massimiliano parente

“VOGLIO SMETTERE DI BERE” - MASSIMILIANO PARENTE RACCONTA IL SUO PRIMO INCONTRO AGLI ALCOLISTI ANONIMI: “ANDARE LI’ TI TURBA NON PERCHÉ SIANO ALCOLISTI, MA PERCHÉ SONO ANONIMI. CAPISCI CHE HANNO TROVATO UNA SOLUZIONE ALLA LORO TOTALE MANCANZA D’IDENTITÀ PRENDENDO QUELLA DI ALCOLISTA, PEGGIO ANCORA DI EX ALCOLISTI. ALMENO PRIMA DELLA LORO VITA FACEVANO QUALCOSA: BEVEVANO. CHE È MEGLIO DI NIENTE”

Massimiliano Parente per “il Giornale”

 

MASSIMILIANO PARENTEMASSIMILIANO PARENTE

Io qui, al Policlinico Umberto I, e mi viene una tristezza a guardarli, mi sembra di trovarmi di fronte a un cast per un film di zombi di George Romero, ma sorrido e tendo la mano a tutti.

«Ciao, sono Daniela, alcolista».

«Ciao, sono Michele, alcolista».

«Ciao, sono Luisa, alcolista».

«Ciao, sono Marta, alcolista».

 

«Ciao, sono Massimiliano Parente, uno dei più grandi scrittori italiani» butto lì, volendo anche con una certa modestia, essendomi limitato a circoscrivermi geograficamente, ma ho trovato inopportuno vantarmi più di tanto con chi ha così poco e tanto mi fissano inebetiti annuendo meccanicamente, come se avessi detto che ho tre teste o cinque braccia. Comunque sia gli alcolisti anonimi si presentano così, e ben gli sta.

 

massimiliano parentemassimiliano parente

Il primo incontro con gli alcolisti anonimi ti turba non perché siano alcolisti, ma perché sono anonimi. Meritatamente anonimi. Capisci subito che hanno trovato una soluzione alla loro totale mancanza d’identità prendendo al volo quella di alcolista, peggio ancora di ex alcolisti. Almeno prima della loro vita facevano qualcosa: bevevano. Che è comunque meglio di niente.

 

Ti scrutano per poterti portare nella loro setta, sono un mix tra i testimoni di Geova e l’Invasione degli Ultracorpi, una mi molla un depliant, hanno la sede sotto la chiesa di non so dove, e sulla quarta di copertina c’è scritta una pappardella che inizia con «Signore, aiutaci…». Cioè, hanno smesso di bere anziché disintossicarsi dalla religione, poveretti.

Massimiliano Parente con Elisa DesoireMassimiliano Parente con Elisa Desoire

 

Martedì, dopo i prelievi di sangue, il test dell’etilometro, la misurazione del dottore c’è il colloquio con la psicologa, che essendo psicologa e non psichiatra stabilisce subito un mio spartiacque scientifico di diffidenza. Fare il giro del mio cervello le costerebbe un viaggio di un migliaio di anni luce, non le basterebbero un milione di vite ibernata in navicelle spaziali ultraveloci. Infatti non sa quali domande farmi, essendo le mie risposte estremamente elementari.

 

«Perché è qui?»

«Per smettere di bere, ovvio».

«Perché vuole smettere di bere?»

«Perché ho i valori delle gamma glutamil transferasi troppo alti.»

Mi guarda interdetta.

«Ok, ma a parte questo?»

«A parte questo niente».

«Non si sente triste?»

«Mi sento triste quando non bevo».

«Quindi si sente schiavo di una dipendenza?»

«Ripeto, vorrei far tornare nella norma le mie GGT».

«Ora come si sente?»

«Male».

«Perché?»

«Perché sono qui per smettere di bere».

il romanzo di massimiliano parente 9il romanzo di massimiliano parente 9

Aggiungo che lo faccio per amore, in fondo lo faccio per le persone che amo. Lei prende appunti, chiedendomi se sono sposato, rispondo che ho una compagna. «Vive con lei?». «No, con il mio compagno». Mi fissa interdetta. Cerco di fargliela semplice: «Ho un compagno e una compagna, ufficiali». Lei si riprende e annota l’informazione. «Ho anche un’amante fissa» dico, lei si ferma a metà frase. «Anche lei ufficiale», specifico, già che ci sono.

 

Questa retorica della dipendenza non la sopporto: qualsiasi cosa bella dà dipendenza. Se non dà dipendenza, non vale la pena di farla. Inoltre la vita è fondata sulla dipendenza, siamo praticamente dipendenti da tutto: dall’ossigeno e dall’azoto che respiriamo, dal cibo che mangiamo, dall’orinare e dal defecare, e quando va male, cioè alla maggior parte, si è dipendenti dal lavoro, i quali lavoratori se non sono autonomi vengono chiamati proprio così, dipendenti.

massimiliano parente 11massimiliano parente 11

 

Come mia mamma, con lei dovresti sentirti in colpa perfino quando giochi a un videogame: «Stai diventando dipendente anche dalla Playstation». Vorrei ben vedere. E in ogni caso meglio sparare sui nemici sullo schermo che farlo davvero per strada. (Obiezione di mia mamma: «i videogiochi portano i giovani alla violenza». Come se la gente arrivasse all’Isis giocando a Call of Duty).

 

Peggio della psicologa c’è la psicoterapia di gruppo, seduti in cerchio intorno a una signora di non ben precisate competenze. Domanda del giorno: «Di quale colore vi sentite? E di quale colore vi sentivate prima di smettere di bere?». Segue giro di risposte. Una si sente verde. «Vedi, sei verde come una piantina, perché sei rinata!». Un altro si sente azzurro. «Vedi, ti senti azzurro come il cielo». Un altro azzurro ma con le rondini. «Vedi, hai messo la vita nel cielo, con le rondini». Mi alzo dicendo che devo andare al bagno, «problemi di prostata», invento, e mi faccio mandare via, chiedendo al capo, il dottor Attilia, di esonerarmi. «Perché è turbato?». «No, perché sono scemi». Come da piccolo, quando mi feci esonerare dall’ora di religione.

 

massimiliano parente come batman 8massimiliano parente come batman 8

Nei pomeriggi liberi vado avanti a succhi di pomodoro con molto tabasco dentro cui sciolgo fialette di diazepam fornitemi dai medici. Non è come un gin tonic ma spero di diventarne dipendente. Mia mamma non si smentisce mai: «non berne troppi, diventi dipendente anche da quelli». Cosa devo risponderle, un giorno andrò dai pomodoristi anonimi.

 

Tanti tempi morti, tra una visita e l’altra, tra un incontro e l’altro, in cui ci si riunisce nell’atrio del policlinico a fumare. Per liberarsi dall’alcol, si fuma il doppio, perché una dipendenza tollera l’altra, ai medici dell’alcolismo non importa niente dei tuoi polmoni, e in ogni caso non si può combattere contro più di una dipendenza, ragione per cui è consigliabile averne almeno tre o quattro. Intanto immagino che dove disintossicano i tabagisti fuori ci siano appositi spazi dove potersi fare un whiskey.

massimiliano parente come batman 7massimiliano parente come batman 7

 

La verità è che non ci sono ragioni intelligenti per smettere di bere, come di fumare, come perfino di drogarsi, solo ragioni di sopravvivenza. Devi decidere se voler vivere di più una vita senza sballi, o se vivere di meno divertendoti. Ma anche le ragioni di sopravvivenza fanno acqua da ogni parte, avrebbero senso se fossimo immortali. Invece ti dicono: vivrai venti anni di più. Però annoiandoti a morte.

 

massimiliano parente come batman 4massimiliano parente come batman 4

Con la psichiatra è diverso, è un medico, la rispetto, ma sappiate che un buon psichiatra è quasi sempre a pagamento e non ha alcuno scopo indagatore sulla vostra personalità, per fortuna. In sostanza un buon psichiatra è un pusher. Ci andate per farvi inibire la ricaptazione della serotonina, della dopamina, della noradrenalina, per farvi sentire meglio con della chimica artificiale, per contrastare la chimica naturale che vi fa star male. Vige ancora questa sottocultura del chimico contrapposto al naturale: se ho poca serotonina nelle mie sinapsi sto chimicamente male e poco me ne fotte che stia male naturalmente, voglio star bene artificialmente. Né più né meno di uno zoppo che si fa operare al menisco per camminare meglio, e se è paraplegico usa una sedia a rotelle, non striscia come un personaggio di Beckett solo perché sarebbe più naturale.

massimiliano parentemassimiliano parente

 

Ernest Hemingway era un alcolista, Francis Scott Fitzgerald era un alcolista, Samuel Beckett era un alcolista, Charles Bukoswsky era un alcolista, per non parlare di tutti gli smandrappati della beat generation, e nessuno di loro è morto per l’alcol. Evidentemente io sono uno scrittore che non ha fegato.

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