sergio rubini

“IL CINEMA NON È SOLO UNA QUESTIONE DI SOLDI” – SERGIO RUBINI SI RACCONTA E PARLA DI TAX CREDIT: “CI HANNO RIMESSO GLI ARTISTI, PERCHÉ È STATA FATTA UNA POLEMICA POLITICA PER COLPIRCI, PER FAR SEMBRARE CHE GLI ATTORI O I REGISTI SI FREGASSERO I SOLDI PUBBLICI” (MA LO HANNO INFORMATO DELLE PRESUNTE TRUFFE, DEI SOLDI DATI AL DOC DI CORONA O DEGLI 800 MILA EURO FINITI NELLE TASCHE DI QUELLO SVALVOLATO DI FRANCIS KAUFMANN, CHE SI FINGEVA REGISTA CON IL NOME DI REXAL FORD ED E’ ACCUSATO DI AVER UCCISO LA COMPAGNA E LA LORO FIGLIA DI 11 MESI?) – LA MAGREZZA (“PENSAVO FOSSE UN LIMITE PER FARE CINEMA. QUANDO FACEMMO AL LUPO, AL LUPO CARLO VERDONE MI DISSE: ‘MA PO’ ESSERE UN ATTORE MAGRO COME UN CHIODO?’), FELLINI: “VORREI RIMONTARE IL FILM 'LA BIONDA' CON IL FINALE ORIGINALE, QUELLO CHE VOLEVA FELLINI. E VEDERE COME VA…”

 

Alberto Infelise per la Stampa - Estratti

 

sergio rubini

Quando parla, Sergio Rubini racconta. (...) Per me il cinema nasce con un desiderio che coincide con il mondo femminile. Quando ho fatto il mio primo film da regista, La stazione, ero in cerca della mia maturità. Ho nutrito una forma di inadeguatezza nei confronti di quell’immagine di donna che prendeva il cuore e destinava chi la desiderasse ad andare a sbattere».

 

La stazione, uscito nel 1990 con Margerita Buy ed Ennio Fantastichini, è il primo film di un regista sconosciuto che quell’anno vinse ogni premio disponibile in patria. Eppure lei doveva fare l’attore.

 

«Avevo studiato all’Accademia, anche se ne ero uscito prima di diplomarmi. Avevo recitato con Sergio Citti, con Federico Fellini, avevo fatto il protagonista con Andrea De Carlo. Ma a un certo punto avevo capito che non mi avrebbero più chiamato. C’era stato all’inizio un certo interesse verso di me, ma poi tutto era finito. Nessuno mi chiamava. Ero già morto».

 

Però ha la sfrontatezza di proporre un’idea come La stazione.

«A dire il vero chi è stato sfrontato è Domenico Procacci, il produttore che aveva appena fondato Fandango. È lui che si è buttato su La stazione come primo film della sua casa di produzione. Io mi sentivo un imbucato, ma lui mi disse: lo dirigi tu».

 

E quindi, che successe?

carlo verdone sergio rubini

«Con Procacci avevamo fatto insieme un altro film, Il grande Blek, lui era produttore per la Vertigo. Ma decise di mettersi in proprio e fondare Fandango proprio per fare La stazione. Iniziammo a lavorare ma poco dopo ci arrivò la telefonata che ci diceva che non avremo ottenuto i finanziamenti pubblici dell’articolo 28. Una tragedia. Il film era morto prima di nascere. Invece squillò il telefono, era Domenico. Partiamo con il film, disse, poi vediamo che succede. La verità è che la botta di grande coraggio ce l’ha avuta lui, fa parte del suo modo di affrontare la vita. Se devi attraversare il deserto, Domenico è un buon compagno di viaggio».

 

Nei suoi primi film c’è una sorta di esposizione della fragilità maschile.

vita da carlo quarta stagione - carlo verdone e sergio rubini

«Volevo raccontare la fragilità dei miei personaggi, ma non per farne un discorso universale. Lì c’erano proprio il mio sangue, le mie paure, le mie incertezze. Ho pensato che la mia stessa magrezza fosse un limite per fare cinema. Quando facemmo Al lupo, al lupo Carlo Verdone mi disse: “Ma po’ essere un attore magro come un chiodo?”.

 

Questa inadeguatezza la mettevo in scena e mettevo contro di me la minaccia di un attore che appariva l’esatto opposto, Ennio Fantastichini, che nella realtà era invece l’uomo più buono del mondo. Ho imparato a capire che quella cosa che si agitava dentro di me aveva una sua verità e che con il cinema potevo tirare fuori la parte più profonda di me, la più autentica possibile, e poteva interessare gli altri».

 

sergio rubini claudio martelli

Il suo film successivo, La bionda, è ancora più esplicito. Il protagonista è un uomo mite, malato di solitudine, con un problema fisico e incontra la protagonista, interpretata da Nastassja Kinski che era già stata femme fatale in grandi film internazionali.

«I due film sono collegati. Kinski fece crescere ancora di più quella sensazione di inadeguatezza. La bionda fu una avventura anche dal punto di vista produttivo. Procacci mi è stato tantissimo accanto. Io facevo fatica ad andare avanti, le spese erano fuori controllo, in sceneggiatura il mio personaggio non moriva.

 

Girai un finale positivo, ma quando lo vidi non credetti più nell’happy end. E lo rigirai. Ma Domenico non mi ha detto qui sono finiti i soldi, taglia, semplifica. Credo che entrambi abbiamo imparato cosa fosse il cinema con quel film, qualcosa che si modella con gli eventi che non controlli. Fellini diceva che i film esistono già, il regista li deve portare sulla terra».

 

Con Fellini aveva girato L’intervista. Le era rimasto vicino?

sergio rubini Foto di Claudio Porcarelli

«Sì, Federico mi chiamava ed era molto curioso di quello che facevo. Terminato il film glielo feci vedere. E lui mi disse: “che peccato questo personaggetto che muore, non c’è una luce. Perché farlo anche morire?”. Uno degli sceneggiatori, Filippo Ascione, che era suo assistente, sapeva che doveva finire in altro modo e raccontò tutto a Federico.

 

Lui mi chiamava al mattino e mi diceva di rimontare con lui. Quanto sono stato deficiente, dovevo farglielo rimontare e poi andare in giro a dire a tutti “Il finale l’ha montato Fellini!”. Alla fine si arrese e mi disse di tenerlo così, perché i film hanno vita lunga. E forse sarà così. Vorrei rimontare La bionda con il finale originale, quello che voleva Fellini. E vedremo come va».

 

Allora il film non andò.

«No, destò tanta antipatia. Per me fu una seconda morte, dopo la fine come attore. Per Domenico fu la morte economica. Ma credo che tutti e due abbiamo imparato molto da un film così complicato. Lui è diventato il migliore produttore dal punto di vista della sensibilità artistica. Il cinema non è solo una questione di soldi, anche se dire cose così oggi suona quasi come qualcosa di negativo».

 

sergio rubini asia argento

Perché oggi molte cose che sono di valore vengono giudicate di troppo, un lusso, se non negative?

«Forse per l’eccessiva semplificazione di tutto. Credo che dobbiamo ripartire da un neoumanesimo in cui l’uomo va messo al centro della scena, perché finiamo per essere schiacciati dal baraccone che abbiamo messo in piedi, anche con l’intelligenza artificiale».

 

Ci siamo costruiti attorno un mondo che non funziona?

«C’è la sensazione di essere sull’orlo del baratro, con una realtà che non è più descritta, assaliti da piattaforme in cui ci si smarrisce, con algoritmi che ti vogliono fregare. Ci siamo infilati in un mondo complicato, in cui viviamo in affanno perenne perché il futuro ci sfugge dalle mani.

 

sergio rubini 9

Un film come La stazione oggi per un esordiente sarebbe impossibile da girare. Oggi tutti si vantano: io ho girato in tre settimane! Io in due! Io in una! Ed è terribile che tutti quanti noi ci siamo uniti a questo modo di pensare. Persino sul tax credit ci hanno rimesso gli artisti, perché è stata fatta una polemica politica per colpirci, per far sembrare che gli attori o i registi si fregassero i soldi pubblici. Bisogna rimettere le cose a posto e ricordare che il tax credit serve per permettere di fare i film».

 

Vede segnali di svolta, magari da parte dei giovani autori?

«Quest’anno agli Oscar hanno premiato film che sembravano europei per come erano pensati. E in Italia c’è stato il fenomeno di Le città di pianura, che è partito da un’idea coraggiosa: facciamo un qualcosa che non somigli a nulla con le persone giuste al posto giusto, qualcosa con un po’ di coraggio. E sono stati premiati, giustamente».

sergio rubini leopardi il poeta dell’infinito sergio rubini margherita buy 2sergio rubini 8sergio rubini gerard depardieu 1sergio rubini 10sergio rubini gerard depardieu 2sergio rubini 2sergio rubini 3sergio rubini 1sergio rubini 4sergio rubini 5sergio rubini 7sergio rubinisergio rubini 6sergio rubiniSERGIO RUBINISERGIO RUBINI 4sergio rubini tinasergio rubini margherita buymicaela ramazzotti e sergio rubini felicitasergio rubini margherita buy

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