L’IMPORTANTE E’ NON PARTECIPARE - IL FILM PIU’ BELLO DEL FESTIVAL DI BERLINO E’ “FRANCES HA” DI NOAH BAUMBACH (FUORI CONCORSO) - TRIONFO DEL CINEMA RUMENO E DELLA HBO: L’ORSO D’ORO A “CHILD’S POSE” DI CALIN PETER NETZER - IL PRESIDENTE DELLA GIURIA WONG KAR-WAI, SUL SET SEMPRE ULTRA-ASETTICO, SI COMMUOVE E IL GRAN PREMIO DELLA GIURIA VA A “UN EPISODIO NELLA VITA DI UN RACCOGLITORE DI FERRAGLIA” DI DANIS TANOVIC…

1. L'IRAN PROTESTA PER IL PREMIO A PANAHI
Da "la Repubblica" - L'Iran protesta per il premio della Berlinale a Closed Curtain di Jafar Panahi, cui il regime ha vietato di girare per 20 anni: «Pensiamo che gli organizzatori debbano correggersi».

Mariarosa Mancuso per "Il Foglio"

Hbo Romania: questo si legge nei titoli di testa di "Child's Pose", il film di Calin Peter Netzer vincitore dell'Orso d'oro alla Berlinale che si è chiusa lo scorso sabato. Proprio così: Hbo Romania, vale a dire il primo canale tv a pagamento per gli spettatori rumeni, con sottotitoli nella lingua locale se necessario (sottotitoli, non doppiaggio, loro sono più avanti).

La società, che esiste dal 1998, fa parte con altre 14 di Hbo Europa, diretta emanazione di Hbo America. Tra i paesi serviti con il meglio della tv in circolazione, oltre all'Ungheria e alla Polonia che hanno aperto la strada, troviamo la Bulgaria, la Moldavia, la Macedonia e il Kossovo.

Non è la prima volta che vediamo - e sinceramente anche un po' invidiamo - quella ragione sociale. Da quando Cristian Mungiu vinse a sorpresa la Palma d'oro a Cannes 2007 con "4 mesi, 3 settimane e 2 giorni", il cinema rumeno viene conteso dai festival e spesso si piazza in ottime posizioni. Hbo Romania dà il suo contributo e figura tra i produttori, in cambio dei diritti d'antenna.

L'invidia vien dal fatto che i criteri applicati sono quelli della Hbo, diventata grande e potente per non aver sottovalutato l'intelligenza dello spettatore. E per far valere, almeno un pochino, la regola che "un regista vale quanto il suo ultimo film" (non come in Italia, dove i registi dopo un insuccesso vanno sul set e ricominciano come se niente fosse).

"Child's Pose" è il ritratto di una terribile madre che rampogna il figlio adulto come se fosse un amante: "non mi chiami mai, ti sei messo con una stronza, non ti occupi di me". Il rampollo la invita a visitare le piramidi ("molta gente della tua età lo fa") o a trovarsi qualche altro svago.

La madre torna utile dopo un incidente stradale: il figlio guidava veloce, forse era ubriaco, ha investito un bambino. Fin qui non c'è nulla che non si potesse fare anche da noi, magari con il contributo di una Hbo Italia. Solo che i rumeni i film li sanno scrivere, e son specializzati in quel finto neorealismo dove la gente parla di continuo, spesso senza far finire l'interlocutore.

L'Orso d'oro sarebbe stato meritato al 100 per cento se il finale del film non avesse puntato soltanto sulla commozione e sul contrasto sociale tra ricchi pirati della strada e vittime povere. Nella scena più bella, la madre e la nuora finalmente si incontrano (e scoprono che molto si somigliano).

E' un neorealismo misurato e contenuto, se lo paragoniamo a "Un episodio nella vita di un raccoglitore di ferraglia" diretto da Danis Tanovic e ricompensato con il Gran Premio della giuria e l'Orso d'argento per il migliore attore.

Si chiama Nazif Mujic, e proprio attore non sarebbe: è il protagonista della triste vicenda - malasanità per mancanza di tessera assicurativa, la famiglia rom non ha i novecento euro necessari per l'operazione salvavita - che rifà se stesso (mentre la moglie rifà se stessa, e le due figlie della coppia rifanno se stesse).

Anche qui prevale la commozione: eppure, a giudicare dai film che dirige, il presidente della giuria Wong Kar-Wai sembrerebbe sensibile ai valori estetici più che ai contenuti. Non ci eravamo stupiti quando l'anno scorso la giuria presieduta da Mike Leigh premiò "Cesare deve morire" dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani: stessa generazione, stessa idea di cinema civile, stessa passione per William Shakespeare.

E' più strano che un regista di Hong Kong che rifinisce le immagini e il montaggio dei propri film con cura manicale (e mai calca la mano su un'emozione) abbia celebrato con due premi il più neorealista dei molti film neorealisti sfilati in concorso alla Berlinale.

Il premio alla migliore attrice Paulina Garcia (per "Gloria" di Sebastian Lelio, chiuso dalla canzone di Umberto Tozzi, in una discoteca con la palla di specchi) e il premio per la sceneggiatura a Jafar Panahi e Kamboziya Partovi per "Closed Curtain" erano più che prevedibili.

La prima ha scaldato il cuore di tutti i festivalieri, che inneggiano alle nuove frontiere dell'arte cinematografica e poi si sciolgono davanti al ritratto di una cinquantenne che rimorchia nelle sale da ballo uomini con la pancera. I secondi hanno offerto il momento più altamente politico: Jafar Panahi è agli arresti domiciliari, per 20 anni non può girare film, il governo tedesco aveva chiesto per lui il visto ma non c'è stato nulla da fare. Ma anche il momento meno cinematografico: la penuria di mezzi e gli altri vincoli hanno indotto Panahi a insistere sulle tentazioni autoreferenziali.

Così abbiamo uno sceneggiatore che si nasconde perché ha un cane (i cani in Iran sono considerati immondi), un fratello e una sorella sorpresi sulla spiaggia a bere e ascoltare musica, scene che si ripetono riprese da vari punti di vista (spunta anche un telefonino). Soprattutto, una confusione generalizzata e mai risolta: sono i personaggi che cercano l'autore oppure è l'autore che cerca i personaggi? (intanto alle pareti campeggiano i manifesti dei precedenti film del regista: "Il cerchio" e "Il palloncino bianco"). Poi i giurati devono essersi distratti per un attimo. O forse è stato il contentino per chi tra i premiati voleva un film da poter consigliare agli amici senza farsi togliere il saluto per sempre.

Così il premio della regia è andato all'americano David Gordon Green per "Prince Avalanche", con Emile Hirsch. E con un Paul Rudd quasi irriconoscibile, capelli corti e baffi nella parte dell'operaio che dipinge righe di mezzeria su una strada proveniente dal nulla e diretta verso il nulla (non vedremo mai, per esempio, il villaggio dove Emile Hirsch va a spassarsela nei fine settimana, mentre l'altro spiega che "essere soli non vuol dire sentirsi soli").

E' il remake del film islandese "Either Way", diretto da Hafsteinn Gunnar Sigurosson: ma se uno non lo sa, pensa sia una storia nata nelle foreste texane appena devastate da un incendio misterioso. A tenere alto l'onore del cinema americano, che anche quando riesce a metà comunque si lascia vedere, c'era in concorso anche "Side Effects", l'ultimo film di Steven Soderbergh (l'ultimo della sua carriera, ha deciso di smettere). Meno se ne parla, più lo spettatore resterà sorpreso dai colpi di scena.

Il kazako "Harmony Lessons" è invece tanto meraviglioso a vedersi - se le immagini fossero appese ai muri di un museo, ha avuto l'Orso d'argento per la fotografia - ma esasperante nella sua lentezza. Fuori concorso, nella sezione Panorama, il film più bello del festival: "Frances Ha". Diretto dal Noah Baumbach de "Il calamaro e la balena", che ha scritto il copione con la protagonista Greta Gerwig, racconta in uno splendido bianco e nero il "vedo gente, faccio cose" della quasi trentenne Frances. Vorrebbe fare la ballerina, ma non si impegna. Preferisce andare in giro per Brooklyn con l'amica del cuore Sophie: l'attrice è Mickey Sumner, figlia di Sting e Trudie Styler. Ebbene sì, siamo in zona "Girls" di Lena Dunham, che ormai fa tendenza anche al cinema.

 

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