IL CINEMA DEI GIUSTI - BAMBINI RAPITI NELLA BIGOTTA PROVINCIA AMERICANA: “PRISONERS” È MOLTO PIÙ DI UN THRILLER

Marco Giusti per Dagospia

Prisoners di Dennis Villeneuve.

Attenzione bambini in pericolo! Mettiamoci anche, bambini in pericolo nella profonda, bigotta, provincia americana, dove i genitori dei bambini rapiti possono essere cattivi quanto i rapitori e dove tutti rischiano di essere malvagi. Diciamo subito che stavolta, a differenza dei tanti film coi bambini rapiti, non si capisce nulla quasi fino alla fine del film e questo per un thriller è veramente il massimo.

Solo che questo Prisoners diretto da un regista di un certo livello come il canadese Denis Villenueve, già autore di Incendies e dei meno noti Polytechnique e Maelstrom, scritto con precisione maniacale da Aaron Guzikowski e interpretato da un castone comprendente Hugh Jackman, Jake Gillenhall e Maria Bello, con le sue due ore e mezzo di durata (troppo, vero?) vorrebbe essere molto di più di un semplice thriller.

E infatti lo è, perché presto non capisci più chi siano davvero i prigionieri del titolo. In un paesino ultracattolico dove ci si riunisce con le famigliole il giorno del Ringraziamento per mangiare il tacchino, le bambine di due amici, il machissimo carpentiere e cacciatore Keller Dover, cioè un Hugh Jackman con una sola espressione alla Wolverine, e il più tranquillo Franklin Birch, cioè Terrence Howard, rispettivamente sposati con le bravissime Maria Bello e Viola Davis, scompaiono misteriosamente, forse rapite da un uomo in un camper.

Quando il detective Loki, un grande Jake Gyllenhall pieno di tatuaggi e con qualche problemino, ritrova il camper e ne cattura il guidatore che, vedendosi accerchiato, è scappato andando a battere contro gli alberi, si trova davanti il giovane Alex, il Paul Dano di Il petroliere, quasi incapace di intendere e di volere, che vive da una zietta stravagante, Melissa Leo. Dopo ore di interrogatori infruttuosi, Loki è costretto a rilasciarlo, contro il parere di Keller, che ha già deciso che la polizia non vuole davvero andare fino in fondo e per salvare la sua bambina dovrà risolverla da solo.

Rapisce così Alex, lo rinchiude nella casa dove si è ucciso tanti anni fa suo padre poliziotto, e inizia a torturarlo sul modello Guantanamo, chiedendo all'altro padre, Franklin, di dargli una mano. Così, mentre Loki fa le sue ricerche e trova tutta una serie di possibili maniaci della contrada, un prete assassino, un pedofilo sconvolto ossessionato dai labirinti, Keller, sorta di superfascista di provincia prova la strada della tortura faidate col povero Alex Jones, che magari qualcosa sa davvero. O no? Tutto il film è giocato appunto sul coinvolgimento dello spettatore nelle strade aperte dal film, la ricerca delle bambine secondo i metodi investigativi di Loki e secondo i metodi alla Liam Neeson di Keller.

Se la moglie di Keller inizia presto a dare i numeri, la moglie di Franklin, decide di seguire senza farsi coinvolgere la strada del pazzo torturatore. Anche se nessun critico lo ha scritto, sembrerebbe un film politico sull'America di fronte a Guantanamo e alle tante situazioni orrende di prigionia e tortura. Il personaggio di Jackman ha anche costruito in cantina una specie di rifugio fornitissimo preparandosi a un dopo invasione musulmana o aliena o zombesca.

E' un pazzo fanatico che si muove in un mondo pieno di maniaci religiosi. Senza svelarvi il finale, diciamo che è un thriller un po' lungo, ma ben costruito, benissimo fotografato da Roger Deakins, direttore della fotografia di quasi tutti i film dei Coen, e con un grande cast. Certo, non ha le ambizioni da festival e da Oscar di Incendies. In sala dal 27 ottobre.

 

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