francesco baccini

“LA CANZONE D'AUTORE, ORMAI È UN RICORDO, UNA COSA DI FINE NOVECENTO. DOPO SAMUELE BERSANI, SOLO MANIERISMO” -  FRANCESCO BACCINI APRE LE VALVOLE: “MAI GUARDATO SANREMO. IN TV LA MUSICA È UN SIPARIETTO PER FARE UNA GARA. UNA VOLTA C'ERANO ARBORE E MASSARINI A FARE INDICAZIONI SULLA MUSICA DI QUALITÀ, OGGI QUESTA COSA È SOLO UNA ROTTURA DI COGLIONI – MUSIC FARM? NON RIFAREI UN REALITY: MI ACCORSI SOLO QUANDO ERO DENTRO CHE ERA UNA GABBIA E SONO IMPAZZITO” – IL BRANO DEDICATO A FRANCO CALIFANO: “ERA OMBRA E LUCE, COME TUTTI GLI ARTISTI UN PO' MALEDETTI – VIDEO

Franco Giubilei per “la Stampa” - Estratti

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francesco baccini

Francesco Baccini se ne andò da Milano dopo il 2000 per ritrovarsi in una cascina vicino Lecco, dove da buon genovese si è imbattuto in «quel surrogato del mare che è il lago», lasciandosi alle spalle la metropoli lombarda «e il suo gran bordello»: «negli anni Novanta, quando ci stavo io, era già una città di uffici, moda e business, roba di cui a me non frega niente. La metropoli bohémienne era già sparita da un pezzo e ora a Milano ci vado solo per prendere il treno. Di certo non mi manca». 

 

Oggi il suo nuovo progetto musicale lo mette a confronto con Franco Califano, niente di più lontano da lui, a prima vista: legato a un immaginario di night club fumosi e belle donne il "Califfo", oltre naturalmente alle canzoni memorabili scritte per sé e per altri, figlio legittimo della stagione d'oro dei cantautori Baccini.

 

Eppure, il legame personale e artistico esiste ed è pure forte, tanto che l'artista genovese ha deciso di dedicargli una canzone del suo progetto Nomi e cognomi 2, prosecuzione ideale del suo album di maggior successo, Nomi e cognomi, uscito nel 1992. Un pezzo dopo l'altro - Franco Califano è appena uscita e il video è disponibile online -, i brani andranno a comporre un album in uscita entro la fine di quest'anno. 

 

Come le è venuto in mente di rendere omaggio a Califano? Apparentemente non avete nulla in comune. 

francesco baccini dolcenera

«Sì, siamo due mondi lontanissimi, ma quando l'ho conosciuto di persona mi è stato subito simpatico: prima lo immaginavo come quello che fa il duro, che fa il figo, poi lo incrociai durante un festival di Sanremo dove ero andato ad accompagnare De André, era l'ultimo anno che ci cantava sua moglie Dori Ghezzi. Un giorno nella hall dell'albergo arrivò Califano e ci presentammo». 

 

Poi vi siete conosciuti meglio, com'è andata? 

«Me lo sono trovato per caso una sera a Roma in trattoria, abbiamo mangiato insieme ed è nato un rapporto confidenziale, perché lui era una persona verace: ci siamo annusati e ci siamo capiti. Non l'ho mai considerato come un cantautore, anche per un discorso politico, era più un autore, si pensi solo a una canzone come Minuetto. Era ombra e luce, come tutti gli artisti un po' maledetti. Nel pezzo che gli ho dedicato racconto il tormento e l'estasi nel trovare la strofa, fino alla gioia di riuscire a fare una canzone». 

 

francesco baccini dolcenera

C'è anche la nostalgia di un tempo ormai andato in cui la canzone d'autore italiana ha vissuto il suo periodo più creativo? 

«No, io sono l'essere meno nostalgico del mondo, non vorrei mai tornare agli anni Settanta, che erano anni tristi, bui, tutti incazzati… A Genova allora c'erano le Brigate rosse, attentati, posti di blocco, non si rideva mai. 

 

Era il periodo dei cineforum e dei film con i sottotitoli in caratteri cirillici seguiti dal dibattito… Da una parte era anche utile, perché ero pigro a leggere e se a quei tempi non leggevi diventavi un emarginato. E ho anche ascoltato centomila dischi». 

 

Quali altri nomi e cognomi possiamo aspettarci? 

«Era già uscito Matilde Lorenzi, di cui mi aveva colpito la morte a soli 19 anni, in allenamento, una beffa incredibile, e che era anche nella musica di un docufilm su Kristian Ghedina. Gli altri pezzi dell'album li snocciolerò a un mese e mezzo di distanza l'uno dall'altro». 

 

Uno sarà per Freak Antoni, l'ex front man degli Skiantos morto dodici anni fa, perché l'ha scelto? 

«Era il primo e l'ultimo punk che c'è stato in Italia, non tanto in senso musicale, ma perché era un provocatore. Ho avuto tre amici fra i miei colleghi e non posso più chiamarli, dato che non ci sono più: De André, Jannacci e Freak. Con Freak passavamo le notti insieme al telefono, gli ho fatto conoscere la parte ironica di Tenco, che lui non conosceva». 

 

Come si riallaccia il progetto Nomi e Cognomi 2 al disco del ‘92? E perché proprio adesso? 

«Le cose arrivano quando devono arrivare, già tempo fa mi chiedevano quando avrei fatto il numero 2, ma io non faccio canzoni a comando, che è poi il motivo per cui me ne andai da una major, la Warner: per contratto avevo l'obbligo di fare un disco ogni anno e mezzo, ma questo per me non è mai stato un lavoro. Anche prima di diventare famoso, quando ho dormito in macchina per un anno, a Milano, il mio ultimo pensiero era vendere». 

dolcenera baccini

 

Lo ha guardato il festival di Sanremo? 

«Ma lei mi vuole male..? Non l'ho mai guardato in vita mia e non l'ho guardato neanche stavolta. Il mio nome lì in mezzo non ce lo vedo neanche… Per me Sanremo è il Premio Tenco, che è nato proprio per dare spazio all'altra musica. È come il cinema, se non mi piacciono i film di Pierino non vuol dire che sia uno snob, è che ormai qualsiasi cosa non sia completamente stupida passa per colta». 

 

In passato partecipò a un reality e le scappò pure una bestemmia, pentito di quell'esperienza? 

«Ho fatto Music Farm nel 2005, una cosa che non rifarei, anche se rispetto al panorama attuale spicca. In realtà mi accorsi di che cos'era un reality soltanto quando mi ci sono trovato dentro: era una gabbia e sono impazzito. Più in generale, in tv la musica è un siparietto per fare una gara. Una volta c'erano Arbore e Massarini a fare indicazioni sulla musica di qualità che potevi seguire o meno, oggi questa cosa è solo una rottura di coglioni. In ogni caso ho smesso di vedere la tv negli anni Novanta». 

francesco baccini 1

 

Cosa ne pensa della musica italiana attuale? 

«La musica nera è finita col rap, così come la bianca è finita col punk, poi da qualche decennio ci sono i sottogeneri. Non c'è niente di italiano che ascolti, e anche qui non c'è snobismo.

 

E mi dispiace pure, perché mi sono rotto di ascoltare cose vecchie. Quanto alla canzone d'autore, ormai è un ricordo, come tutte le cose ha un inizio e una fine: per come la intendiamo noi, è una cosa di fine Novecento. L'ultimo cantautore è Samuele Bersani, perché ha saputo dare un'impronta riconoscibile. Dopo di lui, solo manierismo». 

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