lacrime di roma

LE LACRIME DELL'IMPERO – AI TEMPI DELL’ANTICA ROMA PER I POLITICI ERA IMPORTANTE OSTENTARE SENSIBILITÀ, ANCHE CON LE LACRIME, COME FECE CESARE DI FRONTE ALLA TESTA MOZZATA DEL SUO AVVERSARIO POMPEO - EPPURE I FILOSOFI ROMANI, IMBEVUTI DEGLI INSEGNAMENTI GRECI, DANNAVANO IL PIANTO, ESPRESSIONE DI IRRAZIONALITÀ. IDEM I PADRI DELLA CHIESA. IL POETA ENNIO: “ALLA PLEBE È DATO PIANGERE, MA AL RE, PER IL SUO DECORO, NO”

Giorgio Piras per “il Messaggero”

 

sarah rey cover

In questa attenta traduzione del libro della storica francese Sarah Rey sono tante le testimonianze antiche raccolte sul fenomeno del pianto a Roma, con osservazioni originali di taglio antropologico-culturale e riferimenti ad altre culture, anche contemporanee. Le lacrime sono spesso riportate dalle fonti letterarie e storiografiche romane, anche se non compaiono generalmente nelle arti figurative, forse non solo per la difficoltà tecnica di rappresentarle.

 

Diversa era infatti rispetto alla nostra la concezione e la percezione antica del piangere. Le lacrime avevano un valore essenzialmente pubblico e politico e costituivano un aspetto frequente e dal forte valore simbolico della vita collettiva, sin dai tempi più antichi. O per lo meno assumevano spesso questa valenza e in ogni caso noi siamo più informati delle manifestazioni pubbliche del pianto, quelle che evidentemente erano considerate più rilevanti.

 

I RITI

sarah rey

Esse accompagnavano naturalmente il lutto, in tutte le sue fasi e tutti i complicati riti che a Roma riguardavano il defunto, specialmente per gli uomini più in vista e in particolare nel caso dei funerali degli imperatori, momento estremo della loro popolarità. In ambito religioso le lacrime sono considerate in genere un segnale negativo, funesto, come nel caso delle statue di divinità che piangono. Ma sono un elemento essenziale delle suppliche pubbliche agli dei (supplicationes), che si svolgono in frangenti di particolare pericolo per lo stato, come nel caso dei cartaginesi di Annibale che scorrazzavano per l'Italia o dell'incendio della città del 64 d.C.

 

Se pure spesso venga menzionato come tipico comportamento femminile e segno di debolezza, spesso sia anche disprezzato, è interessante che Tacito osservi come solamente i duri e barbari Germani ritenessero che «alle donne si addice piangere, agli uomini ricordare». La commozione poteva infatti essere mostrata in pubblico senza problemi in molte occasioni, e anche da parte dei potenti. Per gli uomini politici Romani è importante ostentare sensibilità, anche con il pianto, come fece Cesare di fronte alla testa mozzata del suo avversario Pompeo. L'esempio degli eroi omerici che non esitano a piangere esercitava un certo fascino letterario.

 

giulio cesare

La clemenza del resto è una virtù importante per l'uomo di stato, esibita e teorizzata da Cesare in poi. Da Augusto in particolare vengono enfatizzate le manifestazioni del sentimento di pietà e compassione per i suoi sudditi: l'imperatore piange quando gli viene conferito il titolo di padre della patria, quando è costretto per ragioni superiori di stato a imporre il suicidio agli amici che hanno sbagliato. Il buon imperatore sa piangere e commuoversi, non per sé ma per coloro che gli sono attorno e per lo stato. Il ricorso alla commozione e al pianto è frequente nei discorsi giudiziari, laddove sia necessario il pathos per coinvolgere e convincere pubblico e giudici: spesso Cicerone menziona le lacrime degli accusati o degli spettatori, talvolta versandole egli stesso.

 

IL DECORO

Rimangono certamente tracce qua e là di una concezione aristocratica che imponeva di nascondere le proprie emozioni in pubblico. Il poeta Ennio riprendendo una tragedia greca affermava che alla plebe è dato piangere, ma al re, per il suo decoro, no. Solo in ambito filosofico la condanna delle passioni eccessive porta solitamente i filosofi Romani, imbevuti degli insegnamenti greci, a condannare il pianto e il lamento, specialmente se esibito in pubblico, vana espressione di sentimenti non controllati e di irrazionalità. Argomentazioni non dissimili si trovano nei Padri della Chiesa. Le emozioni dei pagani vengono considerate infondate o frivole, specialmente se collegate agli antichi culti, anche perché i dolori terreni sono destinati ad essere annullati nella prospettiva ultraterrena della salvezza e della fuga dalla contingenza del tempo presente.

giulio cesare pompeo

 

La dinamica pubblica e politica delle emozioni si mostra quindi piuttosto articolata. Per i romani le lacrime non pregiudicano in assoluto la riflessione e la corretta comprensione della realtà, anche se era bene evidente che potessero avere un valore demagogico e di sviamento del giudizio. I romani si rivelano dei sentimentali che si difendono dal sentimentalismo.

testa mozzata di pompeo

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