DIECI ANNI DI CAZZEGGIO - LA PARABOLA DI FACEBOOK, DA SOCIAL NETWORK PER I GIOVANISSIMI A DROGA QUOTIDIANA, DOVE TUTTI METTONO IN VETRINA QUANTO SONO BELLI E FIGHI (VECCHI COMPRESI)

1. MENZOGNE E VOLGARITÀ, L'ALTRA FACCIA DEL SOCIAL
Tommaso Labranca per "Libero quotidiano"

Facebook compie dieci anni, ma solo negli ultimi cinque si è diffuso come veicolo di menzogna, luogo in cui poter essere ciò che non si è. Per questo Facebook ha ucciso Second Life, dove il gioco della finzione era dichiarato. L'abilità sta nel trasformare lo squallore in esclusività e follia. Il post dell'amica zitella che al sabato sera scrive «finalmente il lusso di una serata tutta per me, tra musica, un bagno caldo, profumi esotici e telefono staccato» va tradotto così: «Nemmeno questa sera mi hanno invitata a uscire e sto guardando "Ti lascio una canzone" dopo aver sistemato alla meglio lo scarico del water che è esploso, mentre i vicini cingalesi pare stiano cucinando dei cadaveri e mi è pure finito il credito del cellulare».

Fossero solo le menzogne. Facebook in questi pochi anni si è rivelato la migliore palestra dove esercitarsi nei sei vizi capitali. Certo, i vizi capitali sono sette, ma su Facebook ce n'è uno, l'avarizia, che non ha cittadinanza. Quic onducono tutti vite splendide e dispendiose. Tutti impegnati a farsi gli autoscatto ai tropici con i muscoli in evidenza. O con gli occhialoni da sole davanti a un'infinita serie di gate negli aeroporti di tutto il mondo.

O, ancora, in qualche locale esclusivo, insieme ad amiche con la stessa capigliatura bionda e liscia, magari mostrando la lingua con il piercing. Questo tipo di foto è molto ricercato dai cronisti quando la proprietaria dell'account finisce coinvolta in un caso di "nera". Gli altri, quelli che non riescono nemmeno a fingere un alto tenore di vita, si danno all'invidia. Non lanciano proclami che inneggiano alla decrescita felice, ma si iscrivono a quelle sempre più numerose pagine in cui si fomenta l'odio verso la Casta strapagata.

Nei loro volgarissimi post, questi individui non sognano una ripartizione più equa delle ricchezze, ma un semplice passaggio nelle proprie tasche di tutto quel denaro, che poi dilapiderebbero in fuoriserie, cocaina, vacanze da cinepanettone e notti con quelle stesse donnine che insultavano quando vedevano al fianco di qualche anziano premier. Il passo dall'invidia alla lussuria è breve su Facebook.

I fastidi più grandi però vengono causati dalla mole di foto che inseriscono quelli che cedono alla gola e all'accidia. I primi vivono per mettere online le immagini di qualunque piatto abbiano divorato, con la certezza che al mondo interessi sapere che «ho fatto colazione con pane al sesamo, caffè turco e uova». Perché su Facebook ci si deve sempre distinguere e il cappuccino con la brioche surgelata del bar si lascia alla massa.

Peggio ancora sono gli accidiosi, quelli che, negli uffici, rubano lo stipendio perché passano le giornate inserendo decine di brutte foto della propria brutta prole travestita da Principessa Disney o da motociclista. Mamme e papà convinti che i propri pargoli siano i più belli e i più furbi. Succedeva anche ai tempi di Cornelia madre dei Gracchi, ma almeno quella non postava ogni giorno cinquanta foto dei suoi gioielli. Io sono particolarmente infastidito dalla categoria dei superbi, soprattutto quelli di ambito intellettuale.

Facebook accoglie un numero straordinario di scrittori e poetesse che inseriscono come immagine del profilo la copertina, solitamente pessima, del proprio libro stampato per qualche editore truffaldino a pagamento. E nel diario ecco tutta una serie di autocitazioni, alternate a strali contro gli scrittori di successo, bollati come ignoranti, mentre loro sono geni misconosciuti. Sono quelli che ti mandano almeno cinque inviti giornalieri alle loro presentazioni in qualche bar rionale, «modera la professoressa dottoressa Concetta Lo Moscio» o aletture collettive di"autori emergenti" al circolo Magna Grecia 2000.

Eh sì: gli intellettuali superbi sono per lo più del sud. Al nord si trovano più spesso gli iracondi. Gente che senza un preciso motivo ti insulta, anche se non ti conosce. Ti insulta se sa che ti radi, che possiedi il televisore, che non ti convince il fumettaro trentenne di moda, che non ti è piaciuto il polpettone candidato agli Oscar. Li cancelli, ma è inutile: sono una massa infinita. L'unica via di uscita sarebbe abbandonare Facebook. Purtroppo l'umanità reale non è migliore di quella virtuale. E sui social network almeno esiste la funzione "blocca utente".


2. I 10 ANNI DI FACEBOOK, IL SOCIAL DEI TEENAGER CHE ORA HA CONQUISTATO PERSINO I NONNI
Riccardo Luna per ‘La Repubblica'

Poche storie, Facebook ha vinto. Il suo fondatore, Mark Zuckerberg, con 24 miliardi di dollari guadagnati a 29 anni, è diventato il più giovane riccone del mondo e continua a farsi fotografare con la felpa grigia col cappuccio come quando si trasferì nel quartiere universitario di Palo Alto, nel 2005, e si aggirava per gli uffici della Silicon Valley con i sandali infradito e un biglietto da visita con la scritta "I'm CEO, Bitch. Sono un amministratore delegato, puttana!".

Il titolo azionario, che pure il 18 maggio 2012 partì a picco fra i lazzi di tanti sapientoni analogici, oggi a Wall Street ha un market cap, una capitalizzazione, di 138 miliardi di dollari e se continua così diventerà la società che, nella storia, ha raggiunto il tetto dei 150 miliardi nel più breve tempo dalla quotazione in Borsa (il record è di Google, tre anni). E tutto ciò perché questo social network che tanti hanno snobbato, deriso, criticato, preconizzandone la prossima, imminente, inevitabile fine, è entrato nelle nostre vite forse più di ogni altro pilastro del web.

Persino più di Google per certi versi. La differenza con il motore di ricerca è semplice e segna un passaggio epocale del web: dalla rete di computer degli inizi alla rete di persone di oggi. Il famoso web 2.0. Insomma siamo noi che abbiamo reso Facebook quel che è diventato mettendoci dentro le nostre vite, i nostri cambi di umore, le nostre foto, e addirittura i nostri sentimenti se un like si può in qualche modo avvicinare ad uno stato emotivo. La fine della privacy, di cui tanto si parla giustamente con preoccupazione, ha un inizio preciso: la notte del 4 febbraio 2004, quando questo sito venne messo online da un personal computer di un dormitorio di Harvard.

Oggi che si festeggiano i dieci anni esatti da quel primo clic, oggi lo possiamo dire senza timore di passare per esagerati: noi siamo diventati (anche) Facebook e Facebook è diventato un pezzetto della vita quotidiana di molti di noi (non tutti, certo: un miliardo e 230 milioni, un essere umano su cinque). E se a qualcuno tutto ciò sembra una sparata tecno-entusiasta, replicate con due esempi.

Ogni secondo vengono aggiunti 41 mila aggiornamenti di status. Provate a visualizzarlo: ogni secondo, 41 mila persone raccontano come stanno. Di più: lo scrivono, lo dicono agli amici, lo immortalano per i posteri. E ogni minuto esprimiamo 1.8 milioni di "mi piace" (l'unico che regge il confronto in questo è Google, con 2 milioni di ricerche al minuto). Tutto ciò può piacere (no, non serve cliccare) o non piacere ma è esattamente il motivo per cui Facebook ha vinto. Anzi, ha stravinto. Ma per riuscirci è cambiato. Ha cambiato pelle tante volte.

Ha inserito molti nuovi servizi (e la metà li ha cancellati in fretta perché non funzionavano: è la cultura hacker, "prova e se non va cancella e riprova"); si è adeguato al fatto che oggi la maggior parte delle persone va su Internet con il telefonino e non con il personal computer (questa storia per molti esperti doveva essere la tomba di Facebook: "Zuckerberg non riuscirà mai a monetizzare gli accessi mobile", si diceva. E invece il 29 gennaio scorso è stato annunciato che per la prima volta i ricavi pubblicitari da mobile e tablet hanno superato quelli da pc; merito, va detto, del suo braccio destro, la tostissima Sheryl Sandberg).

Ma il vero cambiamento è un altro. È un qualcosa di più profondo. Il social network inventato da un teenager in crisi amorosa, è diventato indispensabile per i nonni. Sì, i nonni. Le generalizzazioni sono sempre sbagliate ma ha molto senso dire che oggi più che un luogo dove rimorchiare la compagna di banco, Facebook è uno strumento utilissimo per combattere la solitudine della terza età (e per il marketing delle aziende ovviamente). In qualche misura lo dicono anche i dati.

Da qualche mese ormai si dice che gli adolescenti preferiscano altre forme di comunicazione istantanea tipo whatsapp. In parte è vero, e lo conferma l'inutile corte serrata che Zuckerberg ha fatto per comprare il servizio di condivisione di foto che scompaiono in fretta, Snapchat (tre miliardi di dollari non sono bastati).

Ma non c'è una fuga dei giovani da Facebook. C'è al contrario un innamoramento degli "anziani". È un fenomeno mondiale ma la cosa è ancora più evidente in Italia che non a caso è uno dei paesi con la popolazione più anziana del mondo. Ebbene, secondo i dati dell'osservatorio del blogger Vincenzo Cosenza, nel 2008, quando c'erano un milione di utenti italiani, il 40 per cento aveva meno di 24 anni.

Oggi che gli utenti sono 26 milioni quella percentuale è scesa al 29 per cento e la fascia di età più rappresentata è quella tra 36 e 45 anni (21 per cento). Ma il dato più interessante è un altro: nello stesso periodo gli over 56 sono passati da 12 mila a due milioni 236 mila. Insomma, nella fascia di età in cui gli italiani di solito non usano la rete, più di due milioni di persone hanno "scoperto" il web grazie a Facebook che quindi ha involontariamente svolto un lavoro incredibilmente utile nel combattere l'analfabetismo digitale.

Tutto ciò è avvenuto in un paese dove non si è persa mai una occasione per lanciare grida d'allarme contro Facebook: dal 2008, quando il presidente del Senato diceva che qui si alimentava una cultura dell'odio simile al terrorismo degli anni '70, ad oggi l'atteggiamento di gran parte della classe dirigente non è molto cambiato. Si confonde il fatto che se qualcuno apre un gruppo per inneggiare a Totò Riina non è colpa della rete ma del fatto che in Italia c'è ancora la mafia per esempio. Eppure, in questo clima, Facebook ha resistito. Ha sbancato. E l'impressione è che durerà ancora a lungo.

 

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