giorgia meloni soldi euro

GIORGIA MELONI INCOLPA L’EUROPA, L’ISTAT E IL SUPERBONUS, MA LA COLPA DEL DEFICIT OLTRE IL 3% È SOLO DEL SUO GOVERNO – È STATO L’ESECUTIVO A INDICARE COME OBIETTIVO IL RAGGIUNGIMENTO ANTICIPATO DELL’OBIETTIVO, CHE AVREBBE FATTO USCIRE L’ITALIA DALLA PROCEDURA DI INFRAZIONE. MA UNA VOLTA PIAZZATA L’ASTICELLA, IL MEF AVREBBE DOVUTO CONTROLLARE LA SPESA PIÙ SCRUPOLOSAMENTE – LO SFORAMENTO NASCE DA UN ERRORE DI PREVISIONE, COMPENSATO SOLO IN PARTE DA UN AUMENTO DELLE ENTRATE, DERIVANTI DA IMPOSTE DIRETTE E CONTRIBUTI (5 MILIARDI INSIEME)

Estratto dell’articolo di Luciano Capone per “il Foglio”

 

giorgia meloni al summit europeo a cipro 1

Il decimale di deficit, anzi la “seconda cifra decimale” come si precisa nel Dfp, che ha trasformato un possibile trionfo in un concreto fallimento è tutto opera del governo Meloni.

 

Sul piano economico si tratta di una questione inesistente: un deficit al 3 per cento anziché al 3,1 per cento non avrebbe regalato alcun “tesoretto” da spendere dato che le regole europee prevedono un percorso pluriennale di aggiustamento che supera i vecchi parametri.

 

Restare o uscire dalla procedura per deficit eccessivo non dà alcun bonus formale e neppure sostanziale, nel senso che i mercati non prezzano un rischio diverso per un decimale. Ma uscire dalla procedura d’infrazione è, a un certo punto, diventato un obiettivo del governo: il simbolo di una politica di bilancio “prudente”, come ripete il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha permesso dall’inizio della legislatura di ridurre il deficit da un abnorme 8,1 per cento a circa il 3 per cento.

 

giorgia meloni giancarlo giorgetti antonio tajani foto lapresse

Quando nel corso del 2025, a causa di un aumento delle entrate, si è visto che il deficit sarebbe stato ben inferiore al 3,3 per cento inizialmente previsto, l’uscita dalla procedura d’infrazione con un anno di anticipo è diventato un risultato a portata di mano su cui ha puntato la comunicazione governativa.

 

Tanto che, nella legge di Bilancio, il governo aveva indicato il 3 per cento di deficit come target e, di conseguenza, l’uscita dalla procedura d’infrazione come risultato. Ma al Mef erano consapevoli che si trattava di un dato precario, visto che nel Dpfp di ottobre il deficit al 3 per cento era solo il frutto dell’arrotondamento di una stima del 3,04 per cento […].

 

In ogni caso, una volta posta l’asticella politica al 3 per cento, il compito principale del governo e del Mef sarebbe dovuto essere quello di controllare la spesa più scrupolosamente del solito per evitare brutte sorprese, dato che una manciata di milioni avrebbero potuto far superare la soglia autoimposta come obiettivo.

 

ursula von der leyen giorgia meloni conferenza sulla ricostruzione dell ucraina. foto lapresse

E invece no. Il paradosso è che, come certifica il governo nel Dfp, il 3,1 per cento è il risultato di un deficit al 3,07 per cento, ovvero 0,03 punti più del previsto: appena 600 milioni (598 per la precisione). Bastava davvero poco al governo per evitare di spararsi un colpo nei piedi.

 

Ma l’errore è molto più clamoroso di quanto possa apparire. Perché lo sforamento di appena 600 milioni è, in realtà, il prodotto di una spesa di 11,3 miliardi superiore alle stime tecniche della legge di Bilancio in gran parte compensata da entrate superiori al previsto pari a 10,7 miliardi.

 

Se si escludono 4,7 miliardi di euro, dovuti alla rimodulazione del Pnrr che compaiono sia tra le entrate sia tra le uscite, resta una differenza di circa 6 miliardi di maggiori entrate e 6,6 miliardi di maggiori uscite. Queste ultime, sostiene il governo nel Dfp, sono dovute in larghissima parte dovute all’ennesimo aumento imprevisto della spesa per il Superbonus che è costato altri 8,4 miliardi di euro.

 

CETRIOLONI PER L ITALIA - MEME BY EDOARDO BARALDI

Questo vuol dire che il mancato controllo della spesa da parte del Mef non è stato di 600 milioni, bensì undici volte maggiore. L’errore di previsione è stato in buona parte compensato da un altrettanto inaspettato aumento delle entrate, derivanti soprattutto da imposte dirette e contributi (5 miliardi insieme). Eppure non è servito a raggiungere il traguardo, perché l’extraspesa ha corso più veloce dell’extragettito.

 

Fa quindi un poco sorridere la polemica di Giorgia Meloni nei confronti dell’Istat […]

 

Ma l’aspetto paradossale è un altro: i 20 miliardi in più di pil nominale invocato da Meloni sono il numero magico che consente di far scendere il rapporto deficit/pil dal 3,07 per cento (e quindi 3,1) al 3,04 per cento (e quindi 3).

 

GIANCARLO GIORGETTI - FOTO LAPRESSE

In questo senso, hanno lo stesso valore matematico di 600 milioni di spesa in più: ma è proprio la falla nelle previsioni delle uscite che ha fatto saltare i conti al governo. In pratica, invece di reclamare non si sa su quali basi 20 miliardi in più di pil nominale, sarebbe bastato spendere 600 milioni in meno. In sostanza, il governo avrebbe raggiunto comunque l’obiettivo se solo l’errore di previsione della spesa fosse stato un decimo più piccolo. Così il traguardo autoimposto è diventato un danno autoinflitto. Chi è causa del suo male pianga se stesso.

 

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