paolo ungari

COLPO DI SCENA NEL GIALLO DELLA MORTE DEL PROFESSORE PAOLO UNGARI – I FAMILIARI DEL DOCENTE (MASSONE) DELLA LUISS, TROVATO MORTO IL 6 SETTEMBRE 1999 IN FONDO AL VANO DELL’ASCENSORE NEL PALAZZO DI UN EX PARLAMENTARE, CHIEDONO ALLA PROCURA DI RIAPRIRE LE INDAGINI: “NON FU UN INCIDENTE MA OMICIDIO” – IL MOVENTE SAREBBE DA RINTRACCIARE IN UN VIAGGIO CHE IL PROFESSORE ESPERTO DI DIRITTI UMANI (E CHE AVEVA RUOLI ISTITUZIONALI IMPORTANTI PER CONTO DEL GOVERNO D’ALEMA) AVEVA FATTO, POCHI GIORNI PRIMA DELLA TRAGEDIA, IN COLOMBIA E DEI DOCUMENTI “DELICATI E SENSIBILI” CHE AVEVA RIPORTATO DAL PAESE SUDAMERICANO – LA BORSA CHE CONTENEVA QUELLE CARTE, DOPO L’INCIDENTE, FU TROVATA VUOTA. COME MAI? COSA CONTENEVANO QUEI DOCUMENTI? CHI LI HA PRESI E PERCHE'? – VIDEO

https://mediasetinfinity.mediaset.it/video/realpolitik/un-mistero-italiano-il-giallo-della-morte-di-ungari_F314088601028C16

 

Alessandra Arachi per corriere.it - Estratti

 

La richiesta è netta: riaprite quel fascicolo, adesso c’è un movente per l’omicidio di Paolo Ungari. Uomo di legge, professore esimio, esperto di diritti umani, orgogliosamente massone. Ventisette anni dopo la sua morte violenta, i suoi familiari rivendicano la verità, non hanno mai creduto alla tesi ufficiale dell’incidente.

 

PAOLO UNGARI

E hanno presentato un esposto alla procura di Roma che adesso valuta la riapertura dell’indagine, sei paginette dense di motivazioni dove, appunto, brilla l’ipotesi del movente: il viaggio in Colombia che il professore aveva fatto pochi giorni prima della sua morte.

 

Paolo Ungari oggi è un’insegna sulla lapide di una tomba nel bel cimitero acattolico di Roma, accanto a nomi come Gramsci e Napolitano, Shelley e Keats, Camilleri, Gadda, Pontecorvo, Lindsay Kemp. La sera del 6 settembre 1999 era un cadavere nella tromba di un ascensore, sfracellato dopo un volo dal terzo piano di un palazzo umbertino all’ombra del Campidoglio.

 

«Tragico incidente» titolarono i giornali per giustificare la sua morte. E la tesi fu che Paolo Ungari era morto perché l’ascensore si era rotto e lui aveva aperto le porte su una cabina vuota. Un passo falso. E giù a precipizio fino allo schianto.

 

Senza spiegare come questo fosse possibile in un ascensore munito di sistemi di sicurezza. Qualche inquirente sostenne anche l’ipotesi che il professore fosse rimasto incastrato tra il secondo e il terzo piano e poi caduto giù dopo essersi divincolato in uno spazio non più largo di quarantotto centimetri.

 

(...)

 

PAOLO UNGARI

Era un lunedì, quel 6 settembre di ventisette anni fa. Dell’esimio professor Paolo Ungari non si erano più avute notizie dalla sera del 3 settembre, un venerdì di un torrido weekend che aveva svuotato Roma e anche il palazzo dell’ascensore, in piazza d’Aracoeli 12. Per la sua scomparsa i familiari lanciarono subito un allarme che rimase inascoltato fino alla drammatica scoperta del cadavere. Non è stato quello il loro unico allarme inascoltato.

 

Oggi la figlia Fabia ci riprova: chiede che la procura riapra indagini all’epoca chiuse, secondo molti, quasi senza essere state mai praticamente aperte. 

 

«Si è venuti a conoscenza di alcune circostanze che possono ragionevolmente far giungere gli inquirenti al movente...», è scritto nell’esposto. Nel maggio del 2003 il fascicolo sulla morte di Ungari era stato archiviato proprio perché un movente dell’omicidio non era stato trovato. A corredo del movente, nell’esposto ci sono anche le incongruenze, tante, che si erano affastellate nella stesura del fascicolo di indagini.

 

Paolo Ungari nel 1999 aveva ruoli istituzionali importanti per conto del governo di Massimo D’Alema. Ma era pure presidente della Commissione dei diritti umani e all’estero svolgeva anche attività per la Luiss dove aveva una cattedra di docenza. «Il possibile movente omicidiario è legato ai documenti che il professor Ungari aveva riportato dall’ultimo viaggio in Colombia», è scritto ancora nell’esposto dove si cita a testimonianza l’avvocato Carlo Russo, al quale Ungari si era rivolto per parlare proprio di quei documenti. Con la massima urgenza.

 

PAOLO UNGARI

Era uomo con un profondo senso dello Stato Paolo Ungari eppure quei documenti non li condivise con i suoi usuali contatti di lavoro: Presidenza del Consiglio dei ministri, commissione parlamentare, ambito accademico. Documenti «delicati, evidentemente sensibili».

 

A rivivere le ultime ore del professore viene da pensare che quei documenti fossero contenuti nella borsa che aveva con se quando entrò nello studio di Pasquale Bandiera, conoscenza di vecchia data, ex parlamentare e sottosegretario del Pri, anche lui nelle file della massoneria. Ungari arrivò alle sette di sera di venerdì 3 settembre in quell’appartamento al terzo piano del palazzo di piazza d’Aracoeli. Forse un po’ più tardi.

 

Di certo Bandiera dichiarò che Ungari dal suo ufficio era uscito alle otto, «suonava la sigla del telegiornale della sera», ricordò, aggiungendo, candidamente, che la borsa l’aveva trovata al secondo piano del palazzo il sabato mattina mentre partiva per il fine settimana a Sabaudia. Ma di questo non si era preoccupato: «Lui era distratto, aveva perso sei telefoni, perdeva le tesi dei suoi studenti. L’ho chiamato e gli ho lasciato un messaggio per dirgli che la sua borsa l’avevo io».

 

PAOLO UNGARI

Quella borsa venne trovata vuota. I documenti che Ungari voleva portare all’avvocato non sono mai più stati trovati. L’avvocato Russo era pronto a interrompere le ferie per ascoltarlo. Lo aveva sentito al telefono nel pomeriggio di venerdì: «Voleva parlarmi dei documenti trovati in Colombia». L’appuntamento lo aveva fissato subito, il lunedì. Quel lunedì 6 settembre 1999.

PAOLO UNGARI

 

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