antonio padellaro

“LA COSA CHE MI FA PIÙ RIDERE È LEGGERE DAGOSPIA” –  ANTONIO PADELLARO FA OTTANTA E TROVA CONSOLAZIONE IN QUESTO DISGRAZIATO SITO: “TUTTE QUELLE LOCUZIONI CHE INVENTA, TIPO ‘MORTI DI FAMA’ MI FANNO SGANASCIARE: LA PERFIDIA DI DAGO NUTRE LA MIA, E LA PERFIDIA A VOLTE RALLEGRA” – IL NUOVO LIBRO, "QUANDO ERAVAMO FELICI": “FACCIO IL GIORNALISTA DAL 1967, QUANDO SONO STATO ASSUNTO ALL’ANSA, SU RACCOMANDAZIONE DI MIO PADRE. CHE TRA L’ALTRO QUANDO GLI HO DETTO CHE AVREI VOLUTO DIVENTARE GIORNALISTA, MI CHIESE: ‘SÌ, MA DI LAVORO, COSA VUOI FARE?’” – LA CHICCA SUL PADRE E I FRATELLI, TRE GRAND COMMIS E UN QUESTORE: “ANTONIO, MIO PAPÀ NAZARENO E GIUSEPPE, RISPETTIVAMENTE DIRETTORI GENERALI AI MINISTERI DELL’INDUSTRIA, DELL’ISTRUZIONE E DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO. ALLORA LA BUROCRAZIA STATALE CONTAVA MOLTO, E IO MI SENTIVO UN PRIVILEGIATO”

Estratto dell’articolo di Silvia Truzzi per “il Fatto quotidiano”

 

antonio padellaro in altre parole.

[...] Antonio Padellaro fa ottanta.

 

[...] è vero che il cuore resta ragazzo?

Nel mio caso assolutamente sì: penso di avere l’età di un vecchio e la maturità di un adolescente…

 

Hai raccontato molto della tua vita pubblica, nulla della tua vita privata fino a Quando eravamo felici, dedicato a tua moglie Paola, in libreria da giovedì.  C’è il vostro lunghissimo amore e anche la vostra giovinezza nella Versilia degli anni Sessanta. Com’era quel 1962?

ANTONIO PADELLARO - QUANDO ERAVAMO FELICI

Formidabile: basta pensare che fu l’anno del primo Centro-sinistra, della morte di Marilyn Monroe, della crisi dei missili a Cuba. La nostra letteratura era, come il cinema, sfavillante, la musica meravigliosa: vivevamo immersi in una bolla di bellezza. Avevamo Fellini, Visconti, il Gattopardo: e oggi? Meglio non fare confronti.

 

Hai scritto questo libro durante la malattia di Paola, che se n’è andata pochi mesi fa. Ti chiedi se si possono cancellare i bei ricordi quando fanno male: perché?

Ricordare il tempo della gioia – quando era tutto intatto, tutto possibile – è servito a me e anche a Paola. Quella domanda può sembrare assurda, in realtà non lo è perché i bei ricordi uno li tiene vicini quando fanno bene, ma possono anche fare un male boia. Quell’epoca ora è sospesa nel tempo del libro: lì i bei ricordi erano, sono e rimangono bei ricordi. E non fanno male.

 

C’è anche la famiglia Padellaro. Quattro fratelli, tre grand commis tra cui il tuo papà, e un questore.

C’era, su quelle spiagge, una concentrazione mai vista di alta burocrazia: Antonio, mio papà Nazareno e Giuseppe, rispettivamente direttori generali ai ministeri dell’Industria, dell’Istruzione e della Presidenza del Consiglio. Allora la burocrazia statale contava molto, e io mi sentivo un privilegiato.

 

ANTONIO PADELLARO MARCO TRAVAGLIO FURIO COLOMBO

Nel libro racconti del professore di Matematica che per disporvi nei banchi chiedeva “Che lavoro fa tuo padre?”.

Ai benemeriti padri gesuiti ti presentavi come ‘figlio di...’. E lì avevamo il figlio di Draghi, il figlio di Montezemolo, il figlio di De Gennaro. Se poi non eri particolarmente brillante a scuola, come capitava a me, essere ‘figlio di’ aiutava parecchio, non solo a essere in prima fila. Ma sono in debito con il professore di Letteratura del liceo, Mario Scotti, che mi ha indirizzato verso la scrittura.

 

antonio padellaro (6)

A proposito, da quanto fai il giornalista?

Dal 1967, quando sono stato assunto all’Ansa, su raccomandazione di mio padre. Che tra l’altro quando gli ho detto che avrei voluto diventare giornalista, mi chiese: ‘Sì, ma di lavoro, cosa vuoi fare?’. Il direttore era Sergio Lepri, un maestro di giornalismo.

 

Sembra impossibile da credere per chi ti ha avuto come direttore, ma un giorno tu sei stato convocato dal direttore…

L’avevo visto una mezza volta, Lepri. Vado e mi dice: ‘Sono rimasto molto negativamente colpito dal take in cui lei ha fatto scrivere all’Ansa che il Messico si trova nell’America del Sud mentre si trova nell’America del Nord. È un gravissimo errore’.

 

ettore bernabei amintore fanfani sergio lepri

Poi mi congeda: ‘È ora che lei cominci a brillare di luce propria’. Come dire, basta fare il raccomandato: una bella umiliazione. Fui tentato di mollare, anche perché era un’estate meravigliosa e in ufficio soffrivo. Invece quel primo ceffone, di cui sono ancora grato a Lepri, mi è servito tantissimo.

 

Cos’è il giornalismo per te?

Un mestiere fantastico, tanto che per molto tempo mi sono meravigliato che mi pagassero alla fine del mese. Ho avuto la fortuna di avere grandi direttori che mi hanno insegnato a tenere la schiena dritta.

 

Rimpianti?

marco travaglio antonio padellaro (3)

A lungo mi sono pentito di aver lasciato il Corriere, dove ero capo della redazione romana: pensavo di aver fatto la più grande cazzata della mia vita. E invece poi quella scelta mi ha portato a fare il vicedirettore all’Espresso, poi il direttore dell’Unità. E ancora dopo a fondare, con tutti voi, il nostro Fatto.

 

Una cosa che ti fa ridere?

Leggere Dagospia. Tutte quelle locuzioni che inventa, tipo ‘morti di fama’ mi fanno sganasciare: la perfidia di Dago nutre la mia, e la perfidia a volte rallegra.

 

Torniamo ai giornali: qual è il ricordo del Fatto a cui sei più legato?

Ne ho uno per ciascuno di voi. In generale il ricordo più bello è la prima sera: eravamo in apnea perché non sapevamo se il giornale sarebbe vissuto e per quanto. Quando sono arrivate le foto delle edicole romane in cui c’era il cartello ‘Il Fatto Quotidiano è esaurito’, be’ è stato un momento irripetibile. Eravamo veramente una ‘sporca dozzina’ e stavamo in due camere cucina, con i colleghi che scrivevano per terra perché non c’erano abbastanza scrivanie...

 

[...] Travaglio: risposta a piacere.

antonio padellaro maratona mentana

Adesso ci vediamo un po’ meno, ma ci sentiamo molto spesso. Telefonata fissa la domenica: ci facciamo delle gran risate leggendo i titoli di alcuni giornaloni, come li chiama lui. Mi piacciono moltissimo queste telefonate perché non servono a niente, solo alla gioia di parlare con un amico. A queste nostre chiacchierate non rinuncerò mai, sono troppo importanti per me.

 

Hai la stessa età della Repubblica: come state, entrambi?

quotazione del fatto quotidiano marco lillo antonio padellaro peter gomez cinzia monteverdi marco travaglio

Parliamo della Repubblica, che secondo me non sta malissimo. Ha resistito alle ruberie della politica, alle Br, all’eversione nera, alle stragi, alla mafia: malgrado tutti questi flagelli che avrebbero messo in ginocchio qualsiasi altro paese, l’Italia va avanti. È una vecchia signora con meno talenti e meno spinte ideali, ma molto coriacea.A dispetto della grammatica giornalistica, correndo il rischio di una sgridata, l’ultima riga è nostra: buon compleanno Antonio. E grazie, per tutto da tutti noi.

antonio padellaro foto di bacco (3)antonio padellaro a piazzapulita 1carlo freccero e antonio padellaroantonio padellaro foto di bacco

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