“IL RINASCIMENTO FU L’UNICO TEMPO DELLA STORIA, DOPO L’IMPERO ROMANO, IN CUI L’ITALIA FU AL CENTRO DEL MONDO” - ALDO CAZZULLO RACCONTA IN UN LIBRO (“QUANDO L’ITALIA RINACQUE”, IN USCITA MARTEDÌ 15 SETTEMBRE) L’EPOCA CHE HA RESO IL NOSTRO PAESE IL MOTORE DELLA CULTURA UNIVERSALE – “NEL MONDO POST-UMANO CHE STIAMO COSTRUENDO, L’UMANESIMO SARÀ LA NOSTRA UNICA SALVEZZA” – "L'ELOGIO DELLA FOLLIA" DI ERASMO BEST-SELLER DELL'EPOCA, IL MOSE’ DI MICHELANGELO E LA FRASE DI ORSON WELLES, NEL FILM “IL TERZO UOMO”: "IN ITALIA PER TRENT’ANNI SOTTO I BORGIA CI FURONO GUERRE E MASSACRI, MA VENNERO FUORI MICHELANGELO, LEONARDO E IL RINASCIMENTO. IN SVIZZERA 500 ANNI DI PACE, E CHE COSA NE È VENUTO FUORI? L’OROLOGIO A CUCÙ” – VIDEO
Estratto da “Quando l’Italia rinacque. Il nostro Rinascimento”, di Aldo Cazzullo (ed. HarperCollins), pubblicato dal “Corriere della Sera”
Il Mosè era là. Poteva essere stato scolpito cinquecento anni prima, o il giorno prima. Era una statua senza tempo, quindi eterna. E mi fissava con quegli occhi che parevano soggiogare il mondo.
Avevo sei anni, mio papà e mia mamma mi avevano portato a Roma per la prima volta. Papà e mamma non avevano una cultura accademica, erano molto orgogliosi del loro diploma di ragioneria che — «ai nostri tempi», dicevano — era come una laurea. I loro padri a dodici anni erano già uno garzone in macelleria, l’altro nei campi. Però papà e mamma mi hanno trasmesso un’idea: il contrario di ignoranza non è cultura, è curiosità. E mi hanno comunicato il senso di ammirazione per la grandezza e per la bellezza.
Il Mosè di Michelangelo era entrambe le cose. Era grande, forte, imponente. Ed era straordinariamente bello.
Quella notte non chiusi occhio. Per molte altre notti, il Mosè di Michelangelo divenne una visione ricorrente. Non un vero e proprio sogno; un’immagine che mi si presentava davanti in quei momenti di dormiveglia che moltiplicano i pensieri e le voci di dentro. Mi turbava quella forza che sembrava venire da un altro tempo. Quello sguardo che aveva visto cose negate a noi uomini comuni.
Quella fronte luminosa — non erano corna, come sembrava, erano raggi di luce — che aveva affrontato il mistero. Quel volto che aveva visto Dio, e in Dio aveva riconosciuto sé stesso: perché siamo fatti tutti a immagine e somiglianza di Dio.
Ecco l’intuizione dell’uomo rinascimentale. La vera, grande conquista del Rinascimento. Ogni uomo è unico e irripetibile.
Ogni uomo è al centro dell’universo, come l’uomo vitruviano disegnato da Leonardo dentro un cerchio perfetto. Ogni essere umano ha una dignità che va sempre rispettata.
Davanti a Dio tutti gli uomini sono uguali, e ogni uomo ha un rapporto diretto con Dio.
Non solo. Il Rinascimento fu l’unico tempo della storia, dopo l’impero romano, in cui l’Italia fu al centro del mondo.
L’unica epoca in cui la cultura italiana ebbe un respiro universale. Parlò a tutti gli esseri umani, a quelli del presente e a quelli del futuro. Contribuì a forgiare l’arte e il pensiero dell’umanità.
L’Italia rinacque proprio recuperando e rivendicando la cultura dell’antica Roma.
aldo cazzullo - quando l'italia rinacque
Certo, il Rinascimento non fu l’età dell’oro.
Non lo fu per l’umanità, devastata da guerre e pestilenze, e non lo fu per l’Italia. Al contrario; fu l’età in cui l’Italia divenne un campo di battaglia. Francesi, spagnoli, tedeschi si contendevano il nostro Paese. Lo insanguinavano i soldati del re di Francia, dell’imperatore e degli altri sovrani d’Italia, compreso il Papa. Infuriarono scontri, complotti, intrighi.
Si uccise con il veleno, con la spada, e con nuove, terribili armi, i cannoni. I crimini commessi furono orrendi. Nel 1527, cinque secoli fa, i lanzichenecchi di Carlo V — quello sul cui impero non tramontava mai il sole — devastarono la capitale della cristianità, costringendo un papa Medici, Clemente VII, a rinchiudersi in Castel Sant’Angelo, e massacrando un terzo della popolazione, forse più; una strage che non si era vista neppure al tempo delle invasioni dei barbari.
E i Gonzaga, padroni delle chiavi d’Italia, avevano lasciato che i lanzichenecchi passassero il Po, sbarrando invece la strada alla truppe del Papa, guidate da Giovanni dalle Bande Nere: coraggioso comandante ferito a morte dai falconetti, cannoni micidiali, regalati ai tedeschi dal duca di Ferrara. E dove muore Giovanni dalle Bande Nere? In un palazzo dei Gonzaga, tanto pietosi quanto cinici. L’Italia politicamente non esisteva.
Quelle guerre, quelle devastazioni, quei crimini ispirarono a Orson Welles, nel film Il terzo uomo , una celebre frase: «In Italia per trent’anni sotto i Borgia ci furono guerre, terrore, omicidi, massacri, ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera non ci fu che amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cosa ne è venuto fuori? L’orologio a cucù».
Forse l’unico dettaglio sbagliato (a parte il fatto che papa Borgia regnò solo undici anni) è che l’orologio a cucù l’hanno inventato i tedeschi.
Piero della Francesca. Botticelli. Raffaello.
Leonardo. Antonello da Messina. I più grandi artisti che l’umanità abbia mai avuto. E il più grande: Michelangelo. A 22 anni la Pietà, a 26 il David, a 33 la volta della Sistina con il dito di Dio che tocca il dito dell’uomo… Negli anni che vanno tra l’inizio del Quattrocento e la fine del Cinquecento, gli italiani hanno dipinto, scolpito, eretto le opere più straordinarie che l’uomo abbia mai sognato, pensato, realizzato. Capolavori di commovente bellezza.
Ma il Rinascimento non è soltanto una rivoluzione artistica. È una straordinaria fioritura di musica, letteratura, matematica, architettura, ceramica, decorazioni: quello che oggi si chiamerebbe design. Vennero gettate le basi della scienza moderna. Della medicina. Del metodo sperimentale.
La filosofia vi fiorì, e accanto al pensiero di Aristotele, che aveva dominato il Medioevo, veniva riscoperto il pensiero di Platone. Per alcuni la realtà è qui, sotto i nostri occhi, conoscibile con la logica per cui se A è uguale a B, e B è uguale a C, A è uguale a C. Per altri la realtà è solo il pallido riflesso di un ideale eterno e inconoscibile, di cui ci è dato percepire soltanto l’ombra. Due idee del mondo e dell’uomo che nel suo meraviglioso affresco sulla Scuola di Atene, in Vaticano, Raffaello riuscì mirabilmente a sintetizzare nella figura di Aristotele, che indica la terra, e di Platone — il ritratto di Leonardo da Vinci —, che indica il cielo.
Ma non soltanto l’arte e la bellezza; neppure la cultura e la scienza sono il vero centro del Rinascimento. Ne sono uno splendido, meraviglioso corollario.
Il Rinascimento è la rivoluzione dell’uomo. L’uomo che ha fiducia in sé stesso. L’uomo che come Socrate sa di non sapere, e quindi si mette alla ricerca. L’uomo che vuole conoscere l’immensità del mondo e le profondità del proprio animo. Così salpa verso occidente per arrivare a oriente, come Cristoforo Colombo. Realizza di aver scoperto un Nuovo Mondo e gli dà il nome, come Amerigo Vespucci. Fa il giro del globo, come Magellano. Concepisce macchine che saranno realizzate secoli dopo, come Leonardo.
Immagina di poter volare fin sulla Luna su un cavallo alato, come Astolfo, il personaggio dell’ Orlando furioso di Ludovico Ariosto.
Il Rinascimento è un fenomeno mondiale.
Arriva in Francia, in Spagna, in Portogallo, in Germania, in Inghilterra, in Olanda. Fa sentire la sua influenza ai confini del mondo conosciuto, dalla Russia all’impero spagnolo nelle Americhe. E il Rinascimento sarà riscoperto a distanza di secoli, quando all’inizio dell’Ottocento si costruiranno in tutto l’Occidente case e palazzi in stile neorinascimentale. Ancora oggi le idee e il gusto del Rinascimento influenzano la cultura mondiale.
Ma tutto questo ha una patria. La nostra.
L’Italia.
elogio della follia erasmo da rotterdam
L’umanesimo e il Rinascimento nascono tra Firenze, l’Umbria, Roma. Si affermano a Venezia, a Milano, a Bologna, a Napoli, in Sicilia. Lasciano un gioiello quasi in ogni città: la piazza disegnata da Leonardo a Vigevano, il mausoleo del Colleoni a Bergamo, la Loggia di Brescia, la basilica del Palladio a Vicenza, il Palazzo Ducale di Urbino, Schifanoia a Ferrara, Palazzo Te a Mantova, Casa Cavassa a Saluzzo, la basilica Malatestiana a Rimini…
E poi la prima grande statua equestre dai tempi dell’antica Roma: il Gattamelata di Donatello, che ancora si erge a Padova davanti alla basilica di Sant’Antonio. Se una sola di queste meraviglie fosse in qualsiasi altro Paese, sarebbe conosciuta in tutto il mondo. Invece quasi nessuno tra i milioni di turisti stranieri sballottati tra la torre di Pisa, le Cinque Terre e il lago di Como, più una monetina gettata nella Fontana di Trevi e un po’ di shopping in via Montenapoleone a Milano, le vede.
L’umanesimo e il Rinascimento sono il vero dono che noi italiani abbiamo dato all’umanità. Il nostro grande contributo alla civiltà universale, senza cui nulla, neppure l’attuale rivoluzione tecnologica, sarebbe stato possibile. Il tempo in cui l’Italia rinacque è quello in cui l’Italia si dà una missione: gettare un ponte tra l’era classica e l’era cristiana, tra la Roma dei Cesari e la Roma dei Papi.
Certo, l’Italia non era uno Stato unitario, e non lo sarebbe divenuto ancora a lungo. Ma quando Raffaello scrive al Papa per implorarlo di salvare le vestigia dell’antica Roma, la definisce «madre della gloria e della grandezza italiana».
È un’Italia che ritrova sé stessa. Non nasce dal nulla e non muore nel nulla. La riscoperta dell’antica Roma, dell’arte imperiale, dei valori repubblicani restituisce un ruolo al nostro Paese. Gli dà un posto nel mondo, valido ancora adesso. Perché se l’Italia è importante nel mondo non è solo perché la mozzarella è buona, la Ferrari veloce, la moda elegante; è perché l’Italia è la patria dell’umanesimo. E nel mondo post-umano che stiamo costruendo, l’umanesimo sarà la nostra unica salvezza.
L’umanità non è mai stata così vicina all’autodistruzione. Le cause sono sette. Come le piaghe d’Egitto, come i cavalieri dell’Apocalisse.
1 Le guerre e la proliferazione nucleare.
2 La denatalità: appena un popolo diventa ricco, smette di fare figli; e noi siamo tra quelli che ne facciamo meno al mondo.
3 Il cambio climatico, che ormai è considerato irreversibile, per cui non si discute come frenarlo, ma come adeguarvisi.
4 La distruzione del lavoro intellettuale — architetti, ingegneri, avvocati, medici, giornalisti, impiegati di banche e assicurazioni — da parte dell’intelligenza artificiale.
5 L’impunità fiscale delle immense ricchezze così create. E l’irresponsabilità sociale dei padroni della Rete e della tecnofinanza, che sanno tutto di noi ma si disinteressano al nostro destino: se potranno ottenere un guadagno anche piccolo distruggendo un’azienda e una comunità, lo faranno; non resterà nessuno a sostenere ospedali, scuola, sicurezza, insomma lo Stato sociale.
6 La crisi della democrazia, che si accompagna alla crisi del ceto medio, di quella che un tempo si chiamava borghesia.
7 La nascita di creature post-umane, nate dall’incrocio tra l’intelligenza artificiale e le biotecnologie: creature metà uomo metà macchina, che avranno come cervello il computer e come memoria la Rete, saranno molto più intelligenti di noi e sapranno molte più cose di noi, e non si capisce perché dovrebbero obbedirci anziché comandarci.
VELIERO UTILIZZATO DA CRISTOFORO COLOMBO
Stanley Kubrick collocava nel 2001 — 2001: Odissea nello spazio era il titolo del suo film — il momento in cui il computer si sarebbe ribellato all’uomo; forse dovremo attendere solo qualche anno in più.
Ma la causa che rende possibile tutte le altre è il culto dell’ignoranza.
Il bestseller del Rinascimento fu l’ Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, un’opera che oggi viene presa sul serio ma che il grande umanista scrisse per scherzo, per gioco, per farsi burla dei saggi, dei potenti, del clero corrotto, e di figure che l’autore considera patetiche: le persone anziane che si tingono i capelli per sembrare giovani, i vecchi che sposano le ragazze e le vecchie che si divertono con i ragazzi.
Oggi il grande elogio che viene quotidianamente intessuto è quello dell’ignoranza. Il punto non è ignorare le cose; è non volerle conoscere. Il problema non è essere ignoranti; è compiacersi di essere ignoranti. E la tecnofinanza che progetta il mondo post-umano ha bisogno di un popolo ignorante, che considera la scuola, i libri, i teatri, la ricerca, le arti una perdita di tempo e di denaro; e considera chi ancora si ostina a insegnare, a studiare, a scrivere, a recitare, a ricercare, a suonare, a dipingere, a pensare come un perditempo da irridere, insultare e soprattutto pagare poco o, se possibile, niente.
Ecco, il Rinascimento è l’antidoto a tutto questo. È lo spirito di avventura, di ricerca, di conquista. Di curiosità. È l’ottimismo di chi crede in sé stesso, nel futuro, nella vita. Per questo il primo uomo rinascimentale è forse Dante, o meglio l’Ulisse di Dante, che rifiuta di tornare a Itaca e si mette in viaggio oltre le colonne d’Ercole, oltre i confini del mondo conosciuto, oltre l’orizzonte, «di retro al sol, del mondo sanza gente».
Non è un caso che il Rinascimento sia nato in Italia. Perché la storia non si può dividere a pezzi. Non fa salti; procede per evoluzione, sia pure rischiarata da grandi figure.
L’umanesimo come affermazione della dignità umana e come rapporto diretto tra l’uomo e Dio nasce con san Francesco, e arriva al Rinascimento attraverso Dante e Giotto.
GALILEO GALILEI - Sidereus nuncius
Dante trova in Francesco la lingua — l’italiano —, il disprezzo per il denaro male guadagnato (infatti manda gli usurai all’Inferno), e il rispetto per la dignità della donna. È grazie alla donna se la specie umana si eleva al di sopra di tutte le altre. È la donna che salva l’uomo. Tre donne salvano Francesco: la madre che lo sottrae all’ira del padre, Jacopa dei Settesoli che lo raccomanda al Papa e gli evita il rogo, Chiara che viene accolta da pari a pari. Tre donne salvano Dante, smarrito nella selva oscura: la Madonna, che avvisa santa Lucia — Dante era molto devoto a santa Lucia protettrice della vista, cui attribuiva la guarigione da una malattia agli occhi — la quale a sua volta affida Dante a Beatrice.
Il Rinascimento, come il Medioevo, è ancora un’età intrisa di misoginia. È una società in cui la donna è sempre di proprietà di un uomo: prima del padre, poi del marito. Eppure il Rinascimento non sarebbe tale senza le donne italiane. Non soltanto nel ruolo di madri e spose, di amanti e muse ispiratrici.
Nel Rinascimento ci sono donne eccezionali, che dialogano con gli uomini da pari a pari, che prendono decisioni con loro o talvolta al posto loro. Donne come Vittoria Colonna, le cui lettere a Michelangelo sono fondamentali per capire l’arte e il pensiero del tempo. Come Eleonora e Giulia Gonzaga, raffinate umaniste. E come Lucrezia Borgia, condannata da una leggenda nera in quanto avvelenatrice, in realtà persona buona, terziaria francescana, vittima delle brame di potere del padre e del fratello, che le assassinò il marito sotto gli occhi.
Per questo le donne, anziché essere confinate in una sezione del libro, compaiono in ogni capitolo, con il loro ruolo decisivo in un mondo in cui il potere, almeno nominalmente, restava monopolio maschile. Comprese le donne di Ludovico Ariosto, che combattono contro gli uomini, e li sconfiggono.
Poi, come ogni storia, anche quella del Rinascimento finì, o meglio cambiò. Proprio la scoperta dell’America, la conquista più simbolica del genio rinascimentale, allargò l’orizzonte, spalancò il mondo, rimpicciolì il Mediterraneo e il Paese che del Mediterraneo era il centro, l’Italia. Mentre Colombo e Vespucci scoprivano un nuovo mondo, Copernico e Keplero aprivano le porte dell’universo. E rivelavano che la Terra non era al centro del cosmo, ma un granello di sabbia in un meccanismo immenso, anzi infinito.
L’uomo da centro di ogni cosa diventava un puntino sperduto. E non cercava più il nitore, la grazia, la levità, l’essenzialità. Cercava di riempire quell’immenso vuoto con l’orpello, la decorazione, il ghirigoro, la sovrabbondanza: insomma, il barocco.
Certo, l’Italia avrebbe continuato a dare all’umanità grandi scultori come Bernini, grandi pittori come Guido Reni, grandi architetti come Borromini, grandi pensatori come Vico, grandi scrittori come Tasso. Ma la fiducia, l’ottimismo, l’esaltazione dell’uomo erano finite. Perdute, o almeno ridimensionate.
Tre figure rappresentano la crisi del Rinascimento. Tre giganti, accomunati da una fine tragica. Giordano Bruno, arso vivo per aver intuito l’esistenza di «infiniti mondi».
Galileo Galilei, costretto a rinnegare le proprie idee, pur sapendole giuste, per non fare la stessa fine. E Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, assassino, condannato a morte, scomparso prematuramente nel tentativo di sottrarsi al proprio destino.
Con il rogo di Giordano Bruno in Campo de’ Fiori, con l’abiura di Galileo davanti all’Inquisizione, con il delirio di Caravaggio sulla spiaggia dell’Argentario finisce un’epoca di luce e se ne apre un’altra, segnata dal chiaroscuro.
Resta valido, allora e per sempre, quello che scrive Giovanni Pico della Mirandola — il sapiente che ha ispirato Pico de Paperis, il personaggio della Disney — nel suo De dignitate hominis . Pico quasi riscrive la Genesi. Immagina Dio che crea l’uomo assolutamente libero, e infatti dice ad Adamo: «Ti posi nel mezzo del mondo, perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo… Tu potrai degenerare nelle cose inferiori, che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori, che sono divine» .
Aldo Cazzullo
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MICHELANGELO BUONARROTI
LA PIETA DI MICHELANGELO BUONARROTI









