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MESSINA DENARO SECRETS: A 53 ANNI IL BOSS MAFIOSO NON HA CAPELLI BIANCHI E SUL PASSAPORTO FALSO NON RINUNCIA AL SUO NOME (MATTEO) - ORMAI VIVE LA MAGGIOR PARTE DEL TEMPO FUORI DALLA SICILIA - SECONDO I PENTITI HA IN MANO L’ARCHIVIO DI RIINA

Boss Matteo Messina Denaro - Identikit elaborato dalla polizia 2Boss Matteo Messina Denaro - Identikit elaborato dalla polizia 2

Giuseppe Lo Bianco per il “Fatto Quotidiano”

 

L’ ultimo identikit risale allo scorso anno, redatto sulle indicazioni di un agente infiltrato: a 53 anni, Matteo Messina Denaro appare stempiato, appesantito, senza alcun capello bianco e senza gli occhiali, forse sostituiti da lenti a contatto. Ed è l’immagine considerata più attendibile: le parole dell’ultimo pentito, l’architetto Giovanni Tuzzolino, un “colletto bianco” cresciuto nella casa di un massone agrigentino che ai pm ha rivelato di averlo visto qualche anno fa seduto al tavolo di un ristorante di Castelvetrano raccontando i rapporti del boss con la massoneria siciliana vengono prese con le pinze dai magistrati, visto che il professionista è indagato per calunnia.

 

VERITÀ E BUGIE si alternano nel mistero della latitanza lunga ormai 22 anni dell’ultimo corleonese stragista e alimentano il mito dell’invincibilità della mafia, traghettata nel terzo millennio con il volto scavato di “lu siccu” (il magro, nd r), soprannominato Diabolik non per le sue gesta criminali, ma per la sua passione per lo storico fumetto.

 

 Matteo Messina Denaro   Matteo Messina Denaro

Comincia la carriera criminale a 14 anni, imparando a sparare in campagna e a 18 compie il suo primo omicidio: “Con le persone che ho ammazzato –confida a un amico –potrei fare un cimitero”. Polizia e carabinieri gli danno la caccia da vent'anni, ma molti, troppi covi sono stati trovati ancora “caldi”: segno che qualcuno lo aveva avvertito in tempo. Ormai, dicono gli investigatori, vive la maggior parte del suo tempo fuori dalla Sicilia e per questo scarseggiano registrazioni recenti della sua voce: in compenso non mancano le segnalazioni che lo indicano in ogni parte del mondo.

 

Nel ’95, Matteo era in Guatemala, raccontò un detenuto che disse di averlo appreso da un compagno di cella e lì si sarebbe sottoposto a un’operazione per cambiare il tono della voce e persino le impronte digitali. Una fonte dell’Interpol lo vide nel 2003 al ristorante Villa Etrusca di Valencia, in Venezuela, “con una donna bellissima ” e rivelò che il boss viaggiava per Caracas imbarcandosi ad Amsterdam, ma anche da Parigi o passando per Bogotà per gestire in prima persona il traffico di cocaina incontrando i padrini d’oltreoceano.

Boss Matteo Messina Denaro - L unica foto di lui dal vivoBoss Matteo Messina Denaro - L unica foto di lui dal vivo

 

Alle frontiere non rinuncia al suo nome, Matteo, su un passaporto ovviamente falso: nei primi anni della latitanza, tra il ’92 e il ’94, andò in Grecia con la sua fidanzata Maria Mesi, con cui trascorreva la latitanza tra Aspra e Bagheria, con un documento intestato a Matteo Cracolici. E alla reception di un albergo in Spagna, quando andò a farsi visitare da un oculista per una patologia alla retina, grave al punto che il medico ipotizzò che potesse perdere un occhio, si registrò con il suo vero (anche se ridotto) nome: Matteo Messina.

 

Documenti falsi che chiese in un’occasione a un fidatissimo e anomalo trapanese, Domenico Nardo, che gestiva a Roma una società che offre guardie del corpo a veline e personaggi dello spettacolo, la World protection Srl, molto ben inserita nel mondo luccicante della Capitale e per questo lontana dai canoni consueti di riservatezza: una scelta “strana” per gli investigatori, abituati alla leggendaria cautela di Diabolik che ha reclutato persino uno scriba, sempre lo stesso, gli inquirenti sospettano un professore di lettere, per vergare i suoi “pizzini ” in modo da non lasciare tracce della sua grafia e garantire al contempo ai suoi uomini la provenienza del verbo mafioso.

 

matteo messina denaromatteo messina denaro

La consacrazione di capo di Cosa Nostra arrivò un mese dopo l’arresto di Bernardo Provenzano, sorpreso nel covo di Montagna dei Cavalli con una serie di “pizzini” anche da lui provenienti, un’ingenuità che accese l’ira di Matteo: “Sono imbestialito”, scrisse a un complice, e un mese dopo, nel giugno del 2006, precisò meglio il concetto in una lettera a Tonino Vaccarino, infiltrato del Sisde: “Se lo avessi davanti (Provenzano, ndr) gli direi cosa penso e, dopo di ciò, la mia amicizia con lui finirebbe. Oggi posso dire che se la vede con la sua coscienza, se ne ha, per tutto il danno che ha provocato in modo gratuito e cinico ad amici che non lo meritavano”.

 

Traspare una dose di antico rispetto generazionale, che Totò Riina, parlando a ruota libera nel carcere di Opera, ha mostrato di non avere nei suoi confronti criticando il business dell’eolico che ha riempito di miliardi il suo prestanome Vito Nicastri: “Questo signor Messina che fa il latitante, che fa questi pali eolici, i pali della luce, se la potrebbe mettere nel culo la luce ci farebbe più figura”.

MESSINA DENARO ARRESTIMESSINA DENARO ARRESTI

 

Dicono i pentiti che oggi Matteo Messina Denaro abbia in mano l’archivio di Totò Riina, sparito dal covo di via Bernini, di certo non gli manca la consapevolezza del suo ruolo: “È anche vero che ancora si sentirà molto parlare di me, ci sono ancora pagine della mia storia che si devono scrivere”, aveva dettato in una lettera all’infiltrato del Sisde.

MESSINA DENARO FIANCHEGGIATORIMESSINA DENARO FIANCHEGGIATORIMESSINA DENARO FIANCHEGGIATORIMESSINA DENARO FIANCHEGGIATORI

 

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