI SALUTE MENTALE DI CATANZARO. HO SERVITO LO STATO, NON MERITO QUESTO INFERNO” – L’INCONTRO CON IL PAPA’ DI CARLO GIULIANI
Corrado Zunino per la Repubblica - Estratti
La voce — il tono, il timbro — è senza speranza. «Un po' sono morto anch'io quel giorno».Parla di quel venerdì pomeriggio, il 20 luglio 2001, era un carabiniere ausiliario, in servizio di leva al G8 di Genova. Un proiettile partito dalla sua pistola colpì un sasso in aria e centrò, di rimbalzo, il manifestante Carlo Giuliani alla base dell'occhio.
Lo uccise, erano le 17.27.
Mario Placanica, ausiliario accusato di omicidio, è stato assolto per uso legittimo delle armi e legittima difesa. Oggi, 45 anni, è nella casa della madre, a Siano, frazione di Catanzaro, dove vive con un figlio di vent'anni avuto con la moglie da cui si è separato. La figlia, di diciassette, abita con l'altra ex compagna. «La ragazzina l'ho vista tre volte». Dal 6 aprile 2005 non è più un carabiniere: non idoneo, "causa di servizio". Disturbi dell'ansia, atipie del pensiero.
Placanica, cosa ricorda dei giorni del G8, venticinque anni dopo?
«Ogni istante. Avevo vent'anni».
Che esperienza aveva fatto come carabiniere?
«In servizio da meno di un anno ero un pessimo tiratore. E avevo preso una bomba carta su una gamba, allo stadio di Messina».
Il Battaglione Lombardia dei carabinieri, e veniamo ai fatti di venerdì 20, sparò gas lacrimogeni sul corteo delle Tute bianche che nel primo pomeriggio stava scendendo da Corso Gastaldi.
«Esplose la guerra. Quei lacrimogeni avevano un potenziale urticante terribile. In Via Tolemaide li toglievo dalle confezioni per passarli al maggiore, che li sparava.
Sono rimasto intossicato».
La ritroviamo sulla jeep Defender che doveva portarla in ospedale, Piazza Alimonda. Trenta manifestanti vi assaltano, il mezzo è bloccato. Massimiliano Monai aveva una trave di legno tra le mani, Carlo Giuliani stava raccogliendo da terra un estintore rosso.
«Io e Dario Raffone, l'altro ausiliario, sanguinavamo alla testa, colpiti dalle pietre. Ho urlato: "Finitela, andatevene"».
L'estintore l'ha presa sul ginocchio, lei ha estratto la Beretta.
«Ho sparato per allontanarli. Due volte, più in aria possibile. Non ho preso la mira».
Uno dei due proiettili ha colpito un sasso ed è stato deviato sul volto incappucciato di Carlo Giuliani.
«Così ha stabilito il processo.Nell'impatto la pallottola si era scamiciata, probabilmente aveva colpito qualcosa di molto duro, forse un pezzo di marmo».
Non crede a questa versione.
«Ci credo, ma non penso dica tutto.Il processo non ha risposto a troppe domande. I carabinieri, ne sono convinto, mi hanno nascosto molte cose. Non è un caso che il papà di Carlo, Giuliano, ha sempre cercato nuove prove, testimonianze».
Lo ha incontrato.
«Alla Stazione Termini di Roma, direi nel 2005. Gli ho stretto la mano, gli ho detto che ci avevano rovinato tutti e due, io e Carlo. Non mi sono mai sentito un suo avversario, era un ragazzo di vent'anni, come me. Aveva le sue idee, ci ha messo contro lo Stato».
Cosa le ha detto, il papà?
«Mi ha mostrato alcune foto, con un uomo dentro un'auto. Giuliano Giuliani pensava avesse avuto un ruolo nella morte del figlio, ma quella foto non era chiara. Poi mi ha detto: "Ricorda", quattro volte. È sempre stato convinto che il colpo che ha ucciso suo figlio fosse partito da un'altra arma».
Lei cosa pensa?
«Non penso sia stato il proiettile della mia pistola a uccidere, una scheggia sotto un occhio non può ammazzare una persona. Carlo respirava ancora quando è crollato a terra, lo hanno tramortito dopo».
Il Defender, sì, allontanandosi ha schiacciato il corpo. Due volte.
«In verità in un video pubblicato dal padre Giuliano ho visto altre tre persone, un poliziotto e due carabinieri, intorno a Carlo Giuliani. Avevano in mano una pietra insanguinata, credo gli abbiano aperto il cranio».
Cose fin qui non emerse.
«I tre delle forze dell'ordine non li ho visti dal vivo, ma il G8 dei potenti della terra è stato troppo grande per me e Carlo, piccoli della terra».
Avrebbe voluto restare nei carabinieri?
«Oggi no, sono contrario alle armi.Vorrei, però, essere considerato uno di loro. Invece non mi hanno dato un tesserino da ex, non mi chiama un collega da vent'anni».
Ha lavorato per un periodo all'Agenzia del territorio, oggi?
«Vivo con la pensione di invalidità, ma non arrivo alla fine del mese. Devo dare 520 euro a mio figlio, che non studia, non vuole lavorare e mi ridicolizza. Devo girare soldi per l'altra figlia. Sto finendo una rottamazione fiscale, ho dovuto vendere la casa a Sellia Marina. E la banca non mi dà un fido. No, non ho neppure i soldi per andare al mare.
Vorrei un'occupazione e non mi vergogno a chiedere un aiuto».
Mario Placanica sembra perdersi, si sofferma su un rosario di persecuzioni, sabotaggi: «Ho rischiato di morire in un incidente d'auto, nel 2003. Guidavo forte perché i miei colleghi mi dicevano sempre che ero pedinato».
Molti, oggi, la considerano un uomo disturbato.
«Sono in cura al Centro di salute mentale di Catanzaro. Sento voci, forse lo sparo del G8 è partito troppo vicino al mio orecchio. Oggi ho il cervello morto, se sto in silenzio non ho un pensiero. Sono stato torturato da troppe persone.Di sicuro, i carabinieri hanno cercato di farmi passare per pazzo, ma sono solo un uomo distrutto dalla vita che ha vissuto».
(…)
«Vado al Bar Chalet, qui sotto. Slot machine, qualche schedina, ma non ho amici. Sono stato abbandonato da tutti, le fidanzate, la moglie. Il G8 di Genova mi ha devastato. Ho servito lo Stato, non merito questo inferno».







