UN 69 PER LO STREGA – IL KAMASUTRA? NO, IL TEST DI MCLUHAN APPLICATO ALLA CINQUINA FINALISTA (MANCA IL ROMANZO MIGLIORE, QUELLO DI BUSI)

Mariarosa Mancuso per "il Foglio"


1 - "LE COLPE DEI PADRI" DI ALESSANDRO PERISSINOTTO (PIEMME, 316 PP., 17,50 EURO)

Che avrà mai Alessandro Perissinotto per entrare nella cinquina del premio Strega con 69 voti, mentre il più bel romanzo italiano di quest'anno - "El especialista de Barcelona" di Aldo Busi - ne è stato escluso con miseri 18? Indaghiamo con il metodo suggerito da Marshall McLuhan, teorico della pagina 69. Una pagina abbastanza lontana dall'inizio, luogo dove lo scrittore mostra i muscoli e si esibisce (o almeno dovrebbe, se non conta sulla nostra pazienza, messa a dura prova - come sosteneva Massimo Troisi - dal fatto che a scrivere siete sempre di più e a leggere siamo sempre meno).

La pagina 69 di "Le colpe dei padri" (Piemme) - immaginiamo siano quelle che ricadono sui figli - consta di quindici righe soltanto. Si parla dell'esame di maturità, di una vocazione da veterinario, di un padre che dissuade il rampollo: "Gli aveva prospettato un futuro di poche soddisfazioni a curare yorkshire e siamesi infiocchettati da signore isteriche". Il giovanotto finirà per studiare ingegneria al Politecnico. Senza infamia e senza lode: la scrittura è di servizio, l'episodio non particolarmente drammatico. Nulla che somigli alla lettura "senza un attimo di respiro, senza un minuto di noia" che Perissinotto celebra sulla Stampa. Estendiamo la perizia a pagina 99, la pagina test suggerita allo stesso scopo dal romanziere Ford Madox Ford.

Uno che sapeva scrivere incipit così: "Questa è la storia più triste che abbia mai sentito". Mentre Perissinotto attacca il capitolo primo - "Ci vorrebbero le brigate rosse" - con la frase: "Questa storia inizia con un pugno in faccia e finisce con un colpo di pistola, o viceversa, secondo l'ordine che vogliamo dare alle cose, perché l'ordine è solo una convenzione e il tempo, che sembra allineare gli eventi lungo sequenze immutabili, talvolta si ritorce su se stesso come legno di vite".

Un bel punto dopo "pistola" era tutto guadagno: quel che segue suggerisce uno scrittore con ambizioni filosofiche sproporzionate al talento. Anche il narratore ha le sue idiosincrasie: sta seduto con un amico "in un bar alla moda, di quelli che non ci piacciono". Ora, se un libro aperto in pubblico - lo ricaviamo sempre dall'articolo sulla Stampa - funziona come "segno di appartenenza a una setta", la precisazione sul bar sito a piazza Vittorio fa lo stesso effetto. Caro lettore, so per certo che anche tu sdegni i bar modaioli. Non era esattamente questo che intendeva Charles Baudelaire nell'invocazione "mon semblable, mon frère".

2 - "RESISTERE NON SERVE A NIENTE" DI WALTER SITI (RIZZOLI, 316 PP., 17 EURO)
Delusione su delusione. Cercassimo un romanzo per l'estate finora non l'avremmo trovato. Eppure lo Strega fa vendere, o almeno così dicono gli scrittori che mai ammetterebbero di volerlo vincere solo perché è bello arrivare primi. Per i lettori, la fascetta giallina come il liquore sponsor funge da garanzia.

Uno degli aneddoti più gustosi in materia di librerie racconta un tizio che voleva "La solitudine dei numeri primi" dello stregato Paolo Giordano. Il libro era sul bancone, nudo senza fascetta. Il compratore lo rifiutò: ne voleva uno con la fascetta. "Guardi che sono uguali", disse il commesso. Il tizio non si fece convincere: "No, grazie, è per un regalo". Piena confessione.

"Resistere non serve a niente" di Walter Siti lo avevamo letto per intero - abbiamo questa brutta abitudine, quando dobbiamo fare un'intervista - molto prima che fosse candidato allo Strega. Ed è un gran bel romanzo. Può darsi che questo avvantaggi il candidato Siti rispetto agli altri, che potrebbero pretendere un bonus per compensare l'indebito vantaggio. Lo concediamo volentieri, riportando le primissime righe di pagina 69, senza neppure aspettare l'inizio di una frase: "col vespino riscuote i crediti dei cravattari proprietari della bisca, un ragazzino è meno sospettabile e se lo pistano vanno nei guai.

Una volta sola s'è beccato una lussazione alla spalla che però s'è rivelata una fortuna perché la fidanzata l'ha trovata lì, ha già diciott'anni e fa l'infermiera". Chiunque abbia un minimo di orecchio per la letteratura - orecchio relativo, non si pretende l'orecchio assoluto - capisce che per far girare le frasi così ci vuole talento. Un romanzo è fatto di trama e di lingua, e il lettore ha diritto a un minimo garantito.

Per compensare l'alto voto spettante a questa lingua gli altri concorrenti dovrebbero tirare fuori trame più avvincenti di quella costruita da Joël Dicker in "La verità sul caso Harry Quebert" (colpi di scena da dieci e lode, per 700 e passa pagine). In queste cinque righe, comunque, non è che non succeda nulla. Si passa dall'usura a un fidanzamento. Prima che la pagina 69 finisca c'è da trovare una casa a Roma, e compare una mamma. Oddio no, vuoi vedere che ora arriva la nostalgia? Ma neanche per idea.

"Per lui a dir la verità una casa valeva l'altra: non si era mai legato a quell'appartamento in cui era rimasto troppo solo, e il doppio cortile pieno di vecchi rincoglioniti lo detestava - si portavano giù le sedie a sdraio e lo trattavano come se avesse ancora sei anni". Spiace per gli altri, ma Siti è l'unico a superare la prova.

3 - "FIGLI DELLO STESSO PADRE" DI ROMANA PETRI (LONGANESI, 297 PP., 16,40 EURO)
Ci salveranno le donne? Mica detto. Romana Petri è entrata in cinquina con 49 voti, in terza posizione dopo Alessandro Perissinotto e Walter Siti. La pagina 69 di "Figli dello stesso padre" (Longanesi) illustra un quadretto di vita familiar-editoriale. Ma inventare qualcosa, mai? Raccontare vite che non sono le nostre, che non somigliano in tutto e per tutto a quella del romanziere, sembra fuori portata.

Celebriamo in questi casi lo scampato pericolo: se nell'età in cui si prendono i vizi avessimo letto solo certi romanzi italiani, saremmo orgogliosamente analfabeti, come chi tossisce alla prima sigaretta e non ci riprova più. Sappiamo che va di moda l'auto-fiction, ben nota alle fedeli lettrici della storica rivista Confidenze con la rubrica "Vita vissuta". Ma anche in questo caso non possiamo fare a meno di notare - soccorrono ancora gli articoli degli stregati usciti sulla Stampa - l'abisso tra le pretese che i magnifici cinque hanno come lettori e le loro più modeste prestazioni come romanzieri.

La lettrice Romana Petri cerca "la parola che ci faccia comprendere in maniera diversa e fatale ciò che prima avevamo inteso in un altro modo". La scrittrice Romana Petri non ne mette neanche una nella pagina 69 del suo romanzo: "La stanza dove lavorava era piena di carte. I dattiloscritti si accumulavano l'uno sull'altro. C'era sempre un gran via vai di traduttori, redattori e scrittori".

Succede in qualunque casa editrice, come su qualsiasi comodino sta la bottiglia d'acqua, e le pilloline contro l'insonnia, se una è insonne. "Il bello della lettura è anche lardellare", insiste Romana Petri, mentre la sua pagina 69 del libro va avanti piatta, senza neanche la sorpresa di un incongruo "lardellare" (in mancanza d'altro, falli secchi con una parola usata a sproposito: Margaret Mazzantini, vincitrice dello Strega e del Campiello, nonché Cavaliere della Repubblica italiana, fa proseliti).

Lei legge con il quadernino pronto e la matita, ragionando, interpretando e confrontando. In cerca di qualcosa da interpretare svicoliamo a pagina 99, può essere che McLuhan si sbagli, e che abbia ragione Ford Madox Ford. Televisione, divano, cucina al momento del "butta la pasta". Può essere che la trama e lo sviluppo dei personaggi richiedano la domanda "lunga o corta?". Può essere, ma a leggerlo così sembra uno di quei dettagli irrilevanti che i feuilletonisti di un tempo, pagati un tanto a riga, mettevano per tenere lontana la fine dall'inizio. Bravi sono gli scrittori che scelgono il dettaglio giusto.

4 - "NESSUNO SA DI NOI" DI SIMONA SPARACO (GIUNTI, 256 PP., 12 EURO)
A pagina 69 del romanzo di Simona Sparaco - "Nessuno sa di noi", Giunti - siamo in pieno dramma. "Meno male, almeno usciamo dalle piattezze del quotidiano", sussurra l'angioletto che dimora sulla nostra spalla destra. "Pericolo: libro che si vuole scottante e da dibattito", incalza il diavoletto che dimora sulla nostra spalla sinistra. Una coppia, un genetista, cure, trattamenti, scelte difficili. Ci stiamo addentrando in un terreno minato.

Un romanzo di cui nessuno valuterà i pregi e i difetti letterari, e se uno azzarda - peggio ancora: se una azzarda, anche tra i libri esiste la "cultura del piagnisteo" di cui parlava Robert Hughes - ottiene per sola risposta: come potete essere così cinici davanti a tanta sofferenza? Cinici siamo, inutile negarlo, ma anche disposti a piangere tutte le nostre lacrime leggendo "Lo scafandro e la farfalla" di Jean-Dominique Bauby (scritto con un battito di palpebra, una lettera alla volta: era l'unico movimento che il giornalista, completamente paralizzato, riusciva a fare).

Vale lo stesso per "La guerra è dichiarata", il film di Valérie Donzelli che racconta due genitori e la malattia di un bambino (la madre ha scritto il film, lo dirige e recita, l'ex compagno e padre del malatino rifà se stesso). Squilla il cellulare (se fossimo scrittori che non vogliono stupire con effetti speciali).

In "Nessuno sa di noi" è un "trillo assordante" che "interrompe questo sguardo impaurito che ci stiamo scambiando, come due clandestini un attimo prima di oltrepassare la linea di confine. Dopo la quale non ci sarà più ritorno, ma soltanto la morte o la libertà. O forse entrambe". Sul "forse entrambe" cediamo. Non ce la possiamo fare. Il mondo è incerto e complicato, ma abbiamo sempre pensato che toccasse agli scrittori mettere un po' d'ordine. "In questo libro pure la scelta di un capoverso è fondamentale.

Anche in uno spazio vuoto può esserci molto", dichiara Simona Sparaco in un'intervista. Suvvia, non esageriamo. Mica siamo Raymond Carver, convinto che un punto fermo sia l'arma più forte. Lo è se uno scrive come Carver. Meglio, se scrive come Carver editato da Gordon Lish, che da scrittore di racconti simili a tanti altri lo fece diventare unico. Tagliando. Per esempio, alla pagina 99 che abbiamo consultato come controprova, avrebbe tagliato le quattro righe che seguono la frase: "E' come sostare sul ciglio di una scogliera prima del tuffo". Non un picco di originalità, ma poteva bastare. I muscoli tesi, l'altezza della scogliera, la paura, sono precisazioni superflue.

5 - "MANDAMI TANTA VITA" DI PAOLO DI PAOLO (FELTRINELLI, 158 PP., 13 EURO)
La prima impressione conta, eccome se conta. Per nobilitare le nostre idiosincrasie abbiamo trovato conforto e sostegno nel saggio "In un batter di ciglia. Il potere segreto del pensiero intuitivo" di Malcolm Gladwell (meno New Age l'originale: "Blink - The Power of Thinking Without Thinking"). Le simpatie e le antipatie si decidono in un attimo, e se per tolleranza cerchiamo di contrastarle, capita sempre qualcosa che conferma l'intuizione di partenza. I nomi, per esempio.

Nei romanzi italiani sono sempre a rischio di ridicolo, si capisce che lo scrittore li sceglie per fare colpo. Lo sospettavamo da piccoli lettori fanatici, in anni di pratica abbiamo trovato poche eccezioni. "Moraldo" si chiama costui, a pagina 69 del romanzo di Paolo Di Paolo "Mandami tanta vita" (Feltrinelli). Si chiama Moraldo e "si schermisce", offrendo l'occasione per un altro sussulto di antipatia.

Andiamo avanti, la pagina stavolta è intera, non richiederà supplementi di indagine. Moraldo è in compagnia di una fanciulla, Carlotta. Scatta una fotografia, e il romanziere indugia sull'attimo fuggente: "Gli pare di avere compiuto un gesto piccolo dalla conseguenza enorme: lasciare impressa una traccia di lei, un'immagine di lei com'è in questo preciso istante, in questo istante appena passato e irrecuperabile".

Sì, lo sappiamo cosa sono le fotografie - si chiamano pure instantanee, guarda un po' -, abbiamo anche letto "La camera chiara" di Roland Barthes. Siamo persone informate sui fatti, un Moraldo che fotografa una Carlotta non impressiona più di tanto. Non impressiona neppure il discorso diretto senza i due punti, l'a capo, le virgolette d'ordinanza. "Moraldo risponde dopo una pausa che la n di no deve scalare come una montagna. N-no".

Cominciamo a capire, continuando a non apprezzare: per Paolo Di Paolo la letteratura deve complicare le cose semplici, ricamare sul nulla, indugiare sull'inutile. Colpo di scena: "Carlotta si scioglie le trecce. Lo fa con gesti minuti, rapidi". Suvvia, si scioglie le trecce, non è gesto che un lettore non riesca a immaginare. Il romanziere bravo dovrebbe star sempre un passo avanti a chi legge.

Qui capita il contrario: chi scrive rimane sempre un passo indietro, anche due o tre. Il protagonista pure: "Moraldo la guarda e resta ancora in silenzio, stordito dalla sequenza di domande che adesso saltano fra le pareti; disorientato da una scena che - nel fanatico, impenetrabile teatro di lei - non aveva previsto". Più disorientati siamo noi, all'idea di letteratura che hanno i giurati del premio Strega.

 

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