roberto canessa alive disastro aereo sulle ande

LA VERA, INCREDIBILE, STORIA DI ROBERTO CANESSA, UNO DEI SOPRAVVISSUTI DEL DISASTRO AEREO SULLE ANDE DA CUI FU TRATTO IL FILM ''ALIVE''. OGGI SCRIVE UN LIBRO E RACCONTA - ''HO SENTITO L'AEREO FINIRE IN UNA TURBOLENZA, POI UN'ALTRA. POI UN SUONO ORRENDO. ERA UN'ALA CHE SI STACCAVA DOPO AVER COLPITO LA CIMA DELLA MONTAGNA'' - ''NON DIMENTICHERÒ MAI LA PRIMA INCISIONE, 9 GIORNI DOPO L'INCIDENTE. CON LAMETTE E PEZZI DI VETRO ABBIAMO TAGLIATO LA CARNE DEI NOSTRI AMICI. IL GIORNO DOPO ABBIAMO SENTITO DALLA RADIO CHE DOPO PIÙ DI 100 TENTATIVI, LE RICERCHE ERANO STATE SOSPESE''

 

Dago- traduzione degli estratti pubblicati dal ''Daily Mail'' del libro di Roberto Canessa e Pablo Vierci, I Had To Survive: How A Plane Crash In The Andes Inspired My Calling To Save Lives, edito dalla casa editrice Constable.

 

Guardo fuori dal finestrino dell'aereo, e qualcosa non va. Eravamo sicuramente troppo bassi. Le punte delle ali erano solo a pochi metri dalle frastagliate cime innevate delle Ande. Che diamine stava facendo il pilota?

roberto canessaroberto canessa

 

L'umore a bordo era fantastico - tutti i miei vecchi compagni della squadra di rugby riuniti per una partita in Cile. Stavamo ridendo e scherzando e cantando come ragazzini. Ma le cose avevano preso improvvisamente una piega terrificante.

 

Ho sentito l'aereo finire in una turbolenza. Poi un'altra. Il pilota cercava di tirarlo su e prendere quota.

 

 

Ma anche con i motori a tutta spinta, non avevamo abbastanza potenza. Un attimo dopo ci fu un suono orrendo. Era un'ala che si staccava dopo aver colpito la cima della montagna. Subito dopo un botto devastante, il suono del metallo che si accartoccia e una caduta in picchiata.

 

Sballottati come in un uragano. Mi sentivo stordito e provavo fortissime vertigini e mal di stomaco mentre il corpo dell'aereo toccava il lato innevato della montagna e cominciava a correre giù come una slitta (avrei poi scoperto che stavamo scivolando a 200 miglia orarie).

 

In quel momento ho realizzato che stavo per morire. Mi sono aggrappato al mio sedile così ferocemente che ho strappato via pezzi di tessuto con le mie mani. Chinando la testa, ho aspettato il colpo finale che mi avrebbe mandato all'altro mondo. Ma non è andata così.

 

Ci siamo fermati in maniera violenta. Il mio posto, cui ero ancora legato con la cintura di sicurezza, strappato via e schiacciato contro quello di fronte - una reazione a catena che non si è fermata finché tutti i posti non si erano accatastati contro la cabina di pilotaggio. Ma respiravo ancora. Ero vivo!

 

roberto canessa roberto canessa

Tutto intorno a me l'aria era piena di gemiti e grida dei feriti, satura dei miasmi del carburante. La fusoliera era aperta, lacerata su un lato, e la sua sezione di coda non c'era più. Dove prima c'erano parti dell'aereo, ora si vedevano solo montagne, e una bufera di neve sferzava tutto quello che ci circondava.

 

 

Come ombre dell'altro mondo, le teste e le mani cominciarono a muoversi. Qualcuno dietro di me spostò il groviglio di sedili e metallo che mi schiacciava. Mi voltai e vidi il mio vecchio amico Gustavo Zerbino - come me, uno studente di medicina.

 

Mi guardò come per dire: 'Sei vivo, anche tu!' Senza dire una parola, ci siamo chiesti: 'E adesso? Da dove si comincia?'

 

Insieme ci arrampicammo tra i rottami contorti e straziati dell'aereo. Molti avevano perso la vita. Altri erano stati orribilmente mutilati e feriti. Nella neve, ho pregato Dio affinché mi guidasse. L'istinto di darci da fare prese il sopravvento, e ci spinse a fare le prime mosse. Non c'era tempo per dubbi e domande. 'Questo è vivo... questo è morto', mormorava Gustavo mentre ci spostavamo lungo il rottame.

 

Il freddo era inimmaginabile. Dai 24 gradi durante il volo, ora erano 12 sotto zero. Abbiamo aperto i bagagli per prendere giacche e maglioni, e t-shirt da usare come bende. Gustavo e io abbiamo curato i feriti, sentito i battiti, consolato i sopravvissuti.

 

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Dio, sono esausto. Perché è così difficile respirare? L'aria era così rarefatta che riuscivo a malapena a pensare. Per la prima volta mi sono chiesto: 'Dove diavolo siamo? Come può un aereo, pieno di carburante, colpire un crinale della montagna e non esplodere? '

 

In quel momento, l'oscurità. In pochi minuti era calata la notte, buio come la pece. Abbiamo usato un accendino per farci luce, temendo di dare fuoco al carburante che permeava l'aria.

 

Le mie mani erano coperte di sangue dei morti e dei moribondi.

 

Distrutto, mi sono rannicchiato in un angolo e ho cercato di riposare. Pensando alla sfortuna di essere coinvolto in questo orrore inimmaginabile, ho chiuso gli occhi e, per la prima volta dopo l'incidente, controllato tutti i miei sensi.

 

Muovendo i miei stanchi muscoli e sentendo il mio corpo rispondere a tutti i comandi del mio cervello, ho cambiato idea. Ero, per un miracolo, completamente illeso. Nessuno sulla terra era più fortunato di me. E, di questo, sono ancora grato ogni giorno.

 

(...)

 

Il giorno di quell'incidente fatidico - venerdì 13 ottobre 1972 - ero uno studente al secondo anno di medicina all'università di Montevideo, Uruguay. Ero un fanatico del rugby e il fidanzato della bella figlia di un medico, Lauri Surraco.

 

Fino a quel momento, i miei amici e io avevamo vissuto in un universo privilegiato e prevedibile - studiavamo per diventare avvocati, ingegneri, architetti.

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La nostra squadra di rugby - composta dagli ex alunni del nostro liceo - il Christian Brothers College - aveva affittato il turboelica da 45 posti per trasportare noi, le nostre famiglie e i tifosi ad una partita a Santiago del Cile. Eravamo giovani, sani e felici.

 

Ma in una frazione di secondo tutti i nostri sogni furono fatti a pezzi. Eravamo stati gettati in un limbo spaventoso.

 

Quella prima notte sembrò durare per sempre. Mi sono svegliato pensando che fossi nel mezzo di un incubo, solo per scoprire che era tutto vero.

 

Quel che era sopravvissuto della fusoliera giaceva su un fianco nella neve, con otto finestrini rivolti al cielo e cinque premuti contro il ghiaccio sottostante. Cavi e fili pendevano dal soffitto.

 

Fuori era un vasto anfiteatro di spazio aperto. L'Argentina, secondo i miei calcoli, si trovava a est, mentre un enorme muro impenetrabile di montagne ci accerchiava sul lato occidentale. Diverse persone non sono sopravvissute alla notte, tra cui il co-pilota. Il mio amico Nando Parrado, che il giorno prima avevamo dato per morto, giaceva in un coma profondo. Dodici tra passeggeri e membri dell'equipaggio erano rimasti uccisi al momento dell'impatto.

 

Ma nonostante il nostro dolore e shock, non ci siamo lasciati sopraffare. Pur non avendo alcun contatto radio o telefonico, eravamo convinti che i soccorsi sarebbero arrivati presto.

 

Le autorità cilene sapevano, prima che l'aereo perdesse ogni contatto, che ci trovavamo ai piedi del loro Paese, a 100 miglia dalla nostra destinazione. E l'altimetro dell'aereo segnava 7mila piedi (2,100 metri, ma abbiamo poi scoperto che si trattava di un dato sbagliato: l'ago era andato in tilt nello schianto e la nostra altitudine era di gran lunga superiore).

 

Abbiamo radunato tutto il cibo che c'era a bordo. Anche se era molto poco, abbiamo razionato in parti uguali, e condiviso i vestiti che erano nei bagagli.

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Il peggio è passato, ci siamo detti. Non dobbiamo farci prendere dal panico. Dobbiamo rimanere forti per quelli che sono feriti gravemente.

 

Abbiamo formato un'enorme croce in mezzo alla neve con le valigie vuote, e con i piedi abbiamo tracciato un SOS che potesse essere visibile dal cielo. Eppure, non è apparso nessun aereo. Al calar della notte, ci siamo trascinati di nuovo dentro la fusoliera.

 

La mattina dopo abbiamo sentito un jet volare alto sopra le nostre teste, seguito da un aereo ad elica più piccola. Eravamo sicuri di aver visto il primo aereo fare una strana manovra con un'ala, come a voler segnalare di averci visto. Ci siamo messi a saltare e a gridare, e abbiamo pianto dalla gioia.

 

 

Ma i soccorsi non sono arrivati quel giorno né quello dopo, né dopo ancora. Mentivamo a noi stessi: ''Non è un salvataggio facile'', ci dicevamo; avranno bisogno di elicotteri. E 'solo una questione di tempo'.

 

In alto, sopra di noi, vedevamo la rotta degli aerei commerciali, pezzi di un mondo che andava avanti senza di noi.

 

Col passare dei giorni, la cabina distrutta smise di essere il relitto di un aereo e diventò un rifugio.

 

Delle 45 persone a bordo, 12 erano morte nello schianto e altre sei nei giorni successivi. Eravamo rimasti in 27, rannicchiati all'interno della cabina. Ma non eravamo più di questo mondo. Eravamo diventati creature di un altro pianeta.

 

 

(...)

 

 

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Le tempeste sulle Ande ci tenevano intrappolati nella fusoliera. La nostra squadra di rugby era diventata una famiglia, ci prendevamo cura l'un l'altro incondizionatamente e imparavamo a mettere insieme le nostre idee migliori.

 

Il nostro obiettivo comune era quello di sopravvivere - ma quello che ci mancava era il cibo. Avevamo da tempo esaurito le magre provviste trovate a bordo, e non c'era vegetazione o animali intorno a noi. Dopo pochi giorni abbiamo cominciato a sentire che i nostri corpi stavano consumandosi da soli. In poco tempo saremmo diventati troppo deboli per sopravvivere agli effetti del digiuno.

 

Sapevamo la risposta, ma il solo pensiero era tremendo.

 

I corpi dei nostri amici e compagni di squadra, preservati dalla neve e dal ghiaccio, contenevano vitali proteine che ci avrebbero permesso di sopravvivere. Ma come avremmo potuto farlo?

 

Per molto tempo ci siamo lacerati. Sono uscito fuori nella neve e ho pregato Dio affinché mi guidasse. Senza il Suo consenso, mi sarei sentito di violare la memoria dei miei amici, che avrei rubato le loro anime.

 

Ci chiedevamo se stavamo diventando pazzi anche solo a pensare una cosa del genere. Ci eravamo trasformati in selvaggi? O era questa l'unica cosa sensata da fare? In realtà, stavamo solo spingendo i limiti della nostra paura.

 

Javier Methol, che con i suoi 35 anni era il più grande del gruppo, ci disse che anche lui aveva pregato per avere un aiuto dall'alto. Secondo lui, Dio gli aveva detto di pensare alla Santa Comunione. Javier recitò i versi del Nuovo Testamento: 'Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo '.

 

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Speravamo che un miracolo si verificasse in tempo per evitare quello che ci sembrava una trasgressione orribile. Mai il passare del tempo aveva avuto delle conseguenze così raccapriccianti.

 

Ma la vera fame è atroce, istintiva, primordiale, e Dio era testimone del lamento delle mie viscere. Man mano che passavano i giorni, una risposta razionale emerse per calmare i miei timori e darmi una sorta di pace interiore.

 

Mi sono tornate in mente le parole che molti di noi - me compreso - avevano detto ad alta voce subito dopo l'incidente: se fossimo morti, gli altri avrebbero dovuto usare i nostri corpi per sopravvivere.

 

Per me era un onore dire che se il mio cuore avesse smesso di battere, le mie braccia e le gambe e muscoli avrebbero potuto contribuire alla nostra missione comune, che era quella di tornare a casa, vivi.

 

E oggi che sono un medico, non posso che associare l'evento - usare un corpo morto per continuare a vivere - con qualcosa che sarebbe stato realizzato in tutto il mondo nei decenni successivi: il trapianto di organi e tessuti.

 

Siamo stati noi a rompere il tabù. Ma il mondo lo avrebbe rotto insieme a noi negli anni a venire, e ciò che una volta era impensabile, è diventato un nuovo modo di onorare i morti.

 

A poco a poco, ognuno di noi è arrivato alla medesima conclusione. E quando lo abbiamo fatto, è stato irreversibile. E' stato il nostro addio all'innocenza.

 

Non saremo mai più stati gli stessi.

 

Non dimenticherò mai la prima incisione, nove giorni dopo l'incidente, ogni uomo solo con la sua coscienza, lassù tra quelle montagne infinite, in una giornata più fredda e grigia di qualsiasi altra.

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Quattro di noi - Gustavo, Fito Strauch, il mio caro amico Daniel Maspons e io - con una lametta o scheggia di vetro in mano, abbiamo tagliato via i vestiti a un corpo, senza neanche riuscire a guardarne il volto. Abbiamo steso le strisce sottili di carne congelata su un pezzo di lamiera. Ciascuno ha consumato il suo pezzo nel momento in cui se l'è sentita.

 

Il giorno dopo, il 23 ottobre, abbiamo sentito sulla nostra piccola radio a transistor che dopo più di 100 tentativi di trovarci, le ricerche erano state sospese.

 

 

L'anticipazione del libro - la valanga, i nuovi morti, il ritrovamento della coda, i soccorsi, continua qui:

 

http://www.dailymail.co.uk/news/article-3455568/Die-break-ultimate-taboo-Survivor-s-moving-account-Andes-plane-crash-victims-forced-eat-friends-bodies-story-haunts-world-40-years-on.html

 

 

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